CULTURA

Cosa vi siete persi a giugno

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CULTURA – Abbiamo tutti in mente qualche esempio: quell’amico che su Facebook non fa che postare lamentele, citazioni sul nonsenso della vita ed espressioni di dramma e pessimismo. Se vi capita di chiedervi, di fronte a quel continuo stillicidio di malumore che piove sulla vostra news feed, come sia possibile essere immersi in tanta negatività, non è da escludere che vi troviate nel mezzo di un grande esperimento sociale. Non sarebbe la prima volta, almeno. È notizia di qualche giorno fa che negli scorsi mesi Facebook ha acconsentito a prestare i propri inconsapevoli utenti (cioè, noi) a un esperimento per valutare se il contagio emotivo passa anche attraverso i social network. In pratica, se il nostro lagnoso amico può contribuire con i suoi aggiornamenti di status a rovinarci le giornate (risposta: pare di sì). Per condurre l’esperimento, Facebook ha manipolato i post che alcuni utenti potevano vedere, deviando verso alcuni i contenuti più tristi e negativi, e verso altri le note più positive e ottimiste. Problema: per prendere parte a una ricerca di questo tipo bisognerebbe fornire il proprio consenso, e non è eticamente accettabile, secondo alcuni, manipolare lo stato psicologico delle persone senza informarle in precedenza. Il dibattito è aperto, e la risposta degli autori dello studio – tutti gli utenti del social network hanno acconsentito implicitamente alle ricerche – pare non reggere, perché il cavillo sembrerebbe essere stato introdotto nelle condizioni di uso di Facebook soltanto dopo lo studio in questione. Chi si sente violato da questa manipolazione potrebbe però forse riflettere sul fatto che quotidianamente giornali, pubblicità, campagne politiche, supermercati, e anche artisti, musicisti e scrittori cercano di modificare il nostro stato d’animo e la nostra risposta psicologica per qualche motivo, per lo più senza chiederci il consenso informato. Questa ricerca fa qualcosa di diverso?

In caso qualcuno fosse rimasto chiuso in una caverna nelle ultime settimane, forse si è perso l’uscita poco gloriosa dell’Italia dal Mondiali di calcio. Per consolarci, possiamo smanettare per un po’ su questa bella visualizzazione del Wall Street Journal della “Coppa del mondo di tutto il resto”, e considerare che saremmo arrivati in semifinale nella competizione per il maggior numero di cellulari pro capite (avrebbe poi vinto la Russia, con 1,8 cellulari a testa), avremmo sfidato la Francia in finale per il maggior numero di nomination agli Oscar per miglior film straniero (per poi perdere contro le 36 nomination francesi) e avremmo conquistato il podio per la più lenta crescita della popolazione tra le nazioni in gara, con la soddisfazione di sconfiggere in finale la Germania.
Se più dei risultati sportivi vi ha colpito il morso di Suarez al nostro Chiellini, vi potrà forse interessare sapere che è più probabile essere morsi dall’attaccante uruguaiano se giocate contro di lui piuttosto che subire l’attacco di uno squalo in mare (ma la probabilità diventa invece simile se si considerano le aree più infestate di squali).

Sempre per restare in tema di dati, lo scorso 12 giugno ai Data Journalism Awards 2014 è stata premiata l’inchiesta #MigrantFiles, nella categoria “Best story or group of sto­ries on a sin­gle topic, online or print”. Il bel lavoro è frutto della collaborazione di un gruppo di giornalisti europei, tra cui gli italiani Dataninja.

Ma è poi vero che il data journalism sta fallendo? Qui si spera (e si crede) di no, e si approfitta dell’occasione per segnalare altri due lavori italiani che hanno costruito storie a partire dai dati: il webdoc The dark side of Italian tomato, un’inchiesta sulla produzione dei pomodori mady in Italy, e Cervello, quanto ci costi, che fa una panoramica sulle ricadute economiche delle malattie mentali e neurologiche.

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