Italiani esploratori, scienziati, avventurieri – A un soffio dalla gloria: Giovanni Miani e le sorgenti del Nilo

È passata una generazione dalle imprese di Giovanni Battista Belzoni, eppure nei confronti dell’Africa sta cambiando tutto. A grande velocità

APPROFONDIMENTO – Da piccolo lo chiamavano «Bastardo», tanto che per un certo periodo ha pensato che quello, e non Giovanni, fosse il suo vero nome. Quand’è cresciuto, le cose sono cambiate fino a un certo punto: altra città, Venezia, e altro nome, “paronsìn”, padroncino, che non era comunque un complimento. Ma c’è un altro nome che gli si addice, soprattutto a immaginarselo in età avanzata: “il Leone Bianco”. Un po’ per via della lunga e folta barba bianca, ma soprattutto per la sua familiarità con l’Africa. Perché Giovanni Miani, il bastardo che si è fumato tutti i soldi in donne e pensava che Rossini fosse un “raccomandato”, si è fatto leone andando alla ricerca delle sorgenti del Nilo. E per un soffio, nel secolo delle grandi imprese di esplorazione nel Corno d’Africa, non è suo il nome che la Storia ha scritto nella pagina dell’impresa.

Ritratto di Giovanni Miani - litografia Virano - Teano, Roma

Ritratto di Giovanni Miani – litografia Virano – Teano, Roma

È passata una generazione dalle imprese di Giovanni Battista Belzoni, eppure nei confronti dell’Africa sta cambiando tutto, e a grande velocità. Belzoni esplora con occhi e metodi nuovi la Valle del Nilo alla ricerca dei tesori dell’antico Egitto, ma si ferma a nord dell’odierno Sudan. Nel frattempo gli inglesi hanno fondato la British African Society allo scopo di cartografare quell’Africa che, al di là delle coste e dei corsi dei fiumi principali, è ancora terra incognita. Anche la Francia di Napoleone Bonaparte ha mostrato interessi per l’Egitto e l’Africa Orientale con la campagna militare lungo il Nilo che è valsa anche il ritrovamento, nel 1799, della stele di Rosetta, che risulterà fondamentale per decifrare i geroglifici. In tutta l’Europa la collezioni egizie si gonfiano con le raccolte di Belzoni e delle altre decine di archeologi. Parigi con il Louvre, Londra con il British Museum, persino Torino con il Museo Egizio: tutte le potenze europee vogliono la loro quota di sarcofagi e mummie.

Ma c’è, come sempre, molto altro che bolle in pentola. Dall’inizio del secolo si parla concretamente di scavare un canale artificiale che colleghi il Mediterraneo con il Mar Rosso, riducendo drasticamente i tempi di navigazione per raggiungere le Indie orientali. Gli inglesi, direttamente o indirettamente, controllano già una buona parte delle coste tra penisola arabica e Africa. Ma al pensiero che le proprie navi possano transitare in quel mare, tutte le potenze vogliono conoscere meglio l’entroterra per garantirsi maggiore sicurezza. E, en passant, raccogliere avorio e schiavi da rivendere. Questo è lo sfondo sul quale si muove la corsa per arrivare per primi alle sorgenti del Nilo. Una corsa che alla lunga vinsero gli inglesi, ma che Giovanni Miani ha corso con ardore e determinazione. E non fosse stato per una cronica mancanza di denari e una dose non piccola di sfortuna, forse avrebbe anche potuto fare sua.

La dea bendata, a dire il vero, gli aveva dato una chance già da ragazzo. Nato a Rovigo nel 1810 da “padre ignoto”, prende il cognome della madre, Maria Maddalena Miani, donna di servizio anche in casa di nobili veneziani. Uno di questi, il conte Pier Alvise Bragadin, a un certo punto se lo prende in casa a Venezia per dargli un’educazione. Maria Maddalena, fino alla morte, tace sulle motivazioni. Peccato che prima di completare la sua formazione, il conte muoia. Ma il “paronsìn” – che non gradiva l’appellativo che gli ricordava le umili origini – si ritrova una discreta somma in eredità, più di 54 mila lire. Tutto il gruzzolo se ne va rapidamente, speso in teatri, divertimenti e correndo dietro alle gonnelle. Perché Giovanni vuole costruirsi una carriera nello spettacolo e per questo studia mandolino e composizione, oltre a svenarsi per pubblicare una sua storia della musica che si ferma al primo volume per le scarse vendite.

