mercoledì, Dicembre 19, 2018
JEKYLL

Giornalisti o cheerleader (parte uno)? Intervista a Marco Cattaneo

Marco Cattaneo
Marco Cattaneo

La seconda parte di questo articolo, con un’intervista a Fabio Turone, è anch’essa disponibile su OggiScienza

JEKYLL – Il giornalismo scientifico non è solo avere una bella penna o due dottorati di ricerca. Risale a pochi giorni fa la pubblicazione delle motivazioni in base alle quali i membri della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati a sei anni di reclusione: un fatto che mostra come la comunicazione della scienza sia a volte un campo delicato, complesso. Da cui, forse, possono persino dipendere delle vite.

Al giornalista scientifico non è richiesta soltanto la capacità di comprendere concetti formalizzati nel linguaggio della scienza. Sono necessarie anche virtù di tutt’altro genere. L’indipendenza di pensiero, per esempio. Ma, in questo senso, qual è la situazione in Italia? Come lavora, davvero, chi si trova a scrivere di scienza ogni giorno? Per scoprirlo lo abbiamo chiesto a due esperti: Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, Mente e Cervello, National Geographic Italia e Fabio Turone, presidente di SWIM (Science Writers in Italy) e membro del board della EUSJA (European Union of Science Journalists’ Association).

I giornalisti italiani spesso non godono di ottima fama, e quelli scientifici non fanno eccezione. Le accuse che gli vengono rivolte più di frequente sono di essere servi del potere, incapaci di esprimere un giudizio proprio, o addirittura schiavi dei conflitti di interesse. Cattaneo, secondo lei quanto sono indipendenti, in media, i giornalisti scientifici italiani?

Relativamente poco. Così come lo sono tutti i giornalisti scientifici, perché dipendono dalla mediazione dello scienziato tra la sua attività professionale e la capacità di esprimersi in un linguaggio adatto – quanto meno – al giornalismo scientifico. È evidente che un giornalista non può essere esperto così come lo è una persona che lavora in un settore molto ristretto della ricerca accademica. Possiamo essere giornalisti medici, o persino medici di formazione, ma non per forza avremo seguito la ricerca sul diabete degli ultimi vent’anni. Il livello di professionalità con cui i giornalisti valutano le informazioni deve allora prevedere un rapporto fiduciario. Qui però si crea un rischio: ci sono stati casi, anche recenti, in questo questo rapporto è stato sfruttato dagli scienziati. Penso allo studio sugli OGM di Séralini, in cui il gruppo di ricerca ha manipolato i dati e imposto restrizioni pesantissime ai giornalisti che chiedevano informazioni.

Ci sono però anche giornalisti scientifici che rivendicano quasi con orgoglio di essere amici dei ricercatori. Ma si può fare un buon lavoro, quando si è così vicini alla scienza? Non serve un certo distacco per giudicare?

Io ho senz’altro qualche scienziato di cui mi posso dire amico, ma questo non significa che debba bermi – dal punto di vista professionale – tutto quello che mi dice. C’è una discreta differenza. Sicuramente la chiarezza dei ruoli è qualcosa di auspicabile, come in tutti i rapporti. Lo è fra giornalista e politico, lo è in tutte le situazioni che richiedono un certo tipo di professionalità. Da questo punto di vista è probabile che in Italia il numero di conflitti di interesse sia superiore a quanto possiamo immaginare, perché questo tipo di problema non si innesca solo con gli scienziati.

Lei ritiene credibile un giornalista che si dichiara amico di un politico e poi lo intervista?

No, francamente no. Anche perché poi con la politica la questione diventa ancora più complessa. Il giornalismo politico, in particolare, in Italia è schierato e nelle testate c’è pochissima indipendenza. Il che significa che la politica, l’economia e i giornali finiscono per essere intrecciati in maniera preoccupante. Gli scienziati però hanno meno importanza e meno impatto sul mondo editoriale, per cui il rapporto con i giornalisti è diverso. D’altra parte i ricercatori hanno anche un interesse minore a creare frodi o casi di cattiva informazione di quanto ne abbiano, per esempio, gli stessi politici. Certo può succedere. Ma il buon giornalista, anche se ha un’informazione da uno scienziato “amico”, la deve verificare con altri ricercatori dello stesso campo.

