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La peste ai giorni nostri

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ESTERI – Torna la peste? Non che se ne fosse mai andata. Ha però ricominciato a far parlare di sé di recente, quando in seguito alla morte di un uomo di 38 anni nella città di Yumen, in Cina, l’intera cittadina nella provincia di Gansu è stata isolata. Sono state subito messe in quarantena oltre 150 persone, tra conoscenti, parenti e altri abitanti venuti a contatto con il malato, che aveva contratto la forma bubbonica (che colpisce i linfonodi e non i polmoni, come la più grave forma polmonare) si pensa a seguito della vicinanza con una marmotta. In Cina questi e altri roditori vengono abitualmente consumati come cibo rendendo il contatto con il batterio Yersinia pestis, che attualmente prospera in almeno 200 specie, più facile. Nonostante questo, come riporta l’agenzia cinese Xinhua, nella città di Yumen non si verificavano casi di peste dal 1977, mentre nell’intera provincia ne sono stati riportati cinque negli ultimi dieci anni.

L’allarme è stato comunque inevitabile e i provvedimenti repentini. La vicenda ha confermato che la malattia può ripresentarsi, all’improvviso, anche in aree che ormai sembravano non esserne più riguardate. Tra gli abitanti tenuti da subito sotto osservazione, nello Yumen City People’s Hospital, non sono stati individuati sintomi tali da causare preoccupazione nel personale sanitario: i primi segni di presenza della malattia, normalmente, si presentano tra i sette e i dieci giorni dopo l’avvenuta infezione. A qualsiasi cittadino, nel frattempo, è stato vietato allontanarsi. Le risorse alimentari presenti a Yumen dovrebbero, secondo le autorità, essere sufficienti al sostentamento della popolazione per almeno un mese.

Quanto preoccuparsi?

Secondo gli esperti non c’è comunque motivo di temere epidemie devastanti come quelle che hanno colpito Asia ed Europa tra il 14esimo e il 17esimo secolo. Non perché la peste sia stata debellata (o i roditori, ratti in particolare, che la veicolano, siano ora sempre liberi dal batterio) ma soprattutto per via degli antibiotici e delle condizioni igieniche dei grandi centri abitati. Le città non sono infatti più invase dai roditori -se non altro non quanto un tempo, salvo casi di grave degrado urbano o di ratti che apprezzano l’arte e gli avanzi di cibo– e Yersinia pestis è particolarmente sensibile a tetracicline e streptomicina, armi della medicina moderna contro un’antica minaccia. Che, a quanto pare, è rimasta pressoché immutata dal Medioevo. Non c’è dunque da temere che si verifichino devastazioni paragonabili a quelle del passato, seppur la peste sia ancora diffusa in alcune parti del mondo, concentrata nelle zone rurali piuttosto che nelle città come accadeva un tempo.

La peste ai giorni nostri

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità i casi sono ancora tra i mille e i duemila l’anno, tra Asia, Africa e Sudamerica. Un po’ come accade per l’ebola in Africa, rimane difficile ottenere dei dati precisi anche per quanto riguarda il tasso di mortalità, poiché sovente accade che le autorità sanitarie non vengano informate e che i malati scelgano di non rivolgersi agli ospedali. La forma più pericolosa della malattia rimane tuttavia quella polmonare, che mantiene un elevatissimo tasso di mortalità e può uccidere nel giro di 24 ore se non viene trattata immediatamente. Una vaccinazione esiste? Sì, ma a scopo ovviamente del tutto preventivo, ed è consigliata solo alle persone ad alto rischio di contrarre l’infezione. Non ha dunque alcuna utilità nei confronti di un’epidemia già in corso, né viene raccomandata a chi vive in zone ritenute libere dalla peste.

Nel frattempo anche in Colorado sono stati diagnosticati tre casi di peste bubbonica, ma ciò che ha continuato a stupire in tutto il mondo, guadagnandosi molta attenzione da parte dei media, sono stati i drastici provvedimenti presi nei confronti della città di Yumen. Assunte le conseguenze dell’isolamento completo, anche dal punto di vista dell’economia, è subito risultato evidente come la Cina abbia iniziato a prendere molto seriamente le emergenze sanitarie. Forse in seguito all’emergenza Sars del 2003. “La Sars ha insegnato ai leader cinesi l’importanza di agire con rapidità quando si ha di fronte un’epidemia”, ha commentato al Guardian Yanzhong Huang del Council on Foreign Relations. “Ritengo tuttavia che agendo in questo modo abbiano anche fatto propria una lezione sbagliata, ovvero che la quarantena sia la soluzione magica per fronteggiare qualsiasi tipo di epidemia di malattie infettive”.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: joo0ey, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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