CULTURA

Fritz Haber: criminale o benefattore?

Discussione con Eleonora Tosi e Dario Bressanini al Festival della Scienza di Genova

Fritz_HaberSPECIALI – Di chimica si parla sempre meno rispetto ad altre branche della scienza, come la fisica o la medicina. Ma la storia in realtà ci insegna che spesso sono state scoperte chimiche a cambiare il corso degli eventi, guerra mondiali comprese. Probabilmente se la Germania non fosse riuscita, grazie ai suoi chimici, a mettere a punto nuove munizioni nel 1914, la Prima Guerra Mondiale sarebbe terminata in sei mesi.
Il racconto che fa Eleonora Polo, ricercatrice presso l’Istituto ISOF del CNR, al Festival della Scienza di Genova a fianco di Dario Bressanini sulla vita e il lavoro del chimico Fritz Haber, Premio Nobel nel 1918, è di quelli che si ascoltano con attenzione. La vita di un giovane ebreo che a cavallo tra Ottocento e Novecento con difficoltà riesce a ottenere una posizione accademica, e che una volta ottenuta in breve tempo riuscirà a fare comparire il suo nome nei libri di storia. Un nome quello di Haber legato alle meraviglie della chimica, quanto agli orrori della guerra. Perché se possiamo concordare sulla bontà dei risultati della ricerca scientifica dal punto di vista del progresso dell’umanità, già le nostre posizioni vacillano non appena tiriamo in ballo le conseguenze che l’avanzata della chimica ha significato nel corso del Novecento. E che sta significando ancora oggi.
Fritz Haber è stato dunque un genio o un criminale di guerra? Forse entrambe le cose, anche se la storia è sempre un intersecarsi di molti piani, livelli che creano un’amalgama spesso complesso da capire.

Un inizio difficile

Per quello che diventerà un Premio Nobel per la chimica, i primi passi verso la carriera non furono certo facili, e fu una vera fortuna che il giovane Fritz provenisse da una famiglia benestante. Dopo l’istruzione ginnasiale infatti, che significò per lui una formazione a 360 gradi, Haber ha il permesso dalla sua famiglia di studiare chimica a Berlino. L’esperienza universitaria però sarà per lui deludente, tanto che su sua stessa ammissione a quel tempo gli furono graditissimi i mesi di servizio militare, che però il padre gli fece ridurre a un solo anno, in modo che il figlio potesse “lavorare nell’azienda di famiglia” si direbbe oggi, cioè nell’azienda chimica del padre. Anche qui però la situazione degenerò in poco tempo. Ben presto le cose per Fritz non si misero bene e il padre decise di rimandarlo a studiare. Una volta ottenuto il PhD in chimica a Berlino, per Haber iniziava ufficialmente il lungo peregrinare per la Germania alla ricerca di un primo posto come assistente.

Karlsruhe, comincia la scalata

Molti tentativi, ma anche molte sconfitte. Uno spostarsi continuo da un ateneo all’altro, mai pagato, fino a quando riuscì a vincere un posto come assistente all’Università di Karldruhe. Lì fra il 1894 e il 1911 Haber lavorerà alacremente a un processo di sintesi dell’ammoniaca ad alta temperatura, quello che passerà alla storia come il processo di Haber-Bosch, scivolando grazie a un’eclettica curiosità fra diversi settori della chimica, come piega alla platea del festival Eleonora Poli. Poi nel 1898 è nominato finalmente professore straordinario, il che significa per lui uno stipendio fisso, la possibilità di farsi una famiglia.

Clara

Un’alchimia interessante, proficua e felice come quella che legò Pierre e Marie Curie non è da tutti, e non basta incontrarsi fra le provette del laboratorio e condividere gli interessi giovanili per costruire un legame stimolante, ma duraturo e giusto per entrambi. La storia di Haber e Clara Immerwahr è purtroppo questa, un incontro di menti che finisce per azzerare uno dei due, quello meno granitico. Lei, una delle prime, se non la prima, donna in Germania ad ottenere un PhD in Chimica, stimata da docenti e colleghi, finirà per suicidarsi nella sua casa di Karldruhe fra le braccia del figlio Hermann, all’epoca solo dodicenne, aborrendo con orrore le conseguenze a cui durante la Grande Guerra le scoperte del marito stavano portando: le armi chimiche.

Al fronte

Quando diventa professore ordinario Haber non ha ancora compiuto la scoperta della sua vita, e la storia ci racconta che ciò che non potè l’accademia, in questo caso poté la guerra. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, la Germania si pone subito il problema delle munizioni: ce ne sono poche, perché il Cile, da cui fino a quel momento le avevano ottenute, è in mano agli inglesi. I chimici si mettono quindi in moto per aggirare il problema delle munizioni, e anche Haber è in prima linea. Quella che era stata una passione giovanile per l’ambiente militare si riaccende e – racconta Eleonora Poli – “fino alla fine della guerra Haber non toglierà più la divisa prussiana”. È al fronte accanto ai soldati, a provare sul campo i risultati della sua attività di laboratorio con i gerarchi , cioè di quella che noi chiamiamo guerra chimica, la guerra dei gas, dei lacrimogeni prima, del fosgene e dell’iprite poi. (OggiScienza si è occupata dell’argomento nello speciale di giugno dedicato alla scienza nella Prima Guerra Mondiale) I frutti insomma della famosa legge di Haber, la quale afferma che il prodotto della concentrazione di un gas e del tempo necessario di esposizione è una costante, che dipende dal gas e dalla sua tossicità. Una scoperta mortale che porterà alla costruzione di nuove tecnologie belliche e che arriverà in alcuni mesi della guerra a far guadagnare a Haber fino a 4000 dollari di diritti di sfruttamento del brevetto.

Gli ultimi anni

Finita la guerra, Haber ha paura. Teme di essere perseguitato, o peggio arrestato, e il timore è tanto radicato in lui da portare la sua seconda moglie e i loro due figli in Svizzera, dove ottiene ben presto la cittadinanza. E invece no: nel 1918, neanche il tempo di firmare l’armistizio e il chimico ebreo riceve il Premio Nobel.

Tuttavia gli anni d’oro della sua carriera sono finiti e si sta aprendo, per un ebreo tedesco come lui, il periodo più buio che il Novecento europeo abbia vissuto. Tra gli anni Venti e Trenta il suo lavoro prosegue, così come i carteggi con altri illustri nomi della scienza del tempo, come Einstein, ma il clima è teso e nel 1933 Haber decide ufficialmente di ritirarsi, anche se ufficiosamente è una fuga. Il suo nome è noto in tutto il mondo e riceve proposte dal Giappone a Israele, ma nel frattempo il suo cuore è diventato debole ed è proprio un viaggio verso Israele a stroncarlo, nel gennaio del 1934, pochi mesi dopo la nomina a cancelliere di Hitler.

A quello che è ricordato dalla comunità dei chimici come una delle menti più brillanti, e che ha giocato – suo malgrado oppure no – un ruolo determinante per la storia della Grande guerra, una mente come Albert Einstein dedicherà un epico epitaffio per riassumerne la densa vita: “la tragedia dell’ebreo tedesco, la tragedia di un amore non corrisposto”.

@cristinadarold

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Wikimedia Commons

 

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

5 Commenti

  1. Gentilissima Cristina Da Rold, mi permetto di segnalare il mio romanzo Gas. Fritz Haber, inventore dello Zyklon B. Mimesis, 2014. Prefazione di Telmo Pievani.
    Tiziano Colombi

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