Un altro caso interessante c’è stato con la sentenza di condanna della Commissione Grandi Rischi, all’Aquila, lo scorso ottobre. Alcuni giornalisti scientifici hanno pensato di sottoscrivere una petizione in difesa degli imputati. Le sembra un’idea accettabile, o è invece il segno di un rapporto poco sano con gli scienziati?

Che i giornalisti scientifici abbiano deciso di fare una petizione non mi sembra così incredibile. D’altra parte sono stati gli unici a non essere interpellati dai giornali, come se chi si occupa di scienza debba passare in secondo piano quando c’è una questione giudiziaria. La vicenda poi è finita in mano ai giornalisti di cronaca che l’hanno commentata in base alle loro posizioni politiche, pur non avendo spesso neppure la formazione adatta per leggere gli atti del processo, pieni di passaggi delicati dal punto di vista scientifico. Ed è una considerazione amara, purtroppo, visto che la sentenza – comunque la si pensi – è molto, molto delicata.

E la petizione?

Una petizione, come dire, alla fine ha sempre due facce. Nel momento in cui un tribunale emette una sentenza mi sembra abbastanza fine a sé stessa e nemmeno troppo utile al dibattito. Firmarla vuol dire scontrarsi muro contro muro, mentre io preferisco che si cerchi di far valere le proprie opinioni – perché di opinioni si tratta – con degli argomenti, piuttosto che con una firma in calce a una lettera che nemmeno hai scritto di persona.

Ma se un politico fosse stato condannato e dei giornalisti avessero firmato una petizione in sua difesa, non ci sarebbe stata una polemica enorme sulla loro indipendenza?

Direi di sì, decisamente sì. È una cosa non molto ortodossa, ma non mi sconvolge più di tanto. Sulla sentenza dell’Aquila ci sono stati degli schieramenti che si sono confrontati anche in maniera forte, come del resto ho fatto anch’io sul mio blog, ma ogni posizione dovrebbe essere presa sulla base di considerazioni indipendenti.

Le è piaciuto il modo in cui ha reagito la comunità dei giornalisti scientifici dopo la sentenza?

Da quel che conosco, mi sembra ci sia stata una reazione abbastanza eterogenea. Non ho notato schieramenti né da una parte né dall’altra, ma posizioni molto articolate. Ho visto commentare la sentenza con argomentazioni molto interessanti, distanti da quelle ideologiche che si sono viste quasi ovunque. Significa che in Italia sta crescendo un bel gruppo di giornalisti scientifici, abituati a valutare le cose con obiettività. Questo, devo dire, mi ha fatto molto piacere.

Tornando invece ai conflitti di interesse: quanto incidono, da un punto di vista economico, su un giornalista scientifico? Quanto ne influenzano il lavoro?

Questo dipende moltissimo. Purtroppo nei confronti del giornalismo scientifico non c’è particolare considerazione, e questo mette in pericolo la professionalità di chi lavora. Può capitare soprattutto in ambito medico, che poi è uno di quelli più delicati perché tratta di cose che ci sono molto vicine. Possono uscire articoli con un filo di compiacenza verso le case farmaceutiche, o di chi ti invita a fare quattro giorni a Praga o Parigi con tutte le spese coperte: ovvio che così si crea una certa pressione a pubblicare. È un problema non solo italiano, ma di mezzo mondo. Sono pratiche andate avanti per vent’anni, prima che qualcuno sollevasse dubbi sulla loro legittimità. Devo dire che però questi comportamenti sono cambiati molto: oggi sono più limitati, anche se può sempre capitare che ci siano conflitti di interesse per denaro o per pressioni occulte.

Occulte in che senso?

A cui, in qualche misura, non è facile resistere. Ma può anche capitare, per esempio, di lavorare a un comunicato stampa e sentirsi chiedere un pezzo sullo stesso argomento da un giornale con cui si collabora. Purtroppo così si mescolano due ruoli, e inevitabilmente si crea un conflitto di interesse, anche se molto, molto più piccolo rispetto a quello che succede in media in Italia.

