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L’allattamento notturno come strategia evolutiva anticoncezionale?

1101531528_acc78b3541_bRICERCA – Oltre ad essere la forma d’alimentazione migliore per un neonato (ne avevamo già parlato qui), l’allattamento al seno è un momento di comunicazione intima e profonda tra madre e figlio. Meno poeticamente, le poppate notturne, scandite da intervalli ben precisi, sono motivo di numerose ore insonni per i neogenitori. Uno studio pubblicato su Evolution, Medicine, and Public Health, a cura di David Haig dell’Università di Harvard, analizza l’allattamento al seno da un punto di vista evolutivo e fornisce un inedito punto di vista: sembrerebbe, infatti, che i neonati che richiedono poppate frequenti nelle ore notturne stiano cercando di ritardare la comparsa dell’ovulazione nella madre per prevenire la nascita di un altro bebè, col quale dovrebbero competere.

Si tratta chiaramente di un meccanismo evolutivo con radici lontane, del quale  portiamo tutt’oggi l’eredità. L’amenorrea da lattazione, cioè l’assenza di ciclo mestruale durante i mesi dell’allattamento,  è una condizione che coinvolge molte neomamme. È un processo del tutto fisiologico, guidato dall’ormone prolattina, che, in sostanza, blocca l’ovulazione per ritardare altre gravidanze e consentire un corretto recupero del fisico materno. Questo rappresenta un vantaggio anche per il neonato che può disporre di cure esclusive per un tempo prolungato.  È stato già dimostrato, infatti, che un intervallo breve tra la nascita di più fratelli è associato ad un aumento della mortalità neonatale, soprattutto lì dove le risorse sono scarse e la probabilità di contrarre delle malattie infettive alta. Ecco perchè la selezione naturale avrebbe ottimizzato l’intervallo tra sonno e poppate notturne dei neonati al fine di ritardare l’ovulazione e, di conseguenza, un’ulteriore gravidanza.

A supporto di questa teoria, secondo Haig, ci sono validi indizi. La sindrome di Prader-Willy (PWS) e la sindrome di Angelman (AS) sono entrambe associate alla delezione, ovvero a un tipo di mutazione dei cromosomi che porta alla perdita di materiale genetico, di un gruppo di geni sullo stesso cromosoma e sono espressione di come l’imprinting genitoriale possa influire diversamente sui meccanismi del sonno. Nel primo caso, associato ad un sonno prolungato, l’origine è materna, mentre  deriva dal padre la sindrome di Angelman, associata ad uno scarso sonno notturno.

Haig conclude sottolineando che “nei paesi sviluppati, molti dei vantaggi di un prolungato IBI (interbirth interval) sono diminuiti e altri metodi contracettivi hanno sostituito l’amenorrea da lattazione. Quindi, le forze selettive responsabili di questi comportamenti si sono attenuate ma restano comunque nella nostra eredità biologica”.

Crediti immagine: Raphael Goetter, Flickr

 

 

 

 

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