A un certo punto della sua vita si trova a Costantinopoli, al servizio nel teatro del sultano. Ha provato a rappresentare la sua opera lirica, Las segadoras de Vallecas, in Italia, ma con scarso successo, mentre, sbraita a chiunque gli capiti a tiro, un Rossini qualsiasi (sono gli anni del Barbiere di Siviglia e de La gazza ladra) viene esaltato pur non avendo qualità. Da opinioni come questa si capisce che suo carattere non è propriamente morbido.

Allora a Levante, e specialmente a Costantinopoli, attori di mezza Italia e Europa vanno a trovare rifugio quando la carriera non ingrana o quando è meglio sparire dalla circolazione per un po’. Ma con il teatro e la musica, Miani capisce che non c’è molta speranza, soprattutto per la gloria e la grandezza a cui aspira. Non si sente un uomo normale, si sente destinato a grandi cose. Ma quale impresa compiere? In questi anni, le sorgenti del Nilo e l’Africa non sono ancora al suo orizzonte.

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La Karthoum dell’Ottocento in un’illustrazione tratta da Stanleys expedition till Emin Paschas undsättning di Alphonse-Jules Wauters (Wikimedia Commons)

Da Costantinopoli, torna in quella Venezia che non lo aveva apprezzato come artista. E lo fa con sentimenti patriottici. Siamo in pieno Risorgimento, tutta l’Italia è in fermento per i moti del ’48 – ’49: ci si vuole liberare dell’oppressione straniera e realizzare l’unità nazionale. La città lagunare è in mano austriaca e Miani si sente chiamato a compiere “i doveri di onesto cittadino”, che “vanno sopra ogni cosa”. I veneziani insorgono e riescono anche a proclamare la Repubblica di San Marco. Ma la libertà dura poco più di un anno e Venezia torna in mano straniera. Servirà una Guerra d’Indipendenza, la terza, combattuta nel 1866 per annetterla all’Italia. Nel frattempo Miani è finito in galera, prigioniero del nemico, almeno per alcuni giorni. Viene rilasciato, ma sarà stata una raccomandazione o un suo pensiero, capisce che è tempo di prendere il largo. Così, con soli cento franchi in tasca, s’imbarca su di una fregata americana. È in questo periodo che, come scrive nel proprio diari, “negli ozi della navigazione concepii e meditai l’idea di andare alla scoperta del Nilo”. Si comincia a intravvedere il Leone.

Il problema è che con centro franchi in tasca non si va molto lontano. Serve un finanziatore, e chi meglio di Napoleone III, l’uomo che vuole ristabilire la grandeur imperiale del suo omonimo predecessore? E quale impresa migliore, pensa il francese, che mettersi a gara con gli inglesi senza dover mobilitare società geografiche, esercito e diplomatici? Chi meglio di questo avventuriero un po’ arrogante che sembra non aver paura di niente? Secondo le indicazioni di Miani stesso, si organizzano così due spedizioni: una dall’Oceano Indiano e una da Khartoum, la città fondata nel 1821 dagli inglesi come avamposto per le spedizioni. In questo modo pensava di poter anche individuare un collegamento tra il fiume egiziano e la costa orientale: una via alternativa, dovessero mai gli inglesi riuscire nell’impresa del canale.

Questo in linea teorica, perché i soldi di Napoleone III, che avrà avuto anche sogni di grandezza, ma spendeva con molta parsimonia, bastano a malapena a tentare l’impresa risalendo il fiume con uno sparuto gruppo di uomini al seguito. Ma Giovanni non si lascia scoraggiare, perché è convinto che in quelle lande desolate in cui si sta per recare si nasconda l’Ofir, quella terra dalle immense ricchezze nominata da Salomone nella Bibbia. Dove sia, però, nessuno lo sa, tanto che i letterati lo hanno immaginato praticamente in tutti i continenti tranne l’Europa. Miani è convinto di poter provare con la sua spedizione che, come scrive nel suo libro di memorie del 1865, “non poteva essere né in Arabia, né nelle Indie, né al Perù, come lo avevano stabilito molti dotti con con inutile erudizione”. Poco più avanti, aggiunge che “l’Offir è nel centro dell’Africa, e credo potere far conoscere i tesori che essa possiede, e quanta utilità sarà la scoperta del Nilo, essendo vicina all’Oceano Indiano”.

La partenza dal Cairo avviene il primo di maggio 1859 alla volta di Khartoum, dove Miani arriva il 20 luglio. Ora, il rodigino era uno che si adattava, ma bisogna immaginarselo arrivare in questa città neonata, dove la puzza e il caos la facevano da padroni, con personaggi poco raccomandabili in cerca di fortuna e di una seconda vita lontano dalle forze di polizia europee. A questi ci sono da aggiungere i diplomatici, gli eserciti e gli africani che si sono riversati in città offrendo i propri servigi all’uomo bianco. Miani vi arriva a 49 anni, con una  prospettiva di non certo grande comodità. Eppure, anche nella calura opprimente trova di che soddisfare i propri appetiti dedicandosi all’esplorazione dell’universo femminile, dove usi e consumi sessuali locali lo incuriosiscono non poco. Ma non bisogna troppo indugiare nell’ozio, c’è il Nilo da esplorare!

