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Gli ultimi 50 anni di elefanti africani negli zoo

3689136427_5797d03290_bWHAAAT? Il venerdì casual della scienza – L’argomento “animali che non si riproducono in cattività” fa immediatamente pensare ai panda, noti per l’iter burrascoso, tra analisi e controlli ossessivi, che i guardiani degli zoo devono affrontare per veder succedere l’ambito accoppiamento. O per non vederlo succedere (ne parlavamo qui). Eppure il problema si sta ampliando, e riguarda ora anche gli elefanti africani: la causa, secondo gli esperti, va ricercata nel grasso in eccesso. È per questo che una ricercatrice ha iniziato a studiare metodi innovativi per poter determinare il rapporto tra massa grassa e massa magra, e la quantità di liquidi presenti nel corpo. Proprio come si fa per gli esseri umani.

“L’obesità colpisce circa il 40% degli elefanti africani che vivono in cattività”, spiega Daniella Chusyd dell’Università dell’Alabama, ricercatrice al dipartimento di scienze della nutrizione e principale promotrice del test (un’analisi del sangue) che potrebbe aiutare a determinare, con rapidità, lo stato di salute degli elefanti. “Esattamente come nel corpo umano, questa condizione contribuisce allo sviluppo di problemi cardiaci e artrite, riducendo inoltre l’aspettativa di vita e causando infertilità”. Accade così che i nuovi nati negli zoo siano sempre meno, e i ricercatori hanno indagato proprio questa connessione tra infiammazione e obesità che potrebbe esserne la causa. Negli esseri umani, ad esempio, il grasso in eccesso conduce a uno stato di infiammazione cronica, ma per un mammifero come un elefante è estremamente difficile già solo riuscire a stabilire degli standard, per determinare se l’animale è in sovrappeso. Finora si procede su basi fondate quasi solo sull’osservazione, e l’obiettivo dei nuovi studi al riguardo dovrebbe essere anche l’elaborazione di valori in merito. Messi a disposizione di zoo e strutture simili, questi dati di riferimento potrebbero guidare le decisioni sul modo in cui gestire gli animali: bisogna concedere più spazio per permettere l’attività fisica? O modificare la loro dieta?

Secondo un rapporto del 2011, stilato dagli scienziati del Lincoln Park Zoo di Chicago, per mantenere un equilibrio nelle popolazioni di elefanti in cattività le strutture hanno bisogno di almeno sei nascite all’anno, mentre la media attuale è di tre. Di questo passo, spiega il documento, nel giro di 50 anni potrebbero non esserci più pachidermi superstiti, in nessuno zoo statunitense. La situazione problematica, osservando gli animali nelle strutture, è comunque piuttosto evidente: quasi metà degli elefanti africani femmina presenta cicli ovarici anormali, un fenomeno strettamente legato proprio a un elevato indice di massa corporea, e che riduce la fertilità in (virtualmente) tutti i grandi mammiferi. Compresi gli esseri umani.

Seppur non immediata, specialmente nell’ottica dell’enorme dibattito circa la valenza degli zoo per la conservazione, la conseguenza della totale assenza di elefanti nelle strutture potrebbe riguardare anche gli animali in natura. Minacciati dalla distruzione dall’habitat e dal bracconaggio per alimentare il mercato dell’avorio, oltre agli spauracchi mai assenti di guerra, corruzione e instabilità politica, gli elefanti africani non stanno propriamente vivendo un bel momento nemmeno nel loro ambiente naturale. Secondo Chusyd gli zoo potrebbero essere l’ultimo bastione a garantirne la sopravvivenza, sperando di non dover arrivare a situazioni come quella del cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii), che dopo essersi estinto in natura è stato salvato unicamente grazie agli sforzi coordinati di varie strutture, che ne hanno permesso la sopravvivenza e iniziato la reintroduzione nel suo ambiente naturale, in Mongolia. Un caso virtuoso che certamente non fa la regola, ma dovrebbe essere d’incoraggiamento nell’orientare sempre più gli zoo verso un’ottica di conservazione e non di vetrina.

“Non si tratta solo di elefanti”, conclude Chusyd, “La relazione tra obesità, infiammazione e infertilità potrebbe esistere in molti grandi mammiferi, compresi quelli africani ora gravemente minacciati, come i rinoceronti e i gorilla”. La ricercatrice continuerà nei prossimi mesi con il suo progetto di ricerca, coinvolgendo le strutture che ospitano animali in cattività. Il test per determinare la condizione degli individui è piuttosto semplice da condurre: si basa infatti sul prelievo di due campioni di sangue, che può essere fatto dal personale dello zoo. Tutti i campioni raccolti in questa fase dello studio verranno poi consegnati a Chusyd per le analisi. “Ci sono somiglianze tra gli animali obesi e gli esseri umani obesi: gli effetti sull’inizio della pubertà, della menopausa e sulla stessa aspettativa di vita, insieme ad altre variabili”, conclude l’autrice.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Tambako The Jaguar, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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