ATTUALITÀULISSE

Prevenire i suicidi: il rapporto OMS

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Testo di Eleonora Degano, infografiche di Giulia Annovi

ATTUALITÀ – I suicidi si possono prevenire. Su questo presupposto si fonda Preventing suicide: a global imperative, il primo rapporto ufficiale redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in risposta a una questione sociale che, solo nel 2012, ha comportato più di 800.000 morti, diventando così la 15esima causa di decesso a livello globale. Ogni 40 secondi, da qualche parte nel mondo, una persona si suicida o tenta il suicidio.

Numeri e prevenzione

Come spiega Margaret Chan, direttore generale OMS, la prevenzione dei suicidi dovrebbe essere considerata una priorità in tutti i paesi, in cima all’agenda sanitaria anche nel caso di quelli in cui il tasso non ha ancora raggiunto livelli allarmanti. Sono infatti solamente 28, a oggi, i paesi che hanno elaborato vere e proprie policy al riguardo, nonostante l’obiettivo finale sia di ridurre il tasso di suicidi almeno del 10% entro il 2020 (strategia compresa nel WHO Mental Health Action Plan 2013-2020). Nei paesi più ricchi il numero di uomini che muoiono suicidi è il triplo di quello delle donne, scendendo invece a 1,5 uomini per ogni donna nei paesi a medio e basso reddito, nei quali si concentra circa il 75% del tasso globale.

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Nella maggior parte dei paesi la fascia d’età 15-29 risulta essere la più colpita, con il suicidio come seconda causa di morte per ambo i sessi (la prima sono gli incidenti stradali). Tra gli adulti nella fascia 30-49 è invece la quinta, responsabile del 4,1% dei decessi. Resta a oggi un grosso ostacolo, si legge sul rapporto, reperire dati precisi. Solamente 60 dei 172 stati membri dell’OMS sono in grado di fornirne di affidabili (in parte per lo stigma che circonda l’argomento, a volte invece perchè il suicidio è illegale nel paese in questione).

La quasi totalità dell’Africa non dispone, per esempio, di registri dello stato civile utili allo scopo. Per quanto riguarda dunque i rimanenti 112 stati, sono stati elaborati modelli in modo da fornire una stima verosimile del tasso di suicidio. A livello globale, i suicidi rappresentano ancora il 56% delle morti violente (50% per gli uomini, 71% per le donne). Nei paesi ad alto reddito si arriva all’81% per ambo i sessi, mentre in quelli a medio e basso reddito la percentuale si ferma al 44% per gli uomini e arriva al 70% per le donne.

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Fattori di rischio

Tra i fattori più critici riconosciuti nel rapporto vi sono quelli legati ad esempio alle condizioni sociali, dai conflitti in corso fino ai disastri – per  esempio quelli ambientali. Discriminazione e senso di isolamento sono anch’essi elementi determinanti, spesso ai danni di persone che non riescono a integrarsi (per esempio perché vivono lontane dal proprio paese d’origine e dalla propria cultura) e dei popoli nativi di un territorio, che si scontrano con un ambiente di novità a loro estranee.

A livello individuale, tra gli altri fattori di rischio vanno annoverati precedenti tentativi di suicidio (cui è legato il più alto tasso di recidiva) o una storia familiare correlata, alcolismo, ingenti perdite di denaro, abusi sessuali – in età adulta o durante l’infanzia -, dolori cronici e disturbi mentali. La connessione tra il suicidio e questi ultimi è stata ormai ampiamente riconosciuta, ma la stigmatizzazione che ancora li circonda comporta che molte persone non ricevano l’aiuto del quale hanno bisogno.

Contesto e cambiamenti

La progressiva decriminalizzazione del suicidio avvenuta in molti paesi negli ultimi 50 anni ha, in ogni caso, giocato un importante ruolo sociale. Di primaria rilevanza, spiegano gli esperti, è il contesto: la maggior parte dei suicidi si commette impulsivamente, in momenti di crisi, in circostanze nelle quali l’immediato accesso ad armi da fuoco o pesticidi può fare la differenza.

Nonostante la popolazione mondiale sia aumentata notevolmente tra il 2000 e il 2012, i dati di quel periodo riguardo ai suicidi mostrano che il numero assoluto – a livello globale – è calato del 9%, da 883.000 a 804.000. Meno positiva la situazione andando a osservare i singoli stati, con un aumento del 38% nelle aree africane a medio e basso reddito e un crollo del 47% in quelle analoghe dell’area del Pacifico occidentale.

Come si legge sul rapporto, non sono ancora chiari i motivi di cambiamenti tanto rapidi. Una possibile spiegazione risiede nell’enorme miglioramento cui sono andate incontro le condizioni sanitarie in tutto il mondo nell’ultimo decennio. Tra il 2000 e il 2012 il tasso di mortalità per qualsiasi causa (standardizzato per età) è infatti calato del 18%. Proprio basandosi su questi dati, le autorità dell’OMS si dichiarano piuttosto fiduciose nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal WHO Mental Health Action Plan.

Il ruolo dei media

Come si legge sul rapporto, nella prevenzione dei suicidi il ruolo dei media è determinante. Una trattazione inappropriata dell’argomento ha infatti effetti molto gravi, aumentando il rischio dei cosiddetti copycat suicides, ovvero l’imitazione, da parte delle persone più deboli. Le pratiche da evitare sono, ad esempio, la copertura sensazionalistica del suicidio delle celebrità, il racconto di metodi inusuali per portare a termine il suicidio e l’utilizzo di immagini esplicite. Molte testate vi hanno dedicato delle riflessioni di recente, in occasione del suicidio dell’attore Robin Williams: BBC, CNN, The Guardian. Non meno grave è sottovalutare il fenomeno, trattando il suicidio come una normale e accettabile conseguenza di un momento di crisi o difficoltà.

È stato infatti confermato che l’esposizione a dei “modelli di suicidio” aumenta il rischio di comportamenti suicidi negli individui più vulnerabili, una situazione considerata particolarmente delicata con il sempre maggior utilizzo dei social media. Internet, spiegano gli esperti OMS, è diventato negli anni una ricca fonte di informazioni riguardo al suicidio, con siti che trattano l’argomento in maniera tanto esplicita quanto errata. Proprio per rispondere alla crescente necessità di occuparsi del tema in maniera appropriata, l’OMS ha elaborato delle linee guida dedicate, Preventing suicide: a resource for media professionals.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: United States – Department of Defense

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

3 Commenti

  1. Una media di 8 /10 al giorno anche per l’Italia fa impressione. Immagino si parli solo di quelli accertati e che hanno portato ad effettivo decesso….resta comunque un dato difficile da rilevare e anche da far sapere.

  2. A che scopo inserire le prime due tabelle del 2012 o che confrontano 2010 – 2011 e 2012 visto che nella terza (che motrerebbe un enorme calo dal 2011) si confessa che i dati del 2011 e 2012 i dati sono carenti? Non sempre inserire tabelle chiarisce quanto l’articolo espone a volte potrebbe indurre in errore un lettore frettoloso.

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