Arriva un segnale dal fronte: la radio nella I guerra mondiale

Lo scambio di informazioni che prima avveniva tramite corrieri, bandiere segnaletiche o piccioni viaggiatori iniziò a contare su un sistema del tutto innovativo

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SPECIALE GIUGNO – Sono passati cent’anni eppure certi messaggi non sono ancora tramontati. Se il morse e le comunicazioni senza fili furono una delle nuove “armi” introdotte nella prima guerra mondiale, alcuni ritmi tipici del Morse li udiamo ancora oggi senza rendercene conto in alcune suonerie dei nostri smartphone. Le trasmissioni radio non sono state inventate durante la guerra, ma la loro utilità sui campi di battaglia ne ha accelerato lo sviluppo, rendendo possibile la loro affermazione per uso civile nel dopoguerra.

La rivoluzione nella comunicazione è avvenuta quando lo scambio di informazioni che prima avvenivano tramite corrieri, bandiere segnaletiche o piccioni viaggiatori, iniziò a contare su un sistema del tutto innovativo, molto più affidabile e praticamente istantaneo. Nel 1915 la trasmissione radiofonica era già una realtà capace di varcare i confini oceanici. Furono quindi addestrati parecchi addetti, impegnati a mantenere collegamenti tra il fronte e le retrovie per sfruttare questi nuovi apparecchi per scopi bellici, e nacquero nuove figure professionali capaci di decifrare codici e codificazioni, così come i sistemi di spionaggio.

Durante la prima guerra mondiale, la radio era nel pieno della sua giovinezza: nell’anno 1900 Marconi aveva perfezionato lo strumento tanto da raggiungere con il segnale radio distanze sempre maggiori, e già nel 1901 lanciò il primo messaggio radiotelegrafico attraverso l’Atlantico. Uno dei grandi limiti dell’invenzione di Marconi risiedeva nel fatto che si potevano inserire solamente impulsi adatti per il codice Morse e non messaggi vocali o suoni come li conosciamo oggi. A un apparecchio trasmettitore a spinterometro era affiancata una ricevente, costituita da nastri magnetici o a cristallo adatti alla ricezione del Morse.

Lo sviluppo della radio comincia a compiere dei passi significativi poco prima della guerra nel 1904, anno in cui Fleming della University College di Londra inserì la valvola termoionica alla “stazione Marconi”. Il diodo inserito inizialmente venne sostituito da un triodo inventato da De Forest, cioè di un sistema a tre valvole che generava oscillazioni ad ampiezza costanti a bassa frequenza, assicurando una maggiore pulizia del segnale e  una grande capacità di modulazione e trasmissione del segnale a una lunghezza d’onda prescelta. Malgrado le innovazioni, la radio continuò ad avere evidenti problemi di dimensioni, interferenza elettrica e scarsa selettività degli apparecchi trasmettitori, oltre a una bassa amplificazione dei segnali con i problemi di ricezione connessi. La radio, anche se possedeva ancora dei limiti, venne vista comunque come un potente mezzo di comunicazione, e durante la guerra fu motore di economia e ricerca.

Man mano che la guerra progrediva, la radio divenne un importante supporto per le truppe: per esempio serviva a indirizzare il fuoco verso l’esercito nemico nei momenti più confusi della battaglia. L’esercito richiedeva apparecchiature più compatte, capaci di sintonizzarsi al meglio, e di amplificare il segnale di ricezione. Per ovviare a questo problema, Marconi inventò il ricevitore a cristallo numero 16, che riduceva il rumore di fondo e che era dotato di una batteria interna che generava una corrente elettrica tra i due cristalli, che ne aumentarono la sensibilità.

I veri sviluppi però si ebbero quando entrarono in campo gli Stati Uniti nel 1917. Le valvole termoioniche per esempio passarono da una produzione di circa 400 valvole alla settimana prima del 1917, a oltre 20.000 alla fine del conflitto. E oltre alla quantità migliorò anche la qualità: le valvole subirono importanti migliorie che poi si rivelarono utili anche in seguito. Negli stessi anni, Ernst Alexanderson introdusse uno strumento per sintonizzare la radio, tuttora integrato nei nostri dispositivi. Per primi gli americani riuscirono anche a trasmettere musica: dalla Pennsylvania venne trasmessa la canzone ‘I’ve got a hole in my stocking‘.

Sotto la spinta delle esigenze belliche, si svilupparono anche sistemi localizzazione, che nel dopoguerra resero più sicuri I voli e diedero slancio all’espansione dell’aviazione anche civile. Sebbene in modo ancora inefficiente, si comprese ben presto che la trasmissione di onde radio rendeva possibile la localizzazione della posizione dell’antenna che recepiva il segnale.
La ditta Telefunken fu la prima a sfruttare l’opportunità di localizzare I propri dirigibili, montando una radio-bussola sopra gli Zeppelin. Il dirigibile, a differenza degli altri aeroplani, era grande a sufficienza per trasportare apparecchiature radio di grandi dimensioni, e l’introduzione a bordo di questa innovazione sembrava di primaria importanza dato che I velivoli venivano mandati sui territori nemici – prevalentemente francesi e inglesi – durante la notte.

Le timide innovazioni introdotte durante la prima guerra mondiale forse non sono state così utili ai fini della guerra perché avevano ancora troppe carenze, ma hanno posto le basi per lo sviluppo successivo delle trasmissioni radio a uso civile, della marina e dell’aviazione.

Crediti immagine: Cliff1066, Wikimedia Commons

Informazioni su Giulia Annovi (149 Articles)
Data-journalist and science writer

2 Commenti su Arriva un segnale dal fronte: la radio nella I guerra mondiale

  1. Claudio Casonato // 20 giugno 2014 alle 16:41 // Rispondi

    L’ha ribloggato su bUFOle & Co..

  2. Bell’articolo, ma tecnicamente molto impreciso

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