Qual è stato il caso peggiore di conflitto di interesse in cui si è trovato coinvolto, e come ne è venuto fuori?

Sono conflitti minuscoli, in realtà. In un’occasione si trattava di valutare progetti di divulgazione scientifica per il Ministero della Pubblica Istruzione. Non ho partecipato alla votazione perché c’erano progetti portati avanti da persone che conosco bene, e di cui ho determinate opinioni – positive o negative che siano.

È un comportamento che si verifica spesso?

Non più di tanto, anche in quest’ultimo comitato più di una persona ha denunciato il proprio conflitto di interesse. Si trattava di distribuire soldi pubblici, quindi l’ho ritenuto un fatto molto positivo. Esistono molte più persone disposte a comportarsi onestamente di quanto crediamo di solito. Dovremmo essere più ottimisti, e non pensare per forza che la causa di questo Paese sia persa.

14 Commenti

  1. In Italia un giornalista scientifico non potrà mai essere indipendente come uno scrittore di qualsiasi genere letterario, Scienza compresa..
    In italia e in Europa, , la Ricerca è solo pubblica, è a guida universitaria, ed è solo a livelli elevatissimi di conoscenza e cultura (Elite).
    Un giornalista, se vuole scrivere o trattare qualcosa di scientifico, non può NON attingere a questa Elite.
    In Europa, difficilmente potranno svilupparsi fenomeni scientificamente ed economicamente evolutivi come Microsoft (Bill Gate) , Apple, Google, Facebook, Twitter..etc etc come è oggi negli Stati Uniti.
    Men che meno saranno possibili fenomeni analoghi nei settori dell’Energia, dell’Automotive, delle Bioteconologie etc etc

    Il problema grosso è che le Elite di cui parlavo prim, sono tutte a trazione politica.
    Di conseguenza, un giornalista, se vuol lavorare, non può NON mettersi a traino.

  2. io faccio la giornalista scientifica freelance e questa storia della presunta necessaria distanza tra giornalista scientifico e scienziato mi ha sempre lasciata molto molto perplessa.
    mi sembra una roba da teorici, un esercizio dialettico per chi il mio mestiere lo vede a distanza ma lo pratica poco.
    1. il mio primo strumento di lavoro è la cultura, e il prodotto del mio lavoro è (o deve essere) cultura. come faccio ad accedervi se non vado a visitare i laboratori, se non parlo con gli scienziati, se non li affronto, se non ci discuto, a volte anche se non ci litigo, se non li vedo cimentarsi con il grande pubblico, se non li metto a confronto, se non provo a capire le loro dinamiche e così via?
    la scienza non è la politica, il paragone non regge: la scienza è un’impresa collettiva, che ha un obiettivo alto e condiviso. tra gli scienziati non ci sono partiti, e se io sono amica di uno non necessariamente sono nemica di un altro, anzi. in genere, il 99% degli scienziati ha una visione comune sulle cose, ed è importante che io la capisca e capisca il perché dell’esclusione di quell’1%.
    un giornalista scientifico è come un giornalista culturale e raramente assomiglia a un giornalista politico. un giornalista culturale che non legge, non conosce gli scrittori, non va a teatro, non ascolta la lirica, non frequenta i festival… ma che razza di giornalista culturale è?
    2. io il mestiere lo faccio davvero. e se il mestiere lo fai davvero hai bisogno di alzare il telefono e in cinque secondi di avere una risposta attendibile, affidabile, su un quesito che devi risolvere in fretta.
    non faccio la ricercatrice universitaria. a volte devo cavarmela in poche ore e devo trovare sintesi ragionevoli di cose complicate. come dice marco, noi non possiamo sapere tutto di tutto: la scienza è difficile e sebbene laureata in medicina non ho le competenze per rispondere a molti dei quesiti che la mia professione mi propone.
    quindi, ho bisogno di un “parco consulenti” di cui mi fido, che si fidano di me e che capiscano al volo le cose. io li chiamo amici, e li considero davvero tali.
    questo non significa che poi resistituisca il favore esaltando il loro lavoro per meriti che non ha.
    li definisco amici anche per questo: perché sono disinteressati, o forse hanno come interesse principale che di scienza, in questo disgraziato paese, si parli bene. che poi è anche interesse mio.
    3. proprio perché il mestiere lo faccio davvero, molto spesso compilo “menù” di proposte per i miei servizi. se non avessi contatti nel mondo della scienza, come farei?
    spulcerei i giornali su internet?
    ma davvero credete che così uno sia un buon giornalista?
    e tutte le mie fonti? non sono meglio le fonti dirette, quelle che ho già verificato come attendibili, di una cosa scopiazzata da un giornale online in inglese?
    e poi considerate che io il mio lavoro lo vendo: non posso essere una dei tanti, devo essere originale.
    4. gli scienziati sono tanti. anche per questo il paragone coi politici non regge.
    non so se sia un caso particolare, ma dei miei compagni di liceo me ne vengono in mente al volo tre che fanno gli scienziati e che io chiamo nei momenti di bisogno.
    poi ci sono gli amici dei miei genitori, i miei genitori stessi.
    la gente che frequento da quando sono bambina.
    che faccio: li disconosco per restare pura? e a rischio di prendere cantonate pazzesche nel mio lavoro? a chi conviene?
    il più delle volte la situazione è questa: “ehi fabio, scusa sono silvia… posso mandarti un paper così mi dai un parere? devo farne blabla e non ho capito bene blabla”. dove li vedete i pericoli?

