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Boicottare Science, Nature e Cell?

521px-Randy_Schekman_8_February_2012RICERCA – Poco più di un mese fa hanno fatto scalpore le dichiarazioni del neo-premio Nobel per la medicina Randy W. Schekman sulle riviste scientifiche attualmente leader del settore, cioè Nature, Science e Cell. Secondo Schekman queste infatti danneggiano la scienza perché, nonostante l’impact factor di un giornale sia inadeguato a definire la qualità dei singoli lavori di ricerca, una pubblicazione nei top journals rimane un riconoscimento influente. Da parte loro, inoltre, i grandi editori seguono logiche squisitamente commerciali, privilegiando i lavori più “accattivanti” e non necessariamente i più meritevoli, come dimostrerebbe la grande quantità di studi ritrattati (per non parlare di quelli che non sono ancora stati ritrattati ma che lo meriterebbero, come il famoso studio sui batteri all’arsenico pubblicato su Science).

E Schekman ha invitato quindi i colleghi a unirsi alla lotta:

Come molti ricercatori di successo, ho pubblicato con questi grandi marchi, inclusi i lavori che mi hanno fatto vincere il premio Nobel per la medicina che sarò onorato di ricevere domani… Ma non più. Ho impegnato il mio laboratorio a evitare i giornali blasonati, e incoraggio gli altri a fare altrettanto.

In molti hanno plaudito alla presa di posizione di Schekman, chi a ragion veduta e chi meno, come i supporter di Stamina che ci hanno voluto vedere le prove dell’ennesimo complotto della “kasta” degli scienziati.

Ma smorzato l’entusiasmo c’è ora chi, come il dottorando Thomas Livermore, si chiede su The Guardian quanto questo boicottaggio sia realizzabile da parte dei giovani ricercatori. Proprio perché queste riviste sono così influenti, come si può realisticamente chiedere ai ricercatori all’inizio della loro carriera di rinunciare all’opportunità di pubblicare sulla rivista che ha rivelato al mondo la struttura del DNA? Molti concordano che questo circolo vizioso debba essere interrotto, ma un boicottaggio avrebbe non solo poche possibilità di concretizzarsi per (più che legittimi) interessi individuali ma difficilmente porterebbe a una riforma delle attuali pratiche di valutazione della ricerca e quindi del suo finanziamento, i cui difetti vanno ben oltre la “sacra triade” SNC e lo scontro tra riviste open access e in abbonamento. Anche secondo il professor Steve Caplan il problema della valutazione e dei finanziamenti precede quello dell’editoria (alla quale comunque è connesso). Scrive infatti Caplan sul suo blog Occam’s corner (link editoriale):

Anche io ho firmato e supporto DORA – Declaration on Research Assessment – secondo cui gli scienziati dovrebbero essere valutati in base al loro contributo scientifico, invece che secondo un sistema artificiale e superficiale basato sulla conta dell’impact factor delle loro pubblicazioni. Ma un boicottaggio dei “super journals” con un elevatissimo impact factor (Cell, Science, Nature), proposto dal Dr Sheckman, manca il bersaglio. Vorrei quindi raccomandare  i miei colleghi biologi cellulari e al premio Nobel appena nominato, il Dr Schekman, per quale ho il massimo rispetto, di concentrare prima di tutto le nostre energie nell’assicurare fondi sufficienti per mantenere a galla le scienze biomediche. Spero che i nostri straordinari premi Nobel useranno la loro influenza e il loro peso per guidare il cambiamento. Quando avremo fatto in modo di arginare il danno alle carriere degli scienziati, allora sarà il momento di affrontare la complessa questione di come migliorare il sistema di pubblicazione dei risultati scientifici.

La rivoluzione, come sempre, non è dietro l’angolo.

Crediti immagine: James Kegley, Wikimedia Commons

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

2 Commenti

  1. aIl fattore d’impatto in una rivista blasonata è di fatto una sorta di esame pagato con un cambio merce che è la pubblicazione stessa. Questo modello è sicuramente raccapricciante in quanto da un lato l’editore della rivista si pone nel ruolo di presidente di una commissione giudicante che non è certamente il ruolo che gli compete, certo ci sono i refery che fanno lo sporco lavoro di verifica, ma sono nominati dal direttore stesso, quindi viene pubblicato soli quello che lui reputa essere digeribile per il proprio stomaco, fatto che nomina con linea editoriale 😉 Poi c’è il problema della proprietà intellettuale che passa dall’autore alla rivista bypassando il fatto che in realtà il lavoro scientifico quasi mai è vincolato da copyright. Se si operasse in un regime di diffusione e citazione dei lavori la musica cambia… basterebbe solo che si cambiassero le regole, semplice, ma la lobby degli editori è dietro l’angolo e cercherà di bloccare tutto…

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