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Speciale trapianti: xenotrapianti

SPECIALI – (Questo articolo fa parte dello “Speciale trapianti“) Per un attimo agli inizi degli anni Novanta la possibilità di trapianti d’organi provenienti da animali è sembrata realistica, ma le paure più grandi che allora, come oggi, ci ostacolano sono per lo più immunologiche: come poter trapiantare un organo di un animale senza incappare nel rigetto iperacuto (che avviene a poche ore di distanza dall’intervento e causa la perdita dell’organo) e come risolvere il rischio da parte del ricevente umano di contrarre infezioni virali di derivazione animale, quei virus che facendo il cosiddetto salto di specie, in linea teorica possono colpire il paziente rendendo inutile l’intervento e anche diffondersi ad altre persone. Gli studi che sono stati condotti in questi anni si sono focalizzati sui primati non umani e sui maiali, ma, anche se i primati sono molto più simili all’uomo e le speranze di riuscita potrebbero risultare maggiori, non è questa la via che si sta seguendo: “Le uniche tre specie che garantirebbero un cuore a un individuo di una certa taglia – afferma Emanuele Cozzi, responsabile dell’Unità Operativa di Immunologia dei trapianti dell’Ospedale di Padova e direttore scientifico del  Consorzio per la Ricerca sul Trapianto di organi, tessuti, cellule e medicina rigenerativa (CORIT) – sono lo scimpanzè, l’orangutan e il gorilla, che, oltre ad essere difficili da gestire dal punto di vista della stabulazione, sono tutte in via di estinzione e quindi protette. I maiali da allevamento convenzionale, invece, vengono generalmente sacrificati per l’alimentazione umana quando pesano 120-150 chili e quindi, scegliendoli per lo xenotrapianto, non si presenterebbe alcun problema di misura.

In secondo luogo i primati non umani, quando partoriscono, danno alla luce un individuo o due, come l’uomo, e ciò significa che i grandissimi numeri di organi di cui abbiamo bisogno non sarebbero raggiunti. Le scimmie crescono lentamente, mentre il maiale cresce circa 10 chili al mese, con la conseguente facilità di programmarne l’allevamento a seconda delle esigenze. Infine il problema della trasmissione di infezioni non è di minore importanza: più vicine sono le specie, più alto è il rischio da parte del sistema immunitario di vedere delle similitudini immunologiche e quindi, da una parte, di combattere meno l’organo estraneo, ma dall’altra di essere anche meno efficace di fronte ad un possibile virus”. Il maiale, dunque, nonostante non azzeri il rischio di infezioni sembra essere l’obiettivo degli studi di settore, soprattutto se ingegnerizzato, il che oggi consente di evitare il rischio di rigetto iperacuto: “Intorno al ’92, con un gruppo di Cambridge, – precisa il dott. Cozzi –  siamo riusciti ad ottenere dei maiali transgenici che esprimono una proteina umana in grado di bloccare una parte del sistema immunitario. Primi al mondo abbiamo ingegnerizzato questi animali per la HDAF (Human Decay Accelerating Factor), una proteina che ciascun uomo ha e che oggi possiamo far esprimere dai maiali in modo tale da neutralizzare l’attacco del sistema immunitario”. Parti di questi animali OGM sono stati trapiantati nelle scimmie e l’esperimento ha dimostrato che il nuovo organo resiste al rigetto iperacuto. Non però al cosiddetto rigetto acuto vascolare causato dall’attivazione di una risposta anticorpale e ai conseguenti danni vascolari. Se, come afferma Cozzi, oggi siamo in grado di posticipare questo tipo di reazione, non siamo al punto di bloccarla del tutto.

Gli studi più attuali, sintetizzati nel progetto Xenome che è stato finanziato dall’Unione Europea con il budget record di 10 milioni di euro, continuano a seguire questa direzione. Ma la ricerca ha fatto un ulteriore passo che va oltre al trapianto d’organo animale-uomo e che sembra una strada promettente: lo xenotrapianto di cellule. Con queste si potrebbero trattare ad esempio il diabete o il Parkinson.

Crediti immagine: Quinet

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