CRONACAULISSE

L’evoluzione umana sentita dalle orecchie

4827148662_d877838f62_zNOTIZIE – In alcune culture tradizionali sudafricane gli sciamani, per prevedere il futuro, lanciano ossicini. Sempre in Sudafrica, però, c’è anche chi, gli ossicini, li usa per comprendere meglio il passato: nello specifico, l’evoluzione umana. In quest’ultimo caso si tratta di ossicini molto particolari: quelli dell’orecchio medio, e cioè martello, incudine e staffa.

Uno studio, condotto da un gruppo internazionale e pubblicato questa settimana sulla rivista PNAS, potrebbe gettare nuova luce sull’evoluzione degli esseri umani. La ricerca ha analizzato gli ossicini auricolari di due specie di antenati dell’uomo in Sudafrica. Al contrario di altre ossa dello scheletro, gli ossicini auricolari, che sono le ossa più piccole del corpo umano e tra i fossili umani più difficili da reperire, sono già pienamente formati alla nascita, e le loro dimensioni non cambiano nell’evoluzione dell’individuo verso l’età adulta. Questa caratteristica indica che dimensioni e forma di martello, incudine e staffa sono sotto un controllo genetico molto forte e che i tre ossicini, nonostante le loro piccole dimensioni, contengono molte informazioni sull’evoluzione.

Allo studio, guidato dall’antropologo Rolf Quam della Binghamton University (Stati Uniti), hanno anche partecipato ricercatori spagnoli e italiani (Melchiorre Masali e Jacopo Moggi-Cecchi, rispettivamente delle università di Torino e Firenze). Il gruppo ha esaminato diversi ossicini auricolari appartenenti al Paranthropus robustus e all’Australopithecus africanus, tra cui la catena completa (comprendente, cioè, tutti e tre gli ossicini) più antica mai ritrovata per gli hominini, un sottogruppo – una tribù, nel linguaggio specialistico – degli ominidi. Le ossa risalgono a circa due milioni di anni fa e provengono dalle note località cavernicole sudafricane di Swartkrans e Sterkfontein, in cui in passato è già stato ritrovato un numero elevatissimo di fossili di antenati dell’uomo.

I ricercatori sono giunti a diversi risultati significativi. Mentre molti aspetti del teschio, dei denti e dello scheletro del due hominini restano piuttosto primitivi e simili a quelli delle scimmie superiori, il martello è una delle pochissime caratteristiche che siano simili a quelle della nostra specie, l’Homo sapiens, e tanto le sue dimensioni quanto la sua forma possono essere facilmente distinte da quelle dei nostri ‘parenti’ più stretti ancora in vita, scimpanzé, gorilla e oranghi.

Da questo dato, si è capito che i cambiamenti nell’anatomia di quest’osso devono essere avvenuti molto presto nella nostra storia evolutiva. Secondo Quam, “il bipedalismo e una riduzione nelle dimensioni dei canini sono stati da tempo indicati come un ‘marchio di umanità’ – a proposito di evoluzione umana e dentatura, si veda qui – dal momento che sembrano essere presenti nei fossili umani più antichi ritrovati finora. Il nostro studio suggerisce che la lista possa essere ampliata, e includere anche le modificazioni del martelletto”.

Sarà comunque necessario studiare altri fossili risalenti a tempi ancora più remoti, per corroborare questa affermazione, chiarisce Quam. Al contrario del martello, gli altri due ossicini, l’includine e la staffa, sembrano più simili a quelli di scimpanzé, gorilla e oranghi. Il sistema dei tre elementi, quindi, mostra un’interessante miscuglio di caratteri umani e scimmieschi.

Le differenze anatomiche trovate negli ossicini degli hominini, rispetto a quelli umani, insieme ad altre difformità nell’orecchio esterno, medio e interno, porta a ipotizzare che le due specie fossero dotate di diverse capacità auditive, anche se lo studio non lo dimostra in maniera conclusiva. A questo scopo, in futuro il gruppo studierà gli aspetti funzionali dell’orecchio degli hominini attraverso l’uso di ricostruzioni tridimensionali virtuali, sulla base di immagini generate da scanner per tomografia computerizzata di alta risoluzione.

Il gruppo ha già applicato questo approccio a fossili vecchi di 500mila anni, ritrovati in Spagna, nella Sierra de Atapuerca. Benché i fossili di questo sito rappresentino gli antenati dei Neanderthal, i risultati suggeriscono che le loro capacità uditive somigliassero già a quelle dell’Homo sapiens. Un’estensione di questo tipo di analisi all’australopiteco e al parantropo potrebbe permettere di risalire all’evoluzione temporale delle capacità uditive umane.

Crediti immagine: Stefano Intintoli, Flickr

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