LA VOCE DEL MASTER

Terapia genica al Festival con Luigi Naldini

Luigi NaldiniLA VOCE DEL MASTER – Era il 1999 quando al Festival di Sanremo approdò la scienza italiana, con la conduzione, assieme a Fabio Fazio, del Premio Nobel per la Medicina Renato Dulbecco. A distanza di quindici anni, la sera di martedì 18 febbraio, Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (TIGET), esperto mondiale nella terapia genica e nella ricerca sulle cellule staminali, sarà testimonial dell’eccellenza scientifica del nostro paese durante la serata inaugurale del Festival della canzone italiana.

Luigi Naldini ha avuto la formidabile intuizione di “addomesticare” il virus Hiv, al fine di sfruttarne l’incredibile (e famigerata) capacità di entrare nelle cellule e trasferirvi il proprio Dna. “La sua è un’idea geniale, ma spero che non si sogni mai di arrivare ad applicarla sui pazienti!” fu il commento di uno scienziato la prima volta che Naldini la presentò a un congresso. E invece oggi quell’idea è diventata realtà: al TIGET sono riusciti a trasformare il virus responsabile dell’Aids in un ottimo traghettatore di Dna “buono”, in grado di curare gravi malattie genetiche rare.

Malattie con nomi che il pubblico al quale si rivolgerà Naldini dal Festival forse a fatica riuscirà a ricordare: leucodistrofia metacromatica e sindrome di Wiskott-Aldrich. Malattie che portano anche i nomi di piccoli pazienti – come Mohamad, Giovanni o Kamal – che proprio grazie alle ricerche del team guidato da Naldini possono oggi sperare in un futuro più sereno.

Ci saranno anche i suoi pazienti, martedì sera, davanti alla tv a vedere il loro dottore sul palco dell’Ariston?

I bambini trattati negli studi clinici all’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica sono quasi tutti troppo piccoli per seguire il Festival e, per la maggior parte, vivono all’estero. Martedì sera saranno comunque nei miei pensieri e in quelli dei miei collaboratori perché sono la ragione per cui lavoriamo e per cui ci siamo impegnati in una ricerca che ha portato a risultati importanti, tanto da guadagnarsi anche il riconoscimento del grande pubblico.

Coglierà l’occasione per parlare del caso Stamina?

Questo è un tema che merita di essere trattato con tempo sufficiente e serietà, prima di tutto per rispetto nei confronti dei pazienti. Preferisco lasciare questo argomento fuori da un contesto di intrattenimento come quello del Festival.

Ma come ci è arrivato, a Sanremo? L’ha chiamata Fazio di persona?

No, no, è stata la squadra autorale a mettersi in contatto con la Fondazione Telethon per propormi la partecipazione.

E lei come l’ha presa?

Sicuramente non è il tipo di invito che sono abituato a ricevere. Ho accettato dopo qualche esitazione. La musica mi piace, ma ascolto soprattutto classica. Su quella leggera diciamo che non sono molto aggiornato. Mi sentirò, come immagino sia per gli altri ospiti che appartengono a mondi diversi da quello dello spettacolo, emozionato e imbarazzato. Ma anche in un ruolo che è simile a quello dell’ambasciatore. Nel mio caso, rappresento il mondo della ricerca e i molti colleghi che svolgono questo lavoro bellissimo e impegnativo, per lo più lontano dai riflettori.

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