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Big Brothers

TECNOLOGIA – Il 13 maggio scorso, alla direttiva del 1995 sulla protezione dei dati personali la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha aggiunto il “diritto all’oblio” che viene fatto rispettare da Google (ne abbiamo già parlato qui). Al contempo FaceBook rispetta a modo suo il diritto all’informazione. Effetti perversi, ma gratuiti per tutti.

Questo diritto non è assoluto, precisa la Corte, ma va sempre considerato insieme ad altri diritti fondamentali quali la libertà di espressione e dei media. I media l’hanno già persa, senza appello. Google non condanna articoli all’oblio, come scritto erroneamente da Robert Peston della BBC, ma rimuove commenti anche se sul sito della BBC ognuno ha l’opzione “complain” con la quale chiederne la rimozione. L’articolo originale aveva raccolto 27 commenti in due settimane, la notizia della cancellazione di un commento ne ha raccolti 788 in due giorni.

In realtà, Google elimina dall’indice consultato dal motore di ricerca i link in cui compaiono il nome, la professione e altri identificatori forniti dal richiedente oblio, così non escono link alla notizia che vuol fare dimenticare. Dei sei articoli del Guardian, il quotidiano anglofono più letto in rete forse per merito delle sue battaglie in nome del diritto all’informazione sull’attività di enti pubblici e governativi, finora presi di mira, tre riguardano un arbitro scozzese che nel 2010 si era dimesso dopo aver mentito sul perché aveva attribuito un calcio di rigore. Basta digitare “Doug McDonald” per capire che la decisione della Corte di Giustizia ridà visibilità mediatica a notizie che l’avevano persa.

Google non è obbligato ad applicare la normativa, può girare le richieste ai garanti della privacy nei vari paesi dell’Unione, ma ha preferito incaricarne a mille esperti legali di sua scelta, suscitando gli effetti perversi evidenti nel caso dell’ex arbitro e le proteste degli editori. Pensiamo male se riteniamo tanta solerzia un mezzo per mobilitare gli utenti del web a suo favore e difenderne la libertà di gestire l’informazione a suo piacimento?

Sempre la scorsa settimana, si è appreso che FaceBook ha il diritto di manipolare a loro insaputa le emozioni di 689 mila utenti fornendo a metà di loro buone notizie e all’altra metà cattive notizie per una settimana. In un articolo sui PNAS, Adam Kramer del dipartimento di data mining di FaceBook, uno studente e un professore dell’Università Cornell hanno poi scritto che le emozioni positive e negative si diffondevano a macchia d’olio per giorni. L’articolo sarà ritrattato per violazione delle regole etiche riguardanti gli esperimenti sugli esseri umani, da parte degli ultimi due autori. Le regole non si applicano ad aziende private le cui intenzioni erano ottime e i risultati pure, come spiegava Kramer:

Avendo scritto e progettato io stesso l’esperimento, posso dirvi che il nostro scopo (notare il passaggio del soggetto dal singolare al plurale) non è mai stato quello di turbare qualcuno. Posso capire come mai alcune persone siano preoccupate, i miei coautori ed io siamo molto dispiaciuti per il modo in cui l’articolo ha descritto la ricerca e per l’ansia che esso ha suscitato. Con il senno di poi, i benefici di quell’articolo di ricerca  possono non giustificare tutta quell’ansia.

Gli utenti di FaceBook che hanno ricevuto e diffuso notizie ansiogene saranno sollevati nell’apprendere che l’azienda ne trarrà benefici. Forse lo saranno meno da un’un informazione data inavvertitamente dalla capo-redattrice dei PNAS. Il comitato aziendale aveva approvato la ricerca perché

Facebook manipola sempre le News Feeds.

Ah be’ allora…

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: edicola 1901, Utah State Historical Society/dominio pubblico

3 Commenti

  1. Quindi cara custode? Ci troviamo di fronte ad una carenza normativa (caso Facebook) o ad un eccesso di normativa (caso Google)? O altro ancora? Grazie e saluti.

  2. Robo,
    La normativa sull’informazione e sugli esperimenti con le persone esiste già, il problema – mi sembra – è che non vale per Google e FaceBook. Possono modificare l’informazione anche quando non è di loro proprietà, senza avvisarne i “fruitori” (gli editori sono obbligati a farlo) e FaceBook può addirittura fare a meno del consenso delle “cavie”.

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