CRONACAULISSE

Vittime del proto-climate change

800px-Wooly_Mammoth-RBCCRONACA – Alcuni dati: nel 1883 l’eruzione del vulcano Krakatoa, in Indonesia, sparse per il cielo 21 km cubici di materiale accompagnati dal boato più forte mai avvertito, che arrivò fino in Australia. Un’esplosione pari a quella di quattro bombe nucleari, seguita da terremoti e tsunami. Una catastrofe che costò la vita a 36000 persone.

Ora immaginate un’esplosione di una potenza numerose volte superiore a questa e con un impatto tale da coinvolgere quattro interi continenti. Cosa resterebbe di noi? Forse nemmeno il ricordo! Ecco allora che avrete in mente lo scenario proposto da Kenneth Tankersley per una Terra di 12800 anni fa. Tempo in cui i mammut circolavano per le pianure. Di loro almeno è rimasto il ricordo.

La storia si ripete; sono diversi i capitoli del racconto in cui il drammatico impatto con un “corpo altro” genera importanti conseguenze per il nostro pianeta  fra cui l’estinzione di massa di alcune specie. E pare che, 12800 anni fa, il periodo del Dryas recente sia proprio uno di questi capitoli. A raccontarci questa storia sono tonnellate di reperti provenienti da 20 siti, sparsi fra l’America e l’Europa. I detriti parlerebbero di un impatto con un qualcosa, forse una cometa o forse un meteorite, che avrebbe generato un’energia tale da arroventare l’aria e sciogliere interi strati rocciosi.

Il ricordo di questo evento, uno dei più catastrofici della nostra storia, sarebbe contenuto in microsferule di carbonio imprigionate all’interno dei detriti. Kenneth Tankersley dell’Università di Cincinnati sostiene, in uno studio pubblicato sul Proceedings of the Natural Academy of Science, che questo evento diede inizio a quello che lui chiama l’estremo sospiro dell’ultima glaciazione, che inevitabilmente ha coinciso con l’afflato dei grandi mammut. A supportare le ipotesi del geologo-archeologo, che ha guidato il team internazionale di studio, sarebbero i detriti rinvenuti nella caverna di Sheriden, in Ohio. Qui Tankersley, a meno di 50 metri dalla superficie, avrebbe individuato lo strato geologico corrispondente al periodo Dryas recente, circa 13000 anni fa. All’interno di questo strato ha osservato la presenza delle microsferule di carbonio che altro non sarebbero che la memoria geologica di una combustione di  vastissime proporzioni, avvenuta “qualche” anno fa.

L’estensione del territorio su cui sono dislocati i siti che parlano del Dryas recente, e la presenza di ulteriori tracce geologiche fanno pensare ad un evento ben più vasto di un’eruzione locale, se pur di grandi dimensioni. Insieme alle microsferule di carbonio infatti, ad avvalorare l’ipotesi di un disastroso contatto con il cosmo, sono i ritrovamenti di frammenti di materiale meteoritico come nanodiamanti, ovvero frammenti di diamante che si formano in condizioni chimico fisiche estreme, lonsdaelite o rari diamanti esagonali di origine extraterrestre, rinvenuti solo in crateri meteoritici.

Impact_eventNonostante le prove parlino di un impatto di entità sconvolgente, non sarebbe questa la causa diretta dell’estinzione di massa dei mammut, bensì la repentina e forte perturbazione climatica conseguente all’evento. E’ molto probabile infatti che, analogamente all’esplosione disastrosa del Krakatoa, le ceneri abbiano oscurato il cieo impedendo il passaggio dei raggi solari. Questo avrebbe portato ad un rapido e drammatico crollo delle temperature. Il clima di buona parte del mondo sarebbe cambiato in pochissimo tempo in maniera radicale. E quando l’ambiente cambia, non tutte le specie sono in grado di attutire il colpo e adattarsi in tempi rapidi. Secondo Kenneth Tankersley alle sfortunate specie che si trovarono ad aver a che fare con un mondo trasfigurato rimanevano tre possibili chanches: adattarsi velocemente nella forma e nelle necessità alle nuove condizioni, migrare alla ricerca di nuovi territori o estinguersi velocemente. Secondo il ricercatore, i grandi mammuth “scelsero” la terza.

Nel 2010 i risultati di uno studio collaborativo condotto da 40 istituti sparsi su territorio internazionale, fusione di dati paleoclimatici, analisi genetiche di residui di DNA e dati archeologici, metteva in crisi l’idea, dell’unicità di causa dell’estinzione di alcuni grandi mammiferi a carico dell’uomo, ipotizzando un concerto di cause fra un repentino climate change e la predazione umana. Lo studio, pubblicato su Nature, alleggeriva un po’ la coscienza, già pesante per il ruolo giocato dall’uomo nell’estinzione di altre specie come il cavallo selvatico e del bisonte in Siberia. Infine Kenneth Tankersley arriva a confermare l’ipotesi attribuendo al clima una capacità di predazione più efficace di quella umana.

Questo studio, sottolinea Kenneth Tankersley, ci ricorda la fragilità delle specie di fronte alle variazioni ambientali e la forte dipendenza delle une nei confronti delle altre. “Oggi stiamo vivendo un’ulteriore fase di climate change” dice il ricercatore sottolineando come in passato l’uomo sia riuscito a trovare le giuste strategie adattative in simili momenti di crisi, laddove altre specie hanno “fallito”.

“Che il passato ci sia d’insegnamento” il messaggio del ricercatore, il quale esorta al mantenimento di uno stile di vita sostenibile come catalizzatore di adattabilità, in caso di repentino stress ambientale.

Crediti prima immagine: Tracy O, Wikimedia Commons

Crediti seconda immagine: Fredrik, Wikimedia Commons

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