    capisco l’etica, l’esigenza di essere più imparziale possibile. e vi assicuro che chi, come me, il mestiere lo fa davvero, non è insensibile a certe questioni.
    io, per dire, gli alberghi me li pago quasi sempre da me, oppure dormo da amici (non scienziati!) e cerco di evitare di mettermi in condizioni di “restituire favori”. anche per questo, seppur medico, ho sempre evitato il giornalismo medico, che mi avrebbe messo in seria difficoltà sotto questo aspetto. ma chi sceglie di fare questo lavoro, e di farlo davvero, adesso, in questo mercato, sappia che se si tiene alla larga dalla comunità scientifica è destinato a fallire. a non viverci. a essere uno dei tanti, e forse dei peggiori, e a non entrare mai davvero nel giro. e poi anche per poter criticare la scienza, è bene conoscerla davvero.

  3. Certo, certo Sbenci
    nessuno scultore potrà mai esercitare il suo mestiere se non si procura della creta o dei blocchi di marmo.
    Il fatto è che proprio perchè a passargli la materia prima è solo una certa Elite di “fortunati” che a loro volta dipendono inevitabilmente dalla Politica (l’ho scritto con la P maiuscola) , non può (lo scultore) alla fine, far parte dello stesso CLUB senza neanche rendersene conto.
    Ma quel che conta, dal punto di vista soggettivo, è il “come” Egli vive il suo tempo e NON come E’ IL NOSTRO TEMPO…..che poi è …..come il tempo di sempre.

  4. credo di non aver capito.

    la mia amica ricercatrice precaria di chimica che mi ha appena dato un parere su un brevetto per le bonifiche ambientali è una serva del potere? fa parte del club dei servi del potere?
    come vive il suo tempo?

    di che cavolo stiamo parlando?
    la posso chiamare o vado a naso, secondo te? e se la chiamo quale potere sto servendo? se non la chiamo, chi pagherà per il mio errore?

    ho il sospetto (o la speranza) che non stiamo parlando della stessa cosa.

  5. Sbenci, LEGGI :
    non può (lo scultore) alla fine, NON far parte dello stesso CLUB senza neanche rendersene conto.

    E’ vero. Mancava un “NON” nella frase.

