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La rimonta dell'open access non senza difficoltà e incertezze

5535034664_2fea49782d_zRICERCA – Si è conclusa da poco la settima edizione dell’Open Access Week (20-26 ottobre 2014), un evento nato per riflettere e per agire concretamente in favore dell’accesso libero, immediato e online ai risultati delle ricerche scientifiche, un passo obbligato per far circolare in modo più fluido la conoscenza.
Anche la Comunità Europea vorrebbe ottimizzare l’impatto delle pubblicazioni scientifiche, soprattutto perché le ricerche sono del tutto o in parte finanziate pubblicamente. Per questo ha commissionato a Science-Metrix, un’agenzia di consulenze canadese, una delle più approfondite ricerche sulla storia dello sviluppo dell’open access tra il 1996 e il 2013.

Dallo studio è emerso che l’accesso libero alle ricerche scientifiche sta prendendo piede: il 50% degli articoli pubblicati negli anni che vanno dal 2007 al 2012  sono state distribuiti con licenza open access. Ma purtroppo  non è stato così dal principio: il risultato raggiunto infatti è dovuto al solo fatto che gli articoli sono invecchiati, per cui – caduto l’embargo – le riviste li hanno resi disponibili al pubblico, senza necessità di pagamento. Altre volte è merito dei singoli ricercatori se la loro ricerca valica i limiti del sistema editoriale scientifico: oggi ci sono archivi online e open, o veri e propri social network che permettono di condividere i propri risultati.
E la cosa sarebbe dimostrata dal fatto che nel report europeo dell’anno scorso, solo l’anno 2011 raggiungeva il buon risultato del 50% degli articoli condivisi pubblicamente, mentre tutti gli altri anni erano al di sotto di tale traguardo.
Come ha messo in evidenza Stevan Harnad, un ricercatore dell’area cognitiva dell’Università del Quebec, “il vero problema è che la percentuale degli articoli pubblicati negli anni più importanti, ovvero non più tardi di uno o due anni fa, è più bassa del 50% raggiunto nel 2012”.

E se in parte questo è dovuto alla paura dei ricercatori nei confronti di un sistema così aperto o al fatto che sugli articoli più recenti pende un embargo, secondo Harnad la colpa è anche di “istituzioni e finanziatori che non hanno ancora dato un ordine forte e effettivo riguardo all’open access”.
La conferma di ciò si ottiene anche osservando  la percentuale degli articoli nati già con la forma open access: nel 2012 era pari a un misero 13%.

Certo la stima di Science-Metrix potrebbe avere un margine di errore (che ammonterebbe a una sottostima del 5-6% secondo gli autori della ricerca), dato che è stata affettuata da un software capace di raccogliere informazioni da centinaia di migliaia di articoli pubblicati nel database di Scopus. E a questo si aggiunga il fatto che spesso è difficile distinguere gli articoli open access perché, pur essendo accessibili, non sono accompagnati da alcune definizioni formali (ad esempio riguardante il riuso dei contenuti).
Tuttavia malgrado i limiti della ricerca, gli articoli open access dal 1996 al 2013 ammonterebbero a 10.1 milioni, poco meno della metà dei 21.5 milioni presenti negli archivi di Scopus, grazie anche a una forte digitalizzazione e condivisione delle pubblicazioni più vecchie.

Chi pubblica in open access e riguardo a cosa?

Valori così alti per lìopen access poi non sono generalizzati: ci sono campi di ricerca più favorevoli al libero download rispetto ad altri. Se le scienze biomediche avrebbero circa il 61.6% degli articoli distribuiti in open access, a chiudere la coda ci sono le scienze visive per cui sarebbero disponibili solo il 23.3% degli articoli.

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Paradossalmente però proprio in quelle aree dove gli articoli open access sono meno disponibili, sono anche quelle in cui si nota una maggior preponderanza di citazioni. E forse il fenomeno si potrebbe spiegare con il fatto che per quelle aree di ricerca gli articoli sono inferiori dal punto di vista numerico, per cui quei pochi che sono pubblicati circolano di più.

L’open access ha un passo diverso anche a seconda dello stato in cui viene appicato. L’Europa però in generale si colloca un po’ più avanti nel cammino verso l’open access rispetto all’andatura globale: se tra i paesi europei in media l’open access è diffuso sul 58.6% delle pubblicazioni tra il 2008 e il 2013, a livello mondiale la percentuale si arresta intorno al 54%.
Se al di fuori del Vecchio Continente sorprende il Brasile con il suo largo contributo all’open access nell’emisfero meridionale, in Europa le prime in classifica sono i Paesi Bassi, la Croazia, l’Estonia e il Portogallo che hanno raggiunto più del 70% degli articoli liberamente disponibili.

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In ogni caso, sul tema dell’open access sembra si cominci a fare sul serio: la prossima volta che tenterete di aprire un articolo e vi chiederanno di pagarlo, basterà schiacciare il bottone con il simbolo dell’open access affinché l’applicazione Open Access Button lo trovi privo di spese aggiuntive online o segnali la sua assenza pubblicamente.

@AnnoviGiulia

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: opensource.com, Flickr

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

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