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Nature, le staminali e i dubbi sui paper

stamCRONACA – Sembrava troppo bello per essere vero. Forse perché lo era: produrre cellule staminali pluripotenti a partire da cellule del sangue mature intervenendo solo sui fattori ambientali, in particolare abbassando il pH o esercitando pressione meccanica sulla membrana cellulare. I due paper in questione (questo e questo) sono stati pubblicati su Nature a gennaio, e la stessa Haruko Obokata, leader del team di ricerca, aveva raccontato del suo stupore quando si era resa conto della potenzialità dello stress nel modificare le cellule. Uno stupore che si è tradotto, pare, in enormi difficoltà da parte di altri esperti di cellule staminali nel ripetere l’esperimento, e che ha portato uno dei co-autori dei paper a chiederne il ritiro temporaneo. Ma partiamo dall’inizio.

Stressare le cellule

Lavorando su delle colture cellulari, Obokata aveva infatti notato che le cellule adulte, dopo essere passate attraverso canali delle dimensioni di capillari, si rimpicciolivano fino a raggiungere dimensioni pari a quelle delle staminali. Aveva dunque continuato a indagare, sottoponendo le cellule in questione a varie tipologie di stress: dal calore alla pressione meccanica fino ad alti livelli di calcio e tossine che bucano la membrana, tutti questi fattori parevano effettivamente portarle allo stadio di staminali. La pratica più semplice era proprio quella di una sorta di “bagno” acido: 30 minuti di immersione in una soluzione acida portavano le cellule non solo a sopravvivere, ma addirittura a riprogrammarsi come staminali embrionali pluripotenti, e da qui è stato coniato il nome per la tecnica, stimulus-triggered acquisition of pluripotency (STAP). Ma per guadagnare il nome di pluripotenti non era sufficiente, perché le cellule avrebbero dovuto infatti essere in grado, a quel punto, di trasformarsi nei vari tipi cellulari.

La seconda parte dell’esperimento continuava dunque in quella direzione: le cellule sono state taggate in modo da essere riconoscibili per fluorescenza, e iniettate in un embrione di topo. Se se ne fossero trovate tracce in tutti i tessuti adulti, questo avrebbe provato la loro pluripotenza. Dopo un primo test l’esperimento non aveva dato i risultati sperati, ma una fluorescenza piuttosto flebile, e l’esperto nella clonazione murina Teruhiko Wakayama aveva suggerito di prelevare le cellule iniziali dai tessuti già completamente formati di un topo giovane e non da un esemplare adulto.

Il risultato? Un embrione completamente fluorescente. Poi a gennaio la pubblicazione dei due paper, per una ricerca definita “game changing” dalla commissione di valutazione indipendente che l’ha revisionata e che è valsa il commento di Shinya Yamanaka (che al tempo si era espresso anche su Stamina): “I risultati sono importanti per capire la riprogrammazione nucleare”, affermava il premio Nobel, che ha aperto la strada alla ricerca sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPS). “Da un punto di vista pratico verso le applicazioni cliniche, vedo questo studio come un nuovo approccio per generare cellule pari alle iPS”.

Poi però

Dopo la comparsa dei due paper su Nature, non sono tardati i resoconti di altri scienziati esperti nelle cellule staminali che non erano stati in grado di ottenere gli stessi risultati del team giapponese, e che segnalavano possibili problemi sia per quanto riguarda i dati sia le immagini pubblicate. Il co-autore che ha richiesto il temporaneo ritiro del paper è proprio Wakayama, che a fronte dei numerosi errori emersi dopo la pubblicazione ritiene che la cosa più giusta da fare sia ripetere le analisi, e ri-provare la veridicità dello studio con dati e immagini corrette. Nel qual caso non si riuscisse a fare le dovute verifiche, diventerebbe necessario capire come è stato possibile incappare in un errore così madornale, e lo stesso RIKEN Center for Developmental Biology, dove lavora Obokata, ha annunciato di aver avviato un’inchietsa indipendente. Wakayama sembra comunque fiducioso, perché nel suo laboratorio è riuscito a riprodurre l’esperimento in maniera autonoma seguendo le indicazioni di Obokata, e commenta che pur sembrando un procedimento semplice non lo è affatto.

Ma le polemiche non si fermano all’impossibilità di ottenere risultati, perché le segnalazioni sono anche d’altro genere. Come portato all’attenzione di Nature dal blog PubPeer, nelle immagini dei paper pubblicati a gennaio ci sarebbero anche dei duplicati, imagini già viste in un vecchio paper del 2011 sempre a firma di Obokata, e altre modifiche sospette. Come riporta Nature sull’articolo che spiega l’evolversi della vicenda, un altro autore, Charles Vacanti, aveva già segnalato il problema. Si tratterebbe di un errore in buona fede, in quanto le immagini non vanno comunque a interferire in alcun modo con i dati riportati, e non riguardano le conclusioni dello studio né influiscono sui metodi con i quali può essere portato avanti da altri scienziati. Staremo a vedere.

Crediti immagine: Nissim Benvenisty, Wikimedia Commons

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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