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Le famiglie anti-vaccino tendono a vivere vicine

Avere tanti bambini non vaccinati in una comunità aumenta il rischio anche per quelli vaccinati. Ma sapere dove sono può aiutare i medici a capire dove è necessario fornire più informazioni ai genitori

14336455543_0974d90b21_zSALUTE – Si ritorna a parlare di vaccinazioni, o meglio di vaccinazioni rifiutate: questa volta non per le motivazioni alla scelta, ma per la distribuzione geografica dei genitori che decidono di non vaccinare i propri figli. Un nuovo studio americano, pubblicato su Pediatrics, prende proprio in considerazione la residenza dei non vaccinati.
La ricerca è stata condotta dalla pediatra Tracy Lieu su 150 000 bambini nati tra il 2000 e il 2011 in 13 contee della California. Tutti i bambini erano pazienti dell’istituto Kaiser Permanente Northern California dove Lieu lavora.

Per legge, nello Stato della California, i bambini che vanno a scuola per la prima volta devono essere vaccinati per una serie di malattie, tra cui poliomelite, varicella, pertosse, tetano, morbillo, parotite, rosolia ed epatite B. In alcuni Stati USA, tra cui proprio la California, i genitori possono aggirare questo ostacolo e ricorrere a una “deroga per convinzione personale”. Secondo i registri di queste deroghe, negli ultimi dieci anni il numero di genitori che sceglie di non vaccinare i figli o decide di ritardare o limitare il numero di vaccinazioni è aumentato: in California, dal 2007, è addirittura raddoppiato.

«Avevamo notato che nella contea di Marin la percentuale di bambini iscritti all’asilo che chiedono un’esenzione per convinzione personale è molto più alta rispetto ad altre contee della California con dati demografici simili», ha commentato Lieu.
Incuriositi da queste segnalazioni più aneddotiche che numeriche, i ricercatori hanno utilizzato un software per analizzare le cartelle cliniche e la distribuzione geografica delle vaccinazioni ritardate o mancate, al fine di identificare regioni o gruppi in cui queste scelte sono più frequenti.
«Con i dati rielaborati possiamo dire: Marin non sei solo! In tutta la California siamo riusciti a individuare ben cinque cluster geografici. In queste aree la percentuale di sotto immunizzazione è circa del 18%, contro l’11% dei bambini che si trovano fuori da queste zone», ha continuato Lieu. Per le mancate vaccinazioni, invece, le percentuali variano dal 13% all’interno dei cluster al 5% all’esterno.

Lo studio ha inoltre determinato che i fattori razza, etnia o tipo di quartiere di residenza non sono rilevanti ai fini della creazione di questi gruppi di non vaccinazione. Mentre si è scoperto che le comunità ad avere i più alti tassi di vaccinazione ritardata sono quelle in cui vivono famiglie più povere o famiglie con un maggior numero di lauree. I ricercatori tuttavia sottolineano che all’istituto Kaiser le vaccinazioni infantili sono coperte dall’assicurazione sanitaria e quindi le condizioni finanziarie non dovrebbero rappresentare di per sé un problema.
«Avere tanti bambini non vaccinati in una comunità aumenta il rischio per tutti gli altri, anche per coloro che sono vaccinati», ha continuato Lieu. «Comunque non ci sono prove evidenti che un maggior numero di deroghe sia associato a un aumentato rischio di epidemie di morbillo e pertosse».
L’obiettivo dello studio, infatti, non è quello di alzare il dito contro le comunità meno vaccinate o di dare spiegazioni sulla formazione delle aree di sotto immunizzazione. Per gli autori il risultato migliore che si può ottenere è quello della consapevolezza: sapere che esistono comunità in cui le vaccinazioni sono meno frequenti potrebbe suggerire che in quelle zone vivono genitori che nutrono più dubbi di altri nei confronti di questo tipo di prevenzione. E che magari potrebbero essere interessati a ricevere informazioni maggiori o più approfondite dai medici dei loro figli.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.
Crediti immagine: Global Panorama, Flickr

Luisa Alessio
Biotecnologa di formazione, ho lasciato la ricerca quando mi sono innamorata della comunicazione e divulgazione scientifica. Ho un master in comunicazione della scienza e sono convinta che la conoscenza passi attraverso la sperimentazione in prima persona. Scrivo articoli, intervisto ricercatori, mi occupo della dissemination di progetti europei, metto a punto attività hands-on, faccio formazione nelle scuole. E adoro perdermi nei musei scientifici.

3 Commenti

  1. Nella mia ignoranza di non scienziato, o meglio, di uomo comune, non ho mai capito perché ci sono – mi pare di capire, per lo più in USA – persone che rifiutano di vaccinare i propri figli. Per farla corta: a me, uomo comune, con intelligenza media e cultura media, sfugge il perché di un comportamento tale, malgrado io non abbia figli. La butto là, anche se lo studio pare non avere trovato prove evidenti a sostegno: e se non vaccini tuo figlio contro una malattia endemica e poi, sfiga vuole, questa malattia si diffonde come una fiammata tra le sterpaglie, proprio perché vivi in “cluster” sotto-vaccinato? Oppure: e se non vaccini la tua prole contro malattie mortali o invalidanti, e per disgrazia la prole perisce o rimane invalidata? Perché quello che a me pare essere un comportamento dettato dal buon senso e dalla responsabilità civile, oltre che prima di tutto filiale, ovvero la necessità di ricorrere a taluni vaccini, viene così insensatamente disatteso? Pare anche da persone dotate di cultura, quindi non solo da persone ignoranti, e, quindi, magari inconsapevoli?

  2. Anche il dubbio (o il rifiuto), come un virus ha un suo processo di diffusione, per trasmissione aerea: la parola. Con altri studi potremmo forse scoprire una correlazione non solo territoriale, ma anche di frequentazione, o di “domiciliazione” in quelle che oggi sono i quartieri virtuali, le web community. L’informazione è la cura, da strutturare in modo mirato, esattamente come i vaccini.

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