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Coralli in orbita

In futuro sulla ISS potrebbero andarci anche i coralli per un esperimento sulla riparazione delle ossa e del tessuto nervoso

RICERCA – A 400 chilometri di quota, in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale, mancano tante cose che rendono più semplice e piacevole la vita quotidiana sulla Terra. E quasi sicuramente, tra le cose che mancano a Samantha Cristoforetti, c’è l’acquario. La notizia, però, è che potrebbe arrivare, nei prossimi anni, ed essere installato nel laboratorio Columbus per permettere lo studio dei coralli in condizioni di microgravità. Non si tratta, quindi, di un acquario con i pesci tropicali realizzato per il diletto degli inquilini dell’ISS, ma di un vero e proprio progetto di ricerca. L’obiettivo? Studiare lo scheletro dei coralli come impalcature per la riparazione delle ossa e del tessuto nervoso con le cellule staminali.

“Sappiamo che le cellule staminali hanno bisogno di un substrato poroso per poter lavorare al meglio”, racconta Stefano Goffredo, ricercatore del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, che ha da poco siglato l’accordo con l’Agenzia Spaziale Europea per mettere in moto il progetto. “Alcuni coralli presentano proprio questa caratteristica e, in più, sono biodegradabili: nel tempo vengono assorbiti dall’organismo” e non rimangono come dei corpi estranei all’interno del corpo dell’eventuale paziente.

Il progetto si chiama SpaceBioMat (Space Bioreactor for Marine Mineralization Material Research) e, oltre a Goffredo, vede la partecipazione di un team internazionale composto da Zvy Dubinsky (Bar-Ilan University di Tel Aviv), Jaap Kaandorp (Università di Amsterdam), Giuseppe Falini e Valentina Airi (Università di Bologna). La vittoria del momento è che l’Agenzia Spaziale Europea l’idea è piaciuta e, quindi, si comincia a lavorare per davvero. Dell’installazione dell’acquario in orbita, però, non si parla prima di almeno 5 o sei anni. “Prima dobbiamo risolvere tutta una serie di problemi ingegneristici e di sicurezza”, spiega Goffredo.

Ma che vantaggi può dare allevare coralli in orbita? “La nostra ipotesi, tutta da verificare con questo progetto, è che senza il condizionamento della gravità, il corallo possa essere meno denso”. Il che vorrebbe dire più leggero anche per un soggetto che dovesse vederselo impiantato per ricostruire un osso. In realtà, però, nemmeno i ricercatori sanno bene cosa aspettarsi. Finora hanno studiato l’accrescimento dei coralli in condizioni molto variegate, ma sempre a terra.

Il primo passo verso lo spazio sarà vedere cosa succede nei test che verranno effettuati Centro Europeo sulla Ricerca e le Tecnologie per lo Spazio dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA-ESTEC) a Noordwijk, in Olanda, dove c’è una “gondola”: una centrifuga (Large Diameter Centrifuge – LDC) in grado di simulare ambienti di ipergravità. “Sembra ragionevole pensare che quello che succede con gravità maggiore che sulla superficie terrestre”, ipotizza Goffredo, “sia speculare a quello che avviene in condizioni di microgravità”.

Sul fronte dei 400 km che separano l’esperimento dall’ISS, finora non sono stati fatti che i primissimi passi e il percorso rimane ancora lungo davanti a tutto il gruppo di ricercatori. Per esempio, c’è ancora da definire quali saranno le specie di coralli da impiegare. Di sicuro saranno del tipo ramificato, “perché di solito crescono più velocemente, in alcuni casi anche di 10 centimetri in un anno”, dice Goffredo. Una crescita che in un periodo in orbita stimato tra i tre e i sei mesi permetterebbe di distinguere la parte nuova rispetto a quella che si era già formata a terra.

Se alla fine di questi test a terra, e risolti i problemi di sicurezza che si verificano per qualsiasi cosa che si voglia portare sull’ISS, dovesse arrivare l’ok per andare in orbita, si tratterebbe del primo esperimento di questo tipo nello spazio. Forse i futuri inquilini della Stazione Spaziale avrebbero sperato in qualche altro nuovo “arredo” rispetto all’acquario per i coralli, ma si sa che nello spazio bisogna sapersi accontentare.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Marco Boscolo
Science writer, datajournalist, music lover e divoratore di libri e fumetti - @ogdabaum - marcoboscolo.org - datajournalism.it

2 Commenti

  1. […] Nelle acque meno profonde questi pigmenti fluorescenti funzionano come una “protezione solare” sia per i coralli stessi che per le alghe che con loro vivono in simbiosi (come le zooxantelle). Trovarli in profondità, dove questi coralli faticano a raccogliere abbastanza luce per sostenere il processo di fotosintesi di questi simbionti -che sono per loro una fonte di sostentamento di vitale importanza- è stato più che inaspettato. In ogni caso “nella maggioranza delle specie che vivono in profondità la produzione di pigmenti è sostanzialmente indipendente dall’esposizione alla luce dei coralli”, spiega Cecilia D’Angelo, ricercatrice senior a Southampton che studia da molto tempo i coralli delle profondità mesofotiche, lavorando sull’acquario sperimentale del laboratorio dell’università (a proposito: sapete che in futuro un acquario di questo tipo potrebbe arrivare anche sulla Stazione Spaziale Internazionale)? […]

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