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Racconti del tempo che farà

Cosa significa un rallentamento del riscaldamento globale? Per gli scienziati che negano l'effetto serra rappresenta l'inizio di una nuova era glaciale ma per la maggior parte dei ricercatori significa riuscire a distinguere le variazioni tra un anno e l'altro dall'andamento plurisecolare del clima dovuto ai gas serra

FUTURO – Tutti i modelli sono sbagliati, diceva George Box, ma alcuni sono utili. Dopo il Niño torrido del 1998, alcuni anni sono stati più freddi della media, un’occasione d’oro per capire se e come complicare i modelli climatici a lungo termine e – forse – migliorare quelli a breve.

Ogni volta che il riscaldamento globale rallenta, parte la sceneggiata nota come “Climate Escalator“, illustrata nel grafico sopra. Quelli che negano l’effetto serra delle nostre emissioni di gas serra annunciano una nuova era glaciale, denunciano un complotto di Al Gore e di decine di migliaia di scienziati per distruggere il capitalismo e si affidano a modelli decisamente alternativi ai dati osservati, come quello di Nicola Scafetta, o di Lindzen, Easterbrook, Akasofu e McLean:

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Ai ricercatori invece, un rallentamento del riscaldamento globale misurato di fino con gli strumenti odierni serve a distinguere le cause delle variazioni tra un anno e l’altro dall’andamento plurisecolare dovuto ai gas serra. Ci stanno lavorando in tanti. Da un lato i governi – come le Ong internazionali – chiedono previsioni a 5-10 anni invece di 25-30 come quelle dei modelli climatici. Missione impossibile per ora, e non solo perché ci vorrebbe una potenza di calcolo pazzesca, sostiene Gavin Schmidt, il direttore del GISS-NASA e se lo dice lui… Eppure alcuni modelli climatici hanno azzeccato la “pausa” recente. Colpo di fortuna o peso giusto dato per esempio all’influenza dell’oscillazione di qualche corrente oceanica?

Su Nature del 28 gennaio, Jochem Marotzke e Piers Forster del Max Planck per la meteorologia propendono per il colpo di fortuna. Confrontano i risultati dei modelli con le osservazioni fatte tra il 1900 e il 2012 per vedere se in queste ultime emergono cicli ricorrenti da 15 a 62 anni per le forzanti, le retroazioni e l’assorbimento del calore da parte degli oceani, e concludono

Le differenze tra tendenze osservate e simulate sono dominate da una variabilità interna casuale sul breve periodo e da variazioni delle forzanti radiative su quelli lunghi. Qualunque sia il periodo, la forbice delle retroazioni simulate non influisce sulla tendenza ottenuta dai modelli per la media della temperatura globale alla superficie, e di conseguenza sulla differenza tra simulazioni e osservazioni. Sembra pertanto priva di fondamento l’affermazione secondo la quale i modelli climatici sopravalutano sistematicamente la risposta alla forzante radiativa dovuta a concentrazioni crescenti di gas serra.

Buono a sapersi, ma l’utilità immediata lascia a desiderare. Lo stesso giorno, su Nature Climate Change, un gruppo olandese propone una soluzione: usare modelli meteorologici per simulare l’impatto locale degli eventi estremi – tempeste, alluvioni, siccità protratte ecc. – previsti da tutti i modelli climatici e che dall’inizio del secolo stanno diventando più intensi e frequenti. Da olandesi, si (pre)occupano parecchio per l’innalzamento del livello del mare, e per cosa succederà “all’economia dei polder” in caso di tempesta violenta nel 2050… Chiamano il loro modello ibrido “metodologia dei Racconti”.

Sebbene la metodologia dei Racconti non possa superare l’inadeguatezza dei migliori modelli meteo attuali, secondo noi può fornire informazioni che restano utilizzabili anche mentre i modelli climatici si sviluppano e le simulazioni per il 21mo secolo cambiano. L’approccio dei Racconti informa gli utenti sull’impatto dei cambiamenti climatici sfruttando i cataloghi di analogie con eventi meteo del passato e creando sinossi realistiche degli eventi possibili in futuro.

La metodologia è ambiziosa, deve ancora essere rodata, e sembra poco applicabile nel terzo mondo. In Olanda come in molti paesi occidentali, i cataloghi raccontano un millennio o due del tempo che fu, e due secoli al massimo nei paesi poveri. Però è un bell’esempio dei lavori in corso per consentire ai governi di avviare subito interventi di adattamento ai rischi climatici. Per di più l’articolo è scritto bene e si può leggere gratuitamente come altri pubblicati dai mensili del gruppo Nature fino alla fine dell’anno.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagini: Skeptical Science/Public domain

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