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Salute in Campania: a che punto siamo?

CRONACA – Poco più di un anno fa veniva pubblicato, dopo ritardi difficilmente attribuibili a semplici questioni di raccolta dati, il rapporto finale dello studio Sebiorec, un’indagine epidemiologica commissionata dalla Regione Campania, e condotta da Istituto superiore di sanità e Istituto di fisiologia clinica del Cnr, con la collaborazione delle ASL, nelle province di Napoli e Caserta, colpite negli ultimi anni da varie emergenze rifiuti. Dall’indagine, mirata a identificare l’esposizione delle comunità a sostanze inquinanti, emersero problemi rilevanti, riconducibili al degrado ambientale, a sua volta derivato soprattutto dalla gestione impropria di rifiuti tossici e industriali.

Poco dopo quella pubblicazione, due delle ricercatrici maggiormente impegnate nello studio, Liliana Cori e Vincenza Pellegrino, davano alle stampe un libro, Corpi in trappola, in cui veniva scandagliato l’immaginario epidemiologico di quasi novanta intervistati nelle zone di Sebiorec. Passava ancora qualche mese, ed era pubblicato un altro libro, a firma di Cori, Se fossi una pecora, verrei abbattuta?, un agile manuale sulla valutazione del rischio sanitario connesso all’inquinamento ambientale, in cui l’autrice tornava, tra l’altro, a parlare di Sebiorec, denunciando le conseguenze deleterie dell’inefficienza dei canali di comunicazione con la popolazione che, stabiliti all’inizio dell’indagine, non erano mai entrati in funzione, o erano stati bypassati dalle autorità politiche competenti (è il caso del sito internet dell’indagine, pronto dal 2009 ma mai stato accessibile).

A un anno e più di distanza dalla pubblicazione del rapporto, ci siamo chiesti quali ne siano stati gli sviluppi sia in ambito medico, sia in ambito politico: quali le decisioni prese, e quale la loro implementazione sul piano pratico? Se sul piano comunicativo si è mosso qualche passo, non altrettanto si può dire di quello politico. “Ci è capitato che ci fosse richiesto di presentare i risultati dello studio, e l’abbiamo fatto con piacere. In questo momento stiamo scrivendo la pubblicazione scientifica sull’indagine: è un lavoro che comporta procedure diverse, più lunghe rispetto a quelle della scrittura del rapporto per il committente, e credo che possa uscire alla fine di quest’anno, quindi il caso Sebiorec non è assolutamente chiuso”. Tuttavia, ammette Cori, “Ci sono pochi aggiornamenti sul piano pratico: finora, non siamo stati riconvocati per spiegare quali sono le misure da prendere o le priorità sulla base dei risultati. In effetti, per quello che sappiamo, non ci siano stati veri e propri sviluppi, né sono in corso bonifiche”, ammette Cori.

Eppure, bonificando si guadagnerebbe molto, non soltanto in termini ambientali, ma proprio dal punto di vista economico. È questa la tesi di una giovane ricercatrice napoletana, dottoranda alla School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra, Carla Guerriero. “Bonificare è non solo necessario, ma conviene”, afferma Guerriero. “Qualche anno fa, durante il secondo governo Prodi, furono stanziati dei fondi per le bonifiche in Italia, poi con l’arrivo di Tremonti i fondi furono riassegnati ad Alitalia”. Ci sono state poi disparità nella distribuzione dei fondi per la bonifica anche dal punto di vista geografico, all’interno del territorio nazionale. Secondo il rapporto di Legambiente La chimera delle bonifiche, dei fondi a disposizione delle bonifiche, la maggior parte è destinata al nord: per esempio, mentre per Porto Marghera si è a uno stadio avanzato di bonifica, al sud ci si limita spesso a una messa in sicurezza delle aree. Inoltre, anche l’attenzione dei media gioca un ruolo importante nella decisione delle aree cui assegnare i fondi.

L’innovatività degli studi che Guerriero ha portato avanti con John Cairns, dello stesso istituto londinese, sta nell’unire dati demografici – la densità abitativa -, epidemiologici ed economici. “Se oggi bonificassimo le aree inquinate, nell’arco di vent’anni avremmo la possibilità, migliorando la salute dei cittadini, di generare un considerevole risparmio economico (basti pensare ai soldi spesi per le cure provocate dall’inquinamento). Nel 2009 Guerriero ha calcolato a quanto ammonterebbero i benefici monetari di una bonifica dell’area campana, e si parla di una cifra enorme: 11,6 miliardi di euro.

Una volta pubblicato lo studio sulla rivista Environmental Health, Guerriero si mise in contatto personalmente con Il Mattino di Napoli, che pubblicò un articolo sullo studio, e fu quindi contattata dal senatore Ignazio Marino, che avviò un’interrogazione parlamentare durante il governo Berlusconi. Purtroppo, l’interrogazione cadde nel vuoto. Ma la storia va avanti, perché nel dicembre 2011 Guerriero è stata contattata anche da personalità della Regione Campania, in vista dell’elaborazione del piano per l’ambiente e il territorio.

“Mi hanno detto: ‘Abbiamo 4 milioni di euro: lei cosa ne farebbe?’ Ma i costi di una bonifica sono molto superiori, e gli ho consigliato, sulla base dell’analisi costi-benefici, di bonificare piccoli siti inquinati, come le discariche della zona napoletano-casertana, o mettere in moto un sistema di videosorveglianza nell’area della terra dei fuochi, per ridurre gli episodi di incendi di copertoni.” La proposta è stata accettata e introdotta nel piano ambientale 2012-2013, ed è entrata in vigore a fine aprile. Resta da vedere con che modalità e in che misura sarà applicata, ma sembra che in Campania, sul versante rifiuti, finalmente qualcosa si stia muovendo.

Crediti immagine: Finizio

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