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La dieta in numeri

Quanto è diffusa la necessità di mettersi a dieta? E soprattutto quanto ci costano i chili di troppo?

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Nel mondo gli affamati sono tanti quanto i grassi.

SPECIALE GENNAIO – La citazione di Eduardo Galeano non è poi così lontana dalla realtà. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2014 si contano a livello mondiale circa due miliardi gli adulti in sovrappeso (39% della popolazione di età superiore ai 18 anni), a cui si aggiungono 600 milioni di obesi (13%).
Anche i bambini non sono risparmiati: nel 2013, sotto l’età di cinque anni erano 42 milioni i bambini obesi o sovrappeso.
Mentre una volta si pensava che il problema riguardasse solo i paesi ricchi, oggi il tasso di crescita di bambini in sovrappeso o obesi nei paesi con un reddito medio-basso sta crescendo ad un ritmo del 30% superiore rispetto ai paesi sviluppati, soprattutto nelle aree urbane.
L’intera popolazione mondiale, fotografata dall’analisi della World Bank nell’anno 2010, rispecchia bene l’andamento del fenomeno sovrappeso nei singoli stati.

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Ma la crescita del sovrappeso non riguarda solo i bambini. Anche tra la popolazione adulta si registra un generale aumento di peso, confrontando i dati tra il 2002 e il 2010.

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L’obesità è una spesa

Non è solo una questione di estetica, è soprattutto una questione di salute. All’eccesso di peso sono associati cancro, problemi cardiovascolari e diabete, e con le malattie arrivano anche i costi che uno stato si deve accollare.
Anche per arginare questi ultimi, gli stati hanno cercato di formulare delle policy per contrastare la piaga dell’obesità, rendendo disponibili per i cittadini nuove opzioni più salutari o permettendo che quelle già esistenti diventassero più accessibili per tutti, anche per le fasce meno abbienti.

L‘ultimo rapporto dell’OECD sull’obesità ha cercato di raccogliere le diverse strategie messe in atto da vari governi, in modo da misurarne l’efficacia. Uno dei metodi più diffusi è quello di tassare i prodotti meno favorevoli alla salute. Nel 2014, il Messico ha caricato di tasse i cibi più calorici, e i ricavi verranno spesi per programmi di salute pubblica. L’Ungheria aveva introdotto misure analoghe già nel 2011, facendo calare del 27% le vendite dei prodotti rincarati.
Molti stati istituiscono vere e proprie campagne per educare alla salute, introducendo un’alimentazione più attenta nelle scuole, spingendo i cittadini a lasciare la macchina e a fare attività fisica, e fornendo vere e proprie linee guida per seguire uno stile di vita più sano.

Anche l’Unione Europea si è mossa in questa direzione e secondo l’ultimo Piano 2014-2020 per contrastare l’obesità soprattutto nelle nuove generazioni, sono tanti i progetti avviati per sensibilizzare i cittadini e per indurli a seguire un migliore stile di vita.
Repopa è nato per promuovere l’attività fisica, Afresh si appoggia sull’innovazione scientifica per migliorare salute e dieta delle persone, Habeat forma le abitudini alimentari dei bambini in età scolare.

Quanto costa dimagrire?

Se il discorso della prevenzione di alcune malattie o le campagne europee non ci convincono, una riflessione sul nostro portafoglio potrà essere utile per pensare un po’ di più alle nostre abitudini di vita e alimentari.
Secondo il rapporto Global weight loss and diet management market (2010-2015), il mercato legato alla perdita di peso potrebbe esserci costato a livello globale 586 miliardi di dollari, un valore che è cresciuto con un tasso annuale pari all’11% dal 2010 al 2014. L’Europa contribuisce a questa spesa in modo rilevante, dato che il capitolo dieta sembra esserci costato 250 miliardi di euro nel 2014.

All’interno delle azioni intraprese per ritornare al peso forma, quella preferita da tutti resta la dieta. Stando ai dati raccolti da una ricerca Nielsen del 2012, la maggior parte della popolazione europea crede che soprattutto la dieta sia un mezzo efficacie per controllare il peso. E infatti i prodotti salutistici e dietetici stanno assumendo sempre più importanza all’interno del mercato alimentare.
In Italia nel 2012, il valore delle vendite di prodotti dietetici ha raggiunto un volume pari a 278 milioni di euro,  una cifra che copre il 15% dell’intera spesa per prodotti alimentari funzionali per la salute.

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Nel momento in cui i metodi tradizionali non sono sufficienti per ridurre il peso, potrebbe essere necessario rivolgersi alla chirurgia, sempre sotto consiglio medico.
La diffusione della chirurgia allo stomaco per contrastare l’obesità è ancora disomogenea tra gli stati europei: in testa c’è la Francia con 30 mila interventi nel 2011, seguita dagli 8600 della Svezia e dagli 8100 della Gran Bretagna; Spagna e Germania si arrestano sulle 4000 operazioni chirurgiche.
Parlare di costi per questi trattamenti significa maneggiare cifre a quattro zeri: un intervento di questo tipo ha un valore che varia dai 10 ai 15 mila euro.
Le previsioni per il futuro immaginano una crescita di valore del 15% per il mercato della chirurgia legata all’obesità: i 350 milioni di dollari spesi a livello globale nel 2012, aumenteranno fino a 860 miliardi di dollari entro il 2019.

Non è detto che le previsioni in merito a diffusione dell’obesità e a  costi ad essa associati si avvereranno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha preso un impegno reale per prevenire e contrastare le abitudini diffuse che porteranno all’aumento delle cosidette malattie non comunicabili (NCDs).  Nel settimo target contenuto all’interno del Global action plan for the prevention and control of NCDs 2013-2020, l’OMS si prende a cuore proprio il problema dell’obesità, per fornire a tutti gli stati strumenti utili di prevenzione, monitoraggio e riscrittura delle norme per migliorare gli stili di vita.

@AnnoviGiulia

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Oliver Symens, Flickr

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

7 Commenti

  1. […] “Il fatto che i cibi siano brandizzati come dietetici fa sì che chi cerca di perdere peso -o di non ingrassare- ne mangi di più”, spiega Koenigstorfer, “e che, ancora peggio, riduca il tempo dedicato all’esercizio fisico, guardando all’alimentazione ‘dietetica’ come a un sostituto dello sport”. Così, grazie a quella che altro non è che una strategia di marketing, vanno perduti tutti gli sforzi fatti fino a quel momento per mantenersi in forma. Sforzi non sempre legati a una questione estetica, spesso ci va di mezzo anche la salute.  […]

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