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Obama e la politica degli hamburger

Fast FoodAMBIENTE – Quando, nel 1937, Richard e Maurice McDonald, fondarono il primo ristorante McDonald’s a San Bernardino, in California, non potevano certo immaginare quello che sarebbe successo. Anno dopo anno, l’idea del fast food conquistò gli Stati Uniti e via via l’intero pianeta. Oggi l’intuizione di Richard e Maurice si è trasformata in un impero economico. McDonald conta più di 30mila punti vendita in tutto il mondo (13mila negli Stati Uniti), quasi mezzo milione di dipendenti e serve 48 milioni di clienti al giorno. Assieme a McDonald’s, altri marchi come Wendy’s, Burger King, Kentucky Fried Chicken e Jack in the Box si sono diffusi a partire dagli States, con migliaia di punti vendita e miliardi su miliardi di incassi. Il fast food che va a braccetto con l’industria della carne, rappresenta più che mai un modello di consumo che fa soldi e allo stesso tempo mette in ginocchio l’intero pianeta. Chissà se Obama, che anche nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione ha dichiarato di voler guidare la lotta ai cambiamenti climatici, lo considera uno tra i settori chiave da rivoluzionare.

Nel frattempo, come denunciano FAO, World Health Organization e World Watch Institute, l’industria della carne spreme le risorse naturali, genera insicurezza alimentare, causa problemi di sanità pubblica e contribuisce in modo massiccio alle emissioni di gas a effetto serra.

Secondo i dati del State of the World 2012, dagli anni settanta il consumo di carne a livello mondiale è triplicato. Oggi una persona che vive nei paesi industrializzati ha una media di 80 chilogrammi di carne all’anno contro i 32 dei paesi in via di sviluppo, ma il gap si sta assottigliando. Più della metà della carne del mondo viene prodotta e consumata nei paesi in via di sviluppo. Ogni anno 60 milioni di capi di bestiame sono utilizzati per produrre carne (ma anche uova e latticini). Se la tendenza continuasse, entro il 2050 si potrebbe arrivare a contare 100 miliardi di capi di bestiame, dieci volte tanto il numero della popolazione umana prevista.

Ma come nutrire tutti questi animali? A livello mondiale , l’85% dei germogli di soia viene lavorato per ricavare farina e olio e il 90% della farina viene utilizzato per produrre mangimi animali. La Cina consuma già più del 50% delle sue forniture di cereali per nutrire il bestiame, il doppio rispetto agli anni ottanta.

Secondo Michael Herrmann, dell’United Nations Population Fund, con l’attuale sistema di produzione agroalimentare si potrebbero nutrire fino a 9 miliardi di persone ma in realtà si cercano nuove terre per nutrire gli animali. Tanto per fare qualche esempio, l’agribusiness indiano ha formalizzato accordi con Kenya, Madagascar, Mozambico, Senegal ed Etiopia per coltivare ed esportare in India riso, zucchero di canna, olio di palma, lenticchie e in particolare grano come mangime per gli allevamenti. L’Etiopia, la nazione con più capi di bestiame di tutta l’Africa e con problemi gravi di insicurezza alimentare, potrebbe nei prossimi decenni decidere se utilizzare le risorse idriche e le terre disponibili, per produrre cibo e sfamare la popolazione oppure grano per il bestiame da macellare.

Altro dato allarmante è il waterfootprint (ovvero l’impronta idrica) legato alla carne. Secondo i dati delle Nazioni Unite, ogni tonnellata di manzo richiede 16mila metri cubi d’acqua.

L’Indian Institute of Management di Calcutta ha calcolto che “l’acqua virtuale” per una dieta vegetariana indiana si attesta su una media di 2,6 metri cubi d’acqua al giorno a persona mentre una dieta a base di carne stile fast food supera i 5,4 metri cubi, più del doppio.

La rapida globalizzazione della dieta occidentale porta conseguenze molto pesanti anche per quel che riguarda la salute. Frank Hu della Harvard School of Public Health, nel suo studio Globalization of food patterns and cardiovascular disease risk, definisce le conseguenze del modello di dieta fast food “le più rapide e drammatiche nella storia dell’umanità”. È un modello che non riguarda solo gli States ma si sta espandendo nel mondo intero. In India, da sempre il paese più vegetariano al mondo, oggi sta crescendo il consumo di carne e di conseguenza la percentuale di persone che soffrono di obesità e diabete. Secondo l’International Diabetes Federation, circa 50 milioni di indiani soffrono di diabete e potrebbero arrivare a 87 milioni nel 2050 che corrisponde oggi ad una spesa per le cure mediche in India pari al 2,1% del Pil annuo. Allo stesso tempo il sistema sanitario si trova a dover affrontare problemi di Aids, malnutrizione, tubercolosi e soprattutto il fatto che il 44% dei bambini sotto i cinque anni è denutrito.

E arriviamo al problema delle emissioni di gas serra. La zootecnia, che a livello mondiale porta con se terre da deforestare e coltivare, consumo di acqua, energia e una fitta rete di trasporti, è responsabile, secondo i dati di One Planet Food e del World Watch Institute del 18% di tutte le emissioni di gas serra, superando le emissioni di generate dall’intero settore dei trasporti (14%) nel mondo. Solo la produzione di energia (21%) supera l’allevamento come emissioni globali.

In Brasile, in base a uno studio di Friends of the Earth del 2009, addirittura il 75% delle emissioni di gas serra è dovuto alla deforestazione e ai cambiamenti d’uso del suolo per fare spazio al bestiame e alle colture.

Tornando agli Stati Uniti, nel piano per le strategie ambientali della Casa Bianca di cibo non se ne parla (se non per l’orto biologico della first lady). Se manca ancora un impegno politico, esistono invece iniziative che partono proprio dal mondo no profit americano come la campagna Meat Less Monday, dove si chiede semplicemente alle istituzioni e ai cittadini di non mangiare carne una volta alla settimana, per salvaguardare la salute e l’ambiente.

Per adesso, sembra difficile e poco conveniente per il presidente Obama, riconvertire forse l’unico settore che non conosce la crisi economica, che dà posti di lavoro e che è riuscito a diffondersi nel mondo intero con la capacità di influenzare scelte politiche, uniformare usi e costumi, conquistare risorse naturali e avere un contatto diretto con milioni di persone ogni giorno.

Crediti immagine: SteFou! Flickr

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