CRONACAULISSE

Il linguaggio degli odori (made in Malesia)

5064215189_88139bb7c3_bCRONACA – Odora di cioccolata, profuma di caffè, sa di banana, fa schifo, sembra buono. Descrivere gli odori sembra facile, messa in questi termini, ma non è proprio così. Anzi, in particolar modo gli inglesi hanno grandi difficoltà nel dar loro un nome e caratterizzarli per bene come si fa con i colori. Proprio questo ha portato i ricercatori a ipotizzare che la rappresentazione degli odori non abbia poi così tanto a che fare con i centri del linguaggio nel nostro cervello. Ma è davvero così?

La psicologa Asifa Majid dell’Università Radboud Nijmegen e il linguista Niclas Burenhult dell’Università Land Sweden hanno trovato le prove del cosiddetto “linguaggio degli odori” nella penisola malese, e pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista Cognition.

Anche quando si parla di odori comuni e molto familiari, come quelli di caffè, banana e cioccolata, le persone riescono a descriverli correttamente solo nel 50% dei casi. Questo dato così inaspettato ha sempre portato a supporre che l’olfatto manchi, per così dire, di parole, anche se non vale per tutte le lingue. I ricercatori hanno indagato in particolar modo le attitudini delle persone che parlano jahai, il linguaggio dei cacciatori e dei raccoglitori della penisola malese. In jahai ci sono dozzine di parole differenti che permettono di distinguere tra le varie tipologie di odori. Ad esempio, itpit si usa per descrivere il profumo di alcuni fiori, dei frutti maturi, del legno di aquilaria e dei binturong, particolari animali chiamati anche orsi-gatto. Un’altra parola tratta da questo linguaggio degli odori è cŋɛs, utilizzata per descrivere l’odore di benzina, fumo, escrementi e tane di pipistrello, alcune specie di millepiedi e le radici dello zenzero selvatico.

Un gran pot-pourri insomma, per rimanere in tema! Questi termini si riferiscono però a differenti caratteristiche degli odori, e sono astratti nello stesso modo in cui lo sono le parole blu, viola e verde. Possiamo dunque dedurre che chi parla jahai sarà sempre più abile nel descrivere gli odori? Per provarlo, gli scienziati hanno sottoposto a un gruppo di persone che lo parlano una serie di odori e colori, gli stessi presentati anche a un gruppo di persone che invece parlavano inglese. Ogni partecipante doveva rispondere a semplici domande come “Che colore è questo?” o “Che odore è questo?”. Le risposte sono in seguito state confrontate sulla base di numerosi aspetti, dal tempo necessario ai partecipanti allo studio per rispondere, al tipo di risposta fino alla concordanza di definizioni tra i due linguaggi.

Le scoperte? Chi parlava jahai era in grado di dare un nome agli odori con la stessa precisione con la quale lo attribuiva ai colori, ed erano tutti piuttosto d’accordo sulle definizioni, risultate nella maggior parte uniformi. Per quando riguarda i partecipanti che parlavano inglese, invece, la difficoltà riscontrata nel dare un nome agli odori era evidente rispetto alla capacità di descrivere i colori. Ovvero: i primi sfruttavano il ricco lessico del “linguaggio degli odori” messo a disposizione, per così dire, dallo jahai, i secondi invece utilizzavano perlopiù descrizioni basilari, come “sa di banana” o “è disgustoso”, impiegando un tempo cinque volte più lungo anche quando gli odori erano più che familiari come cannella e vino (meno conosciuti alla popolazione malese). La difficoltà nel dare un nome agli odori, dunque, nasce da una combinazione tra cultura e fattori biologici.

Crediti immagine: Eric Bas, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

5 Commenti

  1. E’ abbastanza naturale dal momento che il cervello percepisce in modo diverso i colori…(lo stesso colore da sesazioni diverse a chi lo osserva) che questo avvenga anche per gli odori. Il lessico non è altro che la convenzione di chiamare questa cosa in con un nome convenevole appreso. Va da se che probabilmente se a me piace il blu ed ad un altro piace il rosso la senzazione data a me del blu sia uguale alla sensazione che all’altro da il rosso… per convenzione cio’ che piace a me lo chiamaimo blu cio’ che piace a lui rosso. Se manca questa convenzione e si tenta di descrivere la senzazione si arriava a capire che vediamo il mondo in modo diverso… E’ naturale che cio’ avvenga per gli odori mentre non avvenga per la mancanza o eccedenza (fotografia bianco nero + – luce, quindi più meno odore..)

  2. […] «… quando si parla di odori comuni e molto familiari, come quelli di caffè, banana e cioccolata, le persone riescono a descriverli correttamente solo nel 50% dei casi. Questo dato così inaspettato ha sempre portato a supporre che l’olfatto manchi, per così dire, di parole, anche se non vale per tutte le lingue. I ricercatori hanno indagato in particolar modo le attitudini delle persone che parlano jahai, il linguaggio dei cacciatori e dei raccoglitori della penisola malese. In jahai ci sono dozzine di parole differenti che permettono di distinguere tra le varie tipologie di odori. Ad esempio, itpit si usa per descrivere il profumo di alcuni fiori, dei frutti maturi, del legno di aquilaria e dei binturong, particolari animali chiamati anche gatto orsino. Un’altra parola tratta da questo linguaggio degli odori è cŋɛs, utilizzata per descrivere l’odore di benzina, fumo, escrementi e tane di pipistrello, alcune specie di millepiedi e le radici dello zenzero selvatico.» (Il linguaggio degli odori – made in Malesia, Oggiscienza.it) […]

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