    Ma non c’è nessuna intenzione, da parte mia, di arrivare a voler demonizzare i rapporti umani e men che meno i rapporti professionali. Ho scritto semplicemente che il meccanismo è questo. STOP

    Se nò, usando le stesse consequenziali, si potrebbe pure arrivare ad affermare che il contadino è servo del potere quando coltiva la terra o quando un allevatore produce un litro di latte.

    Quel che, da parte mia c’è da osservare ,invece, è che , a differenza dei lavori seriali dove una maestranza vale l’altra (vedi come esempio estremo la catena di montaggio) il giornalista non può fare i turni. Quando non c’è, il giornalista che lo sostituisce FA UN ALTRO GIORNALISMO, non quello del giornalista assente.
    E per me, lettore che leggo l’articolo, colgo sfumature diverse a secondo l’autore che l’ha scritto.
    Ed è nelle sfumature che ,come un’impronta digitale, si nasconde il SENSO e lo SPIRITO della REALTA’ oggetto della TESTIMONIANZA.

  6. Silvia, io non conosco nessuno che dice: “I giornalisti non devono avere rapporti con gli scienziati”. Sarebbe una stupidaggine, ovviamente. Però le relazioni fra giornalisti e scienziati non sono binarie.
    Esistono tante sfumature. L’amicizia, la stima professionale, la dipendenza economica e infinite altre. E la cosa che mi interessava indagare, con queste interviste, era proprio la natura di queste sfumature. Se cioè fanno bene o male alla qualità del giornalismo scientifico, e come e quando e perché.
    Altrimenti non c’è modo di capire come mai, quando succede qualcosa di grosso come all’Aquila, la nostra voce non è credibile. E non è credibile persino per gli standard del giornalismo italiano (che non è mica la BBC!). Eppure, come ricordava anche Cattaneo, più il tema è sensibile meno i giornalisti scientifici vengono ascoltati.
    Vogliamo chiederci come mai? Sarà che non siamo considerati indipendenti? E allora, visto che alla fine scriviamo per il pubblico e non per gli scienziati, riflettere su questa cosa non è per niente un esercizio teorico. Proprio il contrario.
    Altrimenti ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli, e la scienza verrà vista dai cittadini come una cosa molto più fredda e lontana di quello che è in realtà. Ancora di più di quanto non lo sia già adesso. Con tutti gli effetti che questo può avere quando si parla di politiche della ricerca. Per non parlare poi di quando si va a votare.

    1. Personalmente anch’io non credo che il pubblico non ci ascolti sui temi caldi tipo “processo ai sismologi” (ma siamo sicuri al 100% che non ci ascoltino, sicuri sicuri sicuri?) in quanto “amici degli scienziati”. Come silvia mi pare che se non ci ascoltano è per vari motivi, per esempio la scarsissima cultura scientifica del pubblico italiano, la scarsissima fiducia in genere verso gli organi di informazione, sfiducia mutuata dal panorama generale (e dalla stampa generalista e francamente come dare torto al pubblico…) e non dalla categoria particolare “giornalisti di scienza”.
      E continuo ad appoggiare Silvia quando dice che forse come categoria siamo un pochino più portati al fact-checking di altri, vuoi perché molti di noi arrivano da una formazione scientifica, e si sa che il lupo perde il pelo ma non il vizio…

      Poi non è che non ci sia chi non fa bene il proprio lavoro, chi è prezzolato (a prezzo veramente basso, visto il mercato, veniam via a poco…), però ecco, non direi che il giornalista scientifico sia meno preparato o meno attento di un reporter generalista su temi della deontologia, sul conflitto di interesse, sull’etica del giornalismo, sui metodi di lavoro, ecc.

