AMBIENTE

La teoria dei giochi contro il cambio climatico

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AMBIENTE – La scienza ha stabilito da tempo oltre ogni ragionevole dubbio che i cambiamenti climatici sono reali, sono causati dall’uomo, e costituiscono una seria minaccia per l’immediato futuro, eppure gli ultimi tentativi di accordarsi a livello internazionale per limitare l’immissione di gas serra in atmosfera sono stati fallimentari. Per capire perché questo accade la climatologia deve cedere il passo ad altre discipline, e in particolare alla teoria dei giochi.

Secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Climate Change il problema dei negoziati finora condotti è che si basavano principalmente sul modello del dilemma del prigioniero, di solito formulato come di seguito: due criminali della stessa banda sono arrestati e messi in isolamento l’uno dall’altro. La polizia non ha molte prove, quindi se nessuno dei due parla a entrambi verrà inflitta una pena lieve. Se uno non parla ma l’altro lo tradisce addossandogli la colpa, sconterà la massima pena mentre il traditore uscirà di prigione. Se si tradiscono a vicenda, saranno condannati a una pena un po’ inferiore a quella massima. Ovviamente la scelta cooperativa (nessuno dei due tradisce) è quella che complessivamente farebbe passare meno tempo in prigione, ma individualmente ogni prigioniero la galera non la vuole proprio vedere, e quindi ha la forte tentazione di tradire il compagno. Generalizzando, quando si ha a che fare con un modello basato sul dilemma del prigioniero l’interesse di ogni “giocatore” non coincide con l’interesse complessivo.

Secondo il nuovo studio invece le nazioni sarebbero già in grado di riconoscere che non c’è a disposizione nessuna carta “esci gratis di prigione”, l’obiettivo di affrontare seriamente il cambio climatico è, nonostante l’impegno quotidiano di chi nega la scienza, abbastanza condiviso. I negoziati, secondo gli autori del nuovo studio, devono essere rivisti tenendo presente questa realtà e propongono quindi di basarsi su altri modelli come quelli derivati dal gioco di contrattazione (bargaining game) formulato originariamente dal celebre matematico John Nash: qui l’unico modo di accedere alla “ricompensa” è cooperando, e meno uno è generoso, meno è alta la ricompensa per tutti, o potrebbe anche diventare nulla. Occorrerebbe quindi prima di tutto stabilire il valore di questa ricompensa condivisa nella misura della riduzione globale delle emissioni di una certa quota entro un certo tempo e poi si aprirebbero le contrattazioni, dove gli Stati comincerebbero a presentare il loro impegno per raggiungere l’obiettivo comune. Osservando a vicenda le rispettive “puntate” nei turni successivi ogni “giocatore” aggiusterebbe la propria proposta fino a raggiungere un accordo soddisfacente per tutti.

Ogni Stato naturalmente non vorrà essere troppo virtuoso rispetto agli altri perché ridurre le emissioni richiede investimenti, ma allo stesso tempo  è nell’interesse di tutti, nessuno escluso, raggiungere il consenso, e quindi ognuno dei giocatori è incentivato ad alzare la posta se questo significa avvicinarsi all’obiettivo.

Come si può facilmente intuire, più sono le parti da mettere d’accordo più è facile che i negoziati si concludano con un nulla di fatto, ma secondo gli studiosi il modello può funzionare promuovendo accordi a latere tra piccoli gruppi di paesi simili come sviluppo economico e come immissioni di gas serra.

Nelle parole di Rory Smead, professore associato di filosofia ed esperto in teoria dei giochi, e tra gli autori della ricerca:

Tutte i paesi in fondo vogliono risolvere questo problema, quello su cui sono in disaccordo è come procedere per farlo.

Crediti immagine: Street Protest TV su Flickr via Fotopedia

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Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

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