Khartoum sorge alla confluenza tra i due bracci principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Le sorgenti del primo sono note dal XVII secolo, quando il missionario Pedro Páez giunge a Gish Abbai, sull’altopiano etiope, nei pressi del lago Tana. Dell’altro braccio, più lungo del primo, si stanno ancora cercando le origini quando Miani parte risalendone il corso, convinto che si tratti del modo migliore per riuscire nell’impresa. Ma non è semplice. Innanzitutto, più si scende verso Sud, più il fiume si divide in decine di rivoli, forma cateratte e laghi, e ognuno può essere un vicolo cieco dell’esplorazione. In alcuni punti, il convoglio è costretto a rinunciare a navigare e proseguire via terra, superando dislivelli impegnativi, difendendosi dalle bestie che Miani non ha mai visto. In più c’è la complessa geografia politica della regione, frammentata in aree di influenza di questa o quella popolazione locale, spesso in lotta tra di loro e poco inclini a lasciar passare una carovana senza chiedere nulla in cambio. Bisogna fare uno sforzo per immaginarsi Miani che contratta il passaggio con i capi tribù locali, che si stupisce per le diverse forme che può prendere la natura, che si arrabbia perché si avanza troppo lentamente: tutti intralci che lo svantaggiano, pensa, mentre gli inglesi stanno cercando di arrivare alle sorgenti da Sud, attraversando la Tanzania da Zanzibar. Dopo diversi mesi passati nella calura umida di quelle terre, sempre assediato dagli insetti (di cui si lamenta spesso), proprio una rivolta di alcune tribù locali lo blocca a Gondokoro, 1500 chilometri da Khartoum, nell’estremità meridionale dell’attuale Sudan. L’ostilità locale, unita a una febbre insistente e a una piaga purulenta alla gamba lo costringono a ripiegare verso Nord. È il 28 gennaio 1860.

Tornato a Khartoum si rimette in forze, ma la piaga alla gamba non se ne andrà mai del tutto. Qui, con uno sforzo di orgoglio si riorganizza velocemente e riparte il prima possibile: bisogna riprendere l’esplorazione da dove la si è interrotta per battere gli inglesi. Ma anche questo viaggio è sfortunato e deve essere abortito presto. Innanzitutto il detour provocato dalla rivolta ha fatto avanzare troppo la stagione e questo secondo viaggio è caratterizzato da una pioggia che, ricorda Miani, non gli fa mai asciugare la palandrana. In più, lui è diventato sospettoso ed è provato nello spirito: teme che altre forze siano in gioco per non fargli raggiungere l’Ofir. Ritorna comunque nella zona battuta precedentemente, ma ora è più difficile passare: i campi sono seminati e l’ostilità dei locali al suo passaggio si fa più intensa. Miani si avventura oltre la cateratta di Makedo su di una feluca a remi (abbiamo detto che non era uomo facile da fermare), e da lì ha trova il modo di arrivare a Galuffi, presso la catena del Gniri, più a est di dove stavano muovendosi John Hanning Speke e James Augustus Grant, i due geografi di Sua Maestà la Regina Vittoria. Miani è convito che sia la strada giusta, anche se non potrà mai verificarlo di persona perchè il mudir dell’Omdurman, uno dei signori locali, gli impedisce il passaggio. Miani prova a convincerlo con tutti i mezzi, ma senza successo. Incide il proprio nome sul tronco di un albero di Tamarindo, “l’albero del viaggiatore”, e con la coda tra le gambe torna verso nord.

Miani è a pezzi, perché sa che il suo è un fallimento. Scoprirà solo più tardi che il mudir è stato sostenuto nella sua opposizione dagli inglesi, che non si fanno scrupoli a usare qualsiasi mezzo per tagliare fuori gli avversari. Chissà se questo elemento non abbia fatto aumentare nel Leone Bianco l’amarezza, convinto com’era che gli inglesi avessero solo scoperto il Lago Vittoria e non le sorgenti del Nilo Bianco. Miani crede che bisogni cercare più a oriente, verso il monte Kenya e il suo vulcano, non nella regione dei laghi. Oggi il Lago Vittoria viene considerato convenzionalmente la sorgente del Nilo Bianco, ma una parte delle acque che lo costituiscono vengono da più a Sud ancora, dalla regione dell’attuale Rwanda e del Burundi. Insomma, non aveva ragione Miani, ma a voler essere pignoli nemmeno gli inglesi. L’Ofir rimaneva inviolato.