      Avere un contatto con gli scienziati resta una parte fondamentale, direi imprescindibile, del lavoro del giornalista scientifico

  7. beh, io invece li ho sentiti. magari non così espliciti, però quasi.
    giuro: ne abbiamo parlato spesso anche coi colleghi anziani, perché è una posizione recente ma abbastanza agguerrita.
    davvero non ti è mai capitato di sentirlo dire?
    comunque avevo l’intenzione di rispondere a explorer (poi ci ho rinunciato: forse non ho davvero capito che cosa intendesse). non certo di prendermela con il tuo quesito, che è del tutto lecito.

    la mia idea è che noi giornalisti scientifici siamo poco ascoltati perché la scienza in questo paese è poco ascoltata. e ho la sensazione che da un giornalista generico sia difficile che noi scientifici possiamo prendere lezioni di etica o di indipendenza (che ci manca? e poi: hai presente gli altri?).
    nel mio mondo, non sento proprio di essere considerata non indipendente, subdola o di parte: sono piuttosto considerata un’incredibile rompicoglioni perché cerco l’h index di un ricercatore prima di intervistarlo, o perché sono sempre iperscettica sulle lagne della “società civile”. non perché per lavorare faccio venti telefonate a gente che di mestiere legge analisi chimiche e lo fa sicuramente molto meglio di me e di uno qualunque dei miei colleghi.
    lo stesso da parte del pubblico: non credo proprio che nel caso aquilano, in cui molti di noi hanno letto la sentenza come un grave errore, siamo poco credibili perché amici-di-scienziati. non siamo poco credibili: è semplicemente che non ci caga (quasi) nessuno.
    ok. quando discuti a tu per tu con qualcuno di poco preparato sull’argomento (e a me succede di continuo, che palle), alla fine, per tagliare corto la frase a volta capita che sia “vabbè ma la scienza difende se stessa…”. ma succede dopo. non è in discussione la nostra capacità di analisi. e non mi sento di dover difendere la mia idea, idea fondata su una certa attenzione e sullo studio (non apro bocca per dire cose che non so, in genere), discutendo sugli amici con cui passo il sabato sera.
    quello della scienza che difende se stessa è un non-argomento a cui non si risponde, a meno che la persona davanti a te non sia davvero un amico. il non-argomento potrebbe essere “vabbè ma qualcuno dovrà pure far qualcosa…” e avrebbe lo stesso valore.
    ah: sull’aquila gli scienziati non sono tutti della mia idea. gli scienziati sono come i giornalisti, come gli autisti dell’atac, le bidelle delle medie, i tecnici del suono: hanno opinioni diverse sulle cose. e tanti di loro hanno invece salutato la sentenza con favore (l’unica differenza con gli altri interlocutori è che loro per chiudere una discussione che li vede poco preparati non usano “la scienza difende se stessa” ma più spesso “qualcuno dovrà pure far qualcosa”).
    non solo: noi giornalisti scientifici veri siamo anche i primi a dare dei coglioni agli scienziati, non pendiamo certo dalle loro labbra. a volte ci becchiamo anche qualche querela. ma lavoriamo con loro (non per loro) e ci tocca vederli da vicino.
    infine: il caso aquilano è davvero unico. il più delle volte ho la sensazione che noi giornalisti scientifici siamo poco considerati perché siamo meno abili a sventolare cosce e a solleticare le panze della gente. il nostro pubblico è gente chic, ma è piccolo piccolo. il grosso di questo paese non sa nemmeno che esistiamo, noi giornalisti scientifici. e se c’è qualcosa di grosso, qualsiasi cosa grossa (bioetica, politiche energetiche, disastri ambientali), troverai articoli scritti da giornalisti non-scientifici per una ragione molto semplice: nei giornali generialisti il giornalista scientifico (quasi) non esiste più.

  8. “comunque avevo l’intenzione di rispondere a explorer (poi ci ho rinunciato: forse non ho davvero capito che cosa intendesse”
    ___________________________________________________________________________

    Onde evitare di passeggiare sul bordo dell’in-comprensione, e solo ai fini della comprensione e della discussione sul Thread, faccio, da lettore, un estrema ma madornale semplificazione.
    Io vedo due aree di azione del giornalista:

    1) L’area del “libero arbitrio” nella quale le influenze di sudditanza sono solo di carattere psicologico, quindi UMANO. E fanno parte del comune agire umano della propria individualità.

    2) e l’area del libro paga.

    Es. (qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale)
    Il potere politico sta per decidere il rinnovo dei finanziamenti alla Ricerca del Laboratorio X.
    Occorre lanciare una campagna di stampa ( persuasione ) per agevolare la decisione del politico a favore del Laboratorio X.

