AMBIENTE

Tirreno Power a Vado Ligure: cosa dice l’ordinanza

768px-Vado_Ligure-IMG_1570 AMBIENTE – “È stato ampiamente evidenziato nei paragrafi che precedono, che la condotta tenuta dalle società che si sono succedute nella gestione della centrale di Vado Ligure (“Interpower S.p.A.” e “Tirreno Power S.p.A.”) è stata costantemente e sistematicamente caratterizzata da reiterate inottemperanze alle prescrizioni, sia negli anni antecedenti al rilascio dell’ AIA, sia nel periodo successivo al rilascio della stessa. In altre parole, appare dimostrato che il gestore, in tutti questi anni e fino alla data odierna, ha sempre fatto quello che gli tornava più vantaggioso, il tutto nella neghittosità degli organi pubblici chiamati a svolgere attività di controllo, e che, lungi dal sanzionare le dette inottemperanze, hanno ritardato in modo abnorme l’emissione dei dovuti provvedimenti ed emesso alla fine una AIA estremamente vantaggiosa e frutto di un sostanziale compromesso in vista della costruzione di un  nuovo gruppo a carbone che si presenta come meramente ipotetica, non preoccupandosi da ultimo di imporre l’adempimento delle prescrizioni in ordine alla collocazione dello SME. Non si può poi dimenticare – ed anzi è l’elemento di maggior rilievo – che il reato contestato prevede, come sua ipotesi sicuramente più grave, l’ingente danno alla salute provocato dal dimostrato aumento del ricoveri ospedalieri e del numero dei decessi riconducibile direttamente alla presenza della centrale.”

Queste le parole del GIP Fiorenza Giorgi che si leggono nelle ultime pagine dell’ordinanza con la quale, un paio di settimane fa, ha disposto il sequestro preventivo dei gruppi VL3 e VL4 alimentati a carbone della centrale termoelettrica Tirreno Power di Vado Ligure, ipotizzando il delitto di “disastro ambientale”.

Per capire meglio quello che è successo, bisogna tornare almeno al 2011, quando la procura su segnalazione dei cittadini comincia a indagare sullo stabilimento. In breve si distinguono tre filoni principali nell’indagine, interconnessi ma distinti. Uno riguarda il rispetto delle norme vigenti in materia di tutela della salute e dell’ambiente: va da sé che impianti come quello di Vado Ligure dovrebbero essere costantemente controllati da autorità indipendenti, nonché impegnarsi a migliorare le proprie prestazioni secondo il principio delle MTD (Migliori Tecniche Disponibili), ma secondo la procura tutto questo non si è verificato, anche se l’azienda poco tempo fa affermava di aver sempre lavorato entro i limiti di legge. Inoltre a oggi la costruzione del nuovo gruppo a carbone promesso nel 2012 dopo una lunga trattativa e necessario per la graduale ricostruzione dei due più vecchi (la centrale risale al 1971) ora sotto sequestro, a oggi non è nemmeno cominciata.

Il secondo filone è quello delle consulenze epidemiologiche: la procura ha da subito incaricato il dottor Paolo Crosignani (Istituto Nazionale dei Tumori, Milano) e il dottor Paolo Franceschi (pneumologo) di scoprire se ci fosse un nesso causale tra l’attività della centrale e le patologie della zona. Questi hanno concluso che “Le analisi sia sui ricoveri per le patologie identificate a priori sia sulla mortalità per patologie anch’esse stabilite a priori mostrano importanti effetti sulla salute dovuti alle emissioni della centrale” cioè i composti emessi dalla centrale, tra cui in particolare gli ossidi di zolfo e azoto aumenterebbero le patologie respiratorie e cardiovascolari, soprattutto nei bambini.

Il terzo filone è quello della perizia ambientale, affidata pochi mesi dopo al dottor Stefano Scarselli, specialista in biomonitoraggio. I licheni, come noi, non gradiscono molto gli ossidi di zolfo e azoto, di cui la centrale è la maggiore produttrice nella zona e infatti, come già identificato da precedenti indagini, la biodiversità della flora lichenica nella zona è andata diminuendo negli ultimi 20 anni. Oltre che come bioindicatori, i licheni sono anche stati usati come bioaccumulatori, cioè sono stati trapiantati nella zona per poi analizzare quali contaminanti venivano assorbiti e in quale quantità. Queste analisi, si legge sempre nell’ordinanza “hanno evidenziato seri fenomeni di contaminazione a carico di diversi elementi di rilevanza ambientale e sanitaria, quali soprattutto arsenico, antimonio e rame, oltre a cromo, cadmio, piombo, nichel e vanadio.”

La tesi della procura è quindi che tutti gli aspetti dell’indagini puntinno nella direzione di una negligenza da parte dei gestori dell’impianto. In quest’ultimo sono attualmente rimaste attive solo le due turbine a gas, ma gli avvocati l’azienda, guidati dall’ex-ministro della giustizia Paola Severino, potrebbero presto ottenere il dissequestro concordando con la procura la realizzazione di una serie di interventi di modifica all’impianto, anche se già si esclude l’installazione di una nuova centralina SME (Sistema di monitoraggio emissioni) per sostituire quella giudicata inattendibile dagli inquirenti: troppo costosa.

Immagine: Davide Papalini via Wikimedia Commons

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

5 Commenti

  1. Però il giudice riconosce che l’azienda ha rispettato le leggi. Parla di negligenza perché l’azienda poteva fare di meglio. Non è come accusare uno che ha l’auto Euro3 di non avere preso l’auto Euro6? Se la motorizzazione mi dà il libretto e pago il bollo perché mi sequestri la macchina? Poi che l’auto inquina lo so pure io…

    1. Ai soci non interessa investire, non c’è la convenienza economica e nessun ritorno a breve dell’investimento. Ai soci interessa lasciare a casa il personale ed avere l’autorizzazione al funzionamento dei gruppi a carbone alle migliori condizioni per vendere la società al miglior offerente.

  2. La centrale a carbone fa i suoi danni. E c’è una notizia: in Italia sta calando anche la richiesta di “base load” a carbone. Le centrali disponibili non hanno realizzato appieno le proprie capacità, probabilmente anche a causa dell’import di nucleare francese (oltreché della ingombrante presenza delle rinnovabili).

    Il fatto che l’economicità di questi impianti sia minacciata ci espone ad un rischio ancor più grave: i gestori, sapendo di non poter contare su profitti così elevati, tirano sui costi. Avrete già indovinato su cosa scelgano di risparmiare.

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