AMBIENTEULISSE

Quelle piccole eruzioni che raffreddano la Terra

AMBIENTE – Tocchiamo un argomento spinoso: il clima. Anzi, precisiamo, e rendiamolo ancora più delicato: il riscaldamento globale e le sue possibili soluzioni. Un gruppo di ricercatori dell’università del Saskatchewan, in Canada, non ha esattamente proposto una soluzione, ma ha fatto notare un comportamento molto interessante dell’aerosol prodotto da alcuni tipi di eruzione sul clima planetario.

Lo studio pubblicato su Science venerdì scorso, e guidato da Adam Bourassa dell’Istituto di studi spaziali e atmosferici dell’università canadese, sostiene che l’aerosol generato da eruzioni vulcaniche relativamente modeste possa essere trasportato fino all’atmosfera da eventi climatici come i monsoni e, una volta lì, alterare la temperatura globale.

Bourassa spiega che, finora, si pensava che fossero necessarie eruzioni caratterizzate da enormi energie per proiettare l’aerosol più in alto della troposfera, il turbolento strato atmosferico più vicino alla Terra, verso gli strati più stabili della stratosfera.

“Se l’aerosol si trova nella bassa atmosfera, viene alterato dal tempo meteorologico e precipita nuovamente al suolo dopo poco tempo”, continua Bourassa. “Una volta che raggiunge la stratosfera, però, può restare lì per anni e, con un tempo di permanenza del genere, può senz’altro avere un effetto durevole”. L’effetto è la deviazione della luce solare che incide sull’aerosol, il che in potenza raffredderebbe la superficie della Terra.

È proprio quando accadde, per esempio, durante la spaventosa eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, nel 1991: le temperature mondiali si abbassarono di circa un grado. I climatologi hanno studiato l’eruzione del vulcano Nabro in Eritrea, avvenuta nel giugno 2011. Non fu un’eruzione paragonabile a quella del Pinatubo, ed è proprio in questo aspetto che risiede l’interesse dello studio. In quell’occasione, il vento portò i gas e l’aerosol vulcanici – piccole gocce di acido solforico – sulla traiettoria del monsone estivo, che ogni anno provoca intense precipitazioni sull’Asia.

Dopo l’eruzione del Nabro, le polveri del vulcano, appena più pesanti, si stabilizzarono, ma il monsone catapultò i gas vulcanici e le gocce di acido, più leggere, nella stratosfera, dove furono rilevate dall’Osiris, uno strumento della CSA, la NASA canadese. Il Nabro ha causato il maggior carico di aerosol nella stratosfera mai registrato da Osiris nella sua vita più che decennale nello spazio, nonostante la modesta entità dell’eruzione corrispondente, e ciò in virtù della sua interazione col monsone.

Secondo l’articolo, la speranza è che questi nuovi risultati contribuiscano a migliorare l’accuratezza dei modelli del clima e del cambio climatico. C’è però un’altra implicazione dello studio, di cui, non sorprendentemente, l’articolo scientifico non parla e che, allo stato attuale delle cose, è catalogabile nel caro, vecchio iperuranio della speculazione. Gli episodi del Pinatubo e del Nabro sono stati fenomeni naturali, di origine altrettanto naturale. Se però si potessero provocare eruzioni limitate, e controllare artificialmente il comportamento dell’aerosol prodotto, forse sarebbe possibile abbassare la temperatura del pianeta senza toccare la sfera delle attività umane.

Che tutto ciò non sia pura fantascienza, sembra suggerirlo uno storico del clima, Jim Fleming, della Colby University, Stati Uniti: in un libro pubblicato un paio d’anni fa, Fixing the Sky, Fleming traccia la storia dei tentativi – molti dei quali, falliti – di modificare il clima terrestre (la geoingegneria), in particolare durante la guerra fredda, e soprattutto da parte dell’agenzia spaziale statunitense. La ricerca del gruppo di Bourassa è stata appunto finanziata, tra gli altri, dalla stessa NASA, oltre che dalla sua omologa canadese.

Benché la guerra fredda appartenga ormai ai libri di storia (e sarebbe il caso di comunicarlo anche ad alcuni capi di Stato), è difficile immaginare che la ricerca non sia finalizzata a scopi applicativi. Il problema è che, quando si nomina la NASA, scatta immediatamente in alcuni l’idea della cospirazione. Qui, invece, ci limitiamo a ipotizzare un uso pratico della scoperta, sulla base di quanto avvenuto in passato: punto. Possiamo però augurarci che, nel momento in cui dovesse essere possibile lo scenario ipotizzato sopra, non si ripeta l’errore di trascurare le conseguenze etiche, politiche e sociali dell’alterazione del clima.

Crediti immagine: NASA Goddard Photo and Video

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