AMBIENTEULISSE

Quei 41 milioni di euro contro la desertificazione

Partito un progetto UE-FAO per combattere la desertificazione in 8 paesi tra Africa, Centro America e Pacifico

5951683083_a1d0bc12cd_zAMBIENTE – 41 milioni di euro per combattere la desertificazione. Questo quello che prevede il programma congiunto EU-FAO Action Against Desertification della durata prevista di 4-5 anni contro la desertificazione e il degrado delle terre in sei paesi africani (Burkina Faso, Niger, Etiopia, Nigeria, Gambia e Senegal), ad Haiti e nelle isole Fiji. Un piano ambizioso che mira a combattere il fenomeno della desertificazione in alcune delle aree più povere del pianeta come punto di partenza per migliorare la gestione agro-forestale di queste regioni, affrontare cioè in toto la questione della gestione sostenibile del territorio. Come ha sottolineato José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO, “la desertificazione e la degradazione della terra sono sfide da cogliere molto seriamente. Sono problemi che portano a fame e povertà, entrambe alla radice di molti conflitti nei paesi più poveri.”
Combattere la desertificazione dunque, anzitutto come primo passo per un’azione più ampia. Ne abbiamo parlato con Nora Berrahmouni, del dipartimento Forestale della FAO.

Di che cosa si tratta, come si combatte la desertificazione?
Il problema della desertificazione è una questione presente nelle agende di molte grandi istituzioni internazionali, oltre appunto alla FAO, come la Comunità Europea, il Meccanismo mondiale dell’UNCCD e l’ACP, che per loro natura vedono il problema della desertificazione come uno degli aspetti sui quali lavorare in vista di un futuro più sostenibile. La desertificazione quindi si combatte anzitutto non interpretandola come un problema singolo, ma come parte di un tutto, il cui dialogo deve coinvolgere diversi stakeholders, dalle istituzioni dei diversi settori alle comunità locali, le persone insomma. Il progetto si connota infatti come una collaborazione con le comunità, soprattutto rurali. Inoltre vuole porsi come un progetto integrativo basato su l esperienza del Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative, un accordo sottoscritto nel 2007 da alcuni capi di Stato e di governo delle regioni dell’Africa per affrontare gli effetti sociali, economici e ambientali di degrado del suolo e desertificazione.

Più nel dettaglio quali i punti cardine del progetto?
Ci sono, diciamo, tre linee all’interno del progetto, che devono correre insieme. La prima è, come abbiamo detto, coinvolgere gli stakeholders locali partire dal locale, non imporre manovre dall’alto. Inoltre a noi interessa integrare livelli diversi, far dialogare le parti in gioco: dai ministeri dei diversi settori, come le loro istituzione al livello centrale e locali, per pianificare, gestire, finanziare insieme una gestione sostenibile della terra incluso agricoltura, gestione delle foreste e pascoli, ecc. Una seconda linea riguarda invece i rapporti con le Organizzazioni non governative (NGO) presenti sul territorio e le comunita locali, che spesso sono la vera e propria locomotiva per promuovere buone pratiche di governante per promuovere l’uso delle buone pratiche de gestione delle re source naturali . Infine, lo sforzo per creare un’unica rete tra le organizzazioni nazionali e internazionali in grado di collaborare e disposte a farlo, non solo strettamente circa il problema della desertificazione, ma a tutto ciò che ruota intorno al problema della gestione sostenibile del territorio. Il punto di partenza per noi non è solo ecologico, ma anche geopolitico ed economico. Solo lavorando sull’insieme è possibile poi agire in maniera solida e mirata per risolvere problemi di carattere anche di sostenibilità ambientale come la desertificazione.

41 milioni di euro sono molti, da dove provengono questi finanziamenti?
Questi 41 milioni sono la somma di diversi finanziamenti, la metà dei quali, cioè 20 milioni, provengono dall’European Development Fund e 5,2 milioni sono stati resi disponibili dalla FAO che ha potuto mobilizzare risorse di altri donatori. I partner del progetto però sono molteplici: oltre all’Unione Europea e alla FAO ne fanno parte la Commissione dell’Unione Africana, i governi dei paesi interessati, il segretariato ACP, il Meccanismo Globale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la desertificazione (UNCCD), il Royal Botanic Gardens di Kew e la Regione Wallonia in Belgio. I governi partner stessi contribuiscono al finanziamento del progetto.

Una coalizione di tutto rispetto con un budget di tutto rispetto, che dovrebbe di qui a cinque anni riuscire a smuovere le acque di quello che oggi è uno dei principali busillis della geopolitica mondiale.

@cristinadarold

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Moyan Brenn, Flickr

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

3 Commenti

  1. Le linee guida illustrate dall’articolo come al solito riguardano rapporti tra entità o tra istituzioni; in pratica parole, parole, parole i fatti mai. Continueremo a costruire ospedaletti per salvare qualche vita, continueremo a pagare il presidente di qualche fondazione milioni di dollari e di acqua, che è ciò che serve, nemmeno l’ombra.

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: