ESTERI

Il racconto sulla Siria lo scrive il citizen journalism

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ESTERI – Il giornalismo partecipativo, o citizen journalism, permette lo scambio di idee, informazioni e notizie in tempo reale, sfruttando le possibilità date dalla rete e dai nuovi media, che ormai tanto nuovi non sono più. Grazie a questo modello, in cui ogni cittadino a modo suo diventa reporter, le notizie e i fatti di cronaca riescono ad arrivare fino a noi e vedere la luce persino attraverso le zone più remote dei paesi coinvolti in conflitti: uno tra tanti la Siria, a tre anni dall’inizio di quella che si è evoluta in guerra civile e in una situazione difficile che, per complicanze e problemi di sicurezza, ha tagliato fuori dal normale flusso di notizie le zone più difficili da raggiungere.

Secondo l’organizzazione Index on Censorship, è proprio grazie al citizen journalism che siamo riusciti ad avere informazioni su tutte quelle aree problematiche nelle quali i media tradizionali hanno difficoltà a spingersi. Questo modello di giornalismo ha visto prevalere in Siria il ruolo informativo dei cittadini attivi (migliaia) su quello dei giornalisti -e delle grandi organizzazioni come le Nazioni Unite-, ed è rimasto finora valido per tutto lo stato, fatta eccezione per la città di Homs, permettendoci di ottenere informazioni che non avrebbero, altrimenti, mai valicato quei confini. Se poi pensiamo alle difficili condizioni nelle quali lavorano molti reporter di guerra, e alle varie testimonianze che ci pervengono dalle zone più difficili e pericolose (un esempio, la vicenda di Francesca Borri), l’importanza del citizen journalism diventa sempre più chiara.

Grazie a Syria Tracker (@SyriaTracker), nato da un’iniziativa di crowdsourcing, a partire dal 2011 sono state monitorate le notizie e gli aggiornamenti pubblicati sui social media, per poter quantificare il volume raggiunto dal giornalismo partecipativo e creando anche, in un certo senso, un drammatico filone di storytelling che sarebbe altrimenti rimasto circoscritto al paese. Nell’ambito del monitoraggio operato da ST è prevista un’intensa attività di fact-checking, per assicurarsi della veridicità delle fonti dietro a ogni informazione, prima di pubblicarla sul sito. Questa analisi scrupolosa fa sì che poco più del 5% dei dati ottenuti veda effettivamente la pubblicazione, e rappresenta a sua volta una fonte di imprescindibile importanza per i grandi mezzi di informazione.

Syria Tracker svolge un lavoro che risulta scomodo per molti, e negli anni non sono mancate le minacce e dei veri propri attacchi, con la sparizione di alcuni reporter e l’iniziativa stessa costantemente sul filo di un rasoio. Se tutte le persone implicate avessero rinunciato, impaurite, a svolgere questo tipo di pericolosa attività di informazione, al giorno d’oggi avremmo a disposizione molte meno informazioni riguardo al conflitto e alle vittime che ha mietuto nel giro degli ultimi tre anni. Non va dimenticato che tutti i membri del team principale di ST, che fanno uscire dalla Siria quanto sta realmente accadendo dopo un’accurata indagine delle fonti, sono persone che svolgono, quotidianamente, una professione, dedicando all’attività di informazione il loro tempo libero e fornendo così un preziosissimo servizio. Del quale beneficiamo a livello globale. Dai dati di ST, uno degli esempi più emblematici che emerge è Aleppo: 184 tra inchieste e servizi sono arrivate, nel corso degli anni, tramite articoli sui media tradizionale. 18.776 grazie invece al crowdsourcing.

Fonti: Index on Censorship, Syria Tracker, International Business Times

Crediti immagine: Syria-Frames-of-Freedom, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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