    Una semplice intervista al direttore del Laboratorio X su un quotidiano a grande diffusione o su un canale televisivo ritenuto autorevole (quindi no pubblicità) , se ben condita, ha buone probabilità di arrivare ai Decisori. E mezza strada è fatta.

    Fra questi due estremi , ognuno poi, fa il suo mestiere, come lognuno lo sa fare.

    Questa è l’opinione di un Lettore. Ma anche i lettori possono sbagliarsi, esattamente come i giornalisti.
    La “verità” è solo “un’opinione condivisa.”

    1. Explorer, come mai ha cambiato nome (ora risulta infatti domm)? se fa così puzza di troll. attenzione.

  9. Federica,
    grazie per avermi avvisato.
    Wordpress è la piattaforma comune di diversi blog. In un altro blog (energia & motori) io entro come Domm.
    Non so per quale caso di default , wordpress mi ha agganciato l’altro nick. Io non me ne sono accorto e ho spedito.

    Fra me e te:
    troll è un trermine molto vago che si presta a moltissimi significati nella rete. vedi wikipedia alla voce troll e disambigua.

    Effettivamente sì : io non sono mai lo stesso che ero ieri (altrimenti avrei vissuto un giorno invano).
    con questo significato, io, sì, sono un Troll.

  10. @Silvia e Federica: mi sembra che abbiamo colto due messaggi diversi da questo post. Non credo che la visione che esca fuori sia: “I giornalisti scientifici non sono indipendenti, che prendano lezioni dai generalisti”. Perché messa così non ha senso.
    Mi pare che la questione cruciale sia quella del rapporto con le fonti. Ovvero che nel nostro mestiere devi “fidarti” molto di più perché la specializzazione crescente rende impossibile sapere tutto. In questo senso il giornalismo scientifico non solo ha tutti i problemi di crediblità di quello generalista, ma anche un livello di difficoltà ulteriore. Serve allora un maggior livello di attenzione, e in questo senso la questione dell’indipendenza diventa importante proprio perché è più difficile da gestire. Poi magari è un problema irrisolvibile, chi lo sa, però almeno sapere che c’è mi pare una buona cosa.
    D’altra parte non credo abbia senso dare i patentini di moralità a seconda del settore in cui si lavora. Mai mi sognerei di pensare che i giornalisti scientifici sono intrinsecamente meno onesti, ci mancherebbe! Ma non mi sembra che le mie domande (né le risposte) suggeriscano questo.

  11. @ Federica
    OGGI (la) SCIENZA deve essere GIOCO.

    Kit di sopravvivenza del giornalista scientifico.

    Attrezzature occorrenti (in ordine di indispensabilità) :

    1) La migliore delle conoscenze delle UNITA’ di MISURA del Sistema Metrico Internazionale
    ( questo è il piede di Achille degli Scienziati)
    2) La migliore delle Conoscenze dei fondamentali di Psicologia individuale e Psicologia delle collettività.
    3) La Migliore delle Conoscenze dell’Economia & Finanza e della Politica. (Per un giornalista scientifico i termini Economia e Politica sono sinonimi.
    4) La migliore conoscenza di una PROPRIA disciplina scientifica.
    5) Una buona spolverata di conoscenze di tutte le altre discipline scientifiche ed in particolare di Filosofia delle Scienze.
    6) Spirito (o approccio al lavoro ) di tipo INVESTIGATIVO.
    7) UNA VISIONE della Scienza ad ampia apertura angolare dotata di ZOOM minimo 10X dall’Olismo al riduzionismo.

    E nello zainetto: Tener sempre presente che nelle SCINZE NON esiste l’ASSOLUTO. Da Einstein in poi, tutto è RELATIVO. Neanche il Sole ,oggi, è più al centro dell’Universo, nè l’Universo è l’unico spazio esistente, essendo esso solo una parte di un Multiverso che la mente umana ha persino dei problemi a com-premderlo.

    OGGI (la) SCIENZA deve essere GIOCO.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: