mercoledì, Dicembre 19, 2018
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Un tesoro da smantellare

750px-HEUraniumCSPECIALE MARZO – Il dibattito sul nucleare va e viene a seconda dei periodi, delle elezioni politiche, delle crisi energetiche e ritorna d’attualità purtroppo con i disastri atomici come quello di Fukushima. Ma il nucleare va avanti? o è un sistema da smantellare? In ogni caso l’impressione è che da dismettere non ci siano solo le centrali ma un sistema di filiera troppo importante in termini di PIL. Ne abbiamo parlato con Sergio Zabot, ingegnere esperto di energetica e autore del libro Illusione Nucleare.

Ci può spiegare cosa intende per filiera commerciale del nucleare?

Attualmente c’è una filiera basata sulla fissione nucleare e in particolare sull’uranio arricchito, nata e cresciuta sotto egide militari, trasformata dai paesi vincitori dell’ultima guerra mondiale in filiere commerciali più o meno fruttifere, sia per l’abbattimento del costo dell’energia elettrica, sia per vere e proprie filiere commerciali indipendenti.

In che senso la filiera nucleare è importante in termini di PIL?

La filiera è lunga, complessa e si compone delle fasi mining & milling, arricchimento e confezionamento, impianti di produzione e gestione dei rifiuti. Solo l’attività mineraria connessa con la produzione di minerale di base (yellowcake), il cosiddetto mining & milling, ha un valore dell’ordine di circa 10 miliardi di dollari all’anno. Il business dell’arricchimento e del confezionamento è poco conosciuto anche perché sono solo in dieci a farlo: Russia, USA, Francia e UK che coprono l’85% della produzione e il resto suddiviso tra Olanda, Germania, Cina e Giappone. In fondo alla lista troviamo India e Pakistan che producono lo 0,02% del fabbisogno di uranio arricchito ma molto probabilmente per scopi esclusivamente militari.

Parlando di impianti, quanto può costare una centrale nuova?

Entrando più nel merito degli impianti di produzione, il valore attuale dei 440 reattori in esercizio si aggira sui 3.000 miliardi di dollari. Una centrale nuova da 1.000 MW viene a costare dai 5 agli 8 miliardi di dolari. Tutto questo esplicita il valore totale degli affari che ruotano intorno alla mera produzione di energia elettronucleare.

Cosa si sta cercando di fare invece per la gestione dei rifiuti radioattivi?

È una questione non ancora risolta e difficilmente risolvibile, anche con le ultime generazioni di reattori. È vero che i reattori di terza generazione hanno rese superiori e quindi riducono un po’ gli scarti, ma generalmente questi sono a più alta intensità e poi il problema di fondo rimane intatto: dove tenerli per i prossimi 10.000 anni? La soluzione che sembra la meno problematica è di tenerli in superficie in recinti ben strutturati e controllati militarmente.

Per quel che riguarda gli scarti lei parla addirittura di “peccati mortali del nucleare”…

Sì, sono la devastazione di interi territori e la morte invisibile che questa tecnologia lascia dietro di sé. Devastazione per l’attività mineraria. Ormai i chilometri quadrati si contano in termini di decine di migliaia, aree grandi come la regione Lombardia perse nella bush australiana o nelle steppe del Kazakistan o nei deserti sahariani o tra le foreste del Canada. Gli scarti di lavorazione delle miniere sono arrivati a quasi 2,5 miliardi di tonnellate sparse anche in parecchi siti abbandonati per esaurimento del minerale. I siti che ospitano le miniere, che durante lo sfruttamento sono rigidamente controllati, dopo la chiusura vengono regolarmente abbandonati, per la gioia delle popolazioni limitrofe che possono contaminarsi senza nemmeno saperlo.

C’è il rischio che l’uranio impoverito venga utilizzato nel settore militare?

In giro per gli arsenali militari di Russia, USA, Francia, UK, Olanda, Giappone, ma anche di Cina, Sud Africa e Germania c’è oltre un miliardo di tonnellate di uranio impoverito di cui non sanno cosa farsene. L’ultima trovata per disfarsene è addirittura criminale: mettere l’uranio impoverito nelle testate dei proiettili perché pesa di più, consente di passare le corazze dei tank e poi fa un bel botto che accoppa tutti.

La fase di back end, ovvere le operazioni necessarie a rendere il combustibile sicuro ed eventualmente le fasi per essere riprocessato, è forse la più redditizia nella filiera nucleare…

Certo, basti pensare che già i siti che ospitano le centrali nucleari funzionanti e quelli per stoccare le scorie, devono mantenere sistemi di sicurezza di tipo militare se non addirittura presidiati dai militari. Analogalmente il riprocessamento del combustibile esausto e lo smantellamento degli impianti a fine vita comportano costi e rischi. Nel 2009 avevo stimato che il fatturato annuo del comparto back end a livello mondiale era ormai pari a 1.500 miliardi di euro.

Si arriverà o no allo smantellamento del sistema nucleare?

La filiera nucleare è talmente rilevante in termini economici e finanziari che non può essere dismessa tout court. Il nucleare potrebbe essere ridotto a nicchia per generare energia base load ma l’impressione è che stiamo parlando di tempi biblici.

 Crediti immagine: Choihei, Wikimedia Commons

 

 

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