La carta del 1879 che mostra i territori esplorati da Speke e Grant - da: Historic Maps Collection

La carta del 1879 che mostra i territori esplorati da Speke e Grant – da: Historic Maps Collection

Il ritorno in Europa dopo la spedizione è ancor più deludente. Intanto perché Speke e Grant hanno annunciato la scoperta delle sorgenti del Nilo a tutto il mondo. In più c’è questa grande massa di reperti e oggetti che si è portato dietro che nessuno pare volere. Venderla, avrebbe significato uscire dalle ristrettezze economiche in cui versava. Ma i Savoia non sono tanto interessati, a Firenze si organizza una mostra modesta che non risolve i suoi problemi. Alla fine la collezione arriva, in dono, al Museo Correr di Venezia, nel tentativo di accaparrarsi la benevolenza della città. Le 14 casse contengono 1800 oggetti, così suddivisi a sentire il direttore del Correr di allora, il cavalier Lazari: “prodotti naturali: minerali, tronchi di piante equatoriali, pelli di quadrupedi, spoglie d’uccelli”; “articoli d’abbigliamento e di costume”; “armi, da offesa e da difesa”; “prodotti industriali: tessuti di vegetali e pelo animale, strumenti da corda, da fiato e da percuotere”; “ceramiche”; “antichità: mummie umane, di coccodrilli, di ornitorinchi”.

Buona parte della collezione ora si trova al Museo Civico di Storia Naturale di Venezia. Parte delle collezioni sono finite in giro per l’Europa in diversi musei e istituti. Così che almeno post mortem, Miani ha potuto dare il proprio contributo alla cultura europea. Non bisogna, però, immaginare Miani come un attento catalogatore e raccoglitore di reperti e oggetti: si porta a Venezia tutto quello che reputa esotico e curioso. Nel suo libro di memorie, che contiene anche la carta geografica dei suoi viaggi e serve ad alimentare la polemica con gli inglesi, Miani annota però usi e costumi delle popolazioni che incontra, comportandosi, forse senza averne coscienza, da etnografo ingenuo. Un’operazione che ha avuto un valore culturale che deve ancora del tutto essere approfondito.

John H. Speke (sx.) e James A. Grant in un'illustrazione tratta da burtoniana.org

John H. Speke (sx.) e James A. Grant in un’illustrazione tratta da burtoniana.org

Potremmo pensare di essere arrivati in fondo, di aver accompagnato un uomo dallo spirito avventuroso e polemico nelle sue spedizioni all’interno dell’Egitto meno noto, e di averlo visto sconfitto solamente dalla potenza coloniale britannica. Ci sarebbe materiale per un paio di libri di Emilio Salgari, ma non è andata così. Perché tenere in gabbia un leone, seppure con una pustola alla gamba e nessun soldo in tasca, è impresa praticamente impossibile. Quindi, nell’ordine, Miani si accompagna a una certa Anna, affittacamere veneziana, che lo rimprovererà per il resto dei suoi giorni e gli chiederà costantemente di inviarle danari, e diventa direttore del nuovo zoo di Khartoum, che gli offre l’opportunità di organizzare nuovi viaggi alla ricerca di specie da mettere in mostra. Quale migliore occupazione per uno che è riuscito a trovare gli ornitorinchi australiani in Africa?

La gloria del decennio precedente è oramai andata, ma nel 1871, a sessantun anni, con la sua lunga barba bianca riesce a convincere gli organizzatori di una spedizione nel Monbuttu, sempre nel dedalo di affluenti e cataratte del Nilo, a portarlo con loro come esperto scientifico. Miani si carica un armamentario di strumenti e gabbie per gli animali da catturare vivi. Così, ancora poco convinto dell’impresa di Speke e Grant, crede di star partendo verso l’Ofir biblico e la sua personale gloria. In realtà, la sua presenza sarà un peso per il resto della spedizione che aveva come unico scopo l’avorio e la cattura di schiavi da rivendere sulle coste. La spedizione va benissimo per i predoni, meno per Miani. Il quale, però, cattura e porta con sé due pigmei dell’Africa nera, una “razza” esotica e dal sicuro interesse per gli studiosi europei. Già si immagina il ritorno trionfale a Venezia con i due piccoli africani, finalmente ripagato degli sforzi di una vita. Chissà, conferenze nelle più grandi città, magari un libro di memorie. Si immaginava, insomma, almeno una gloria come quella di Belzoni che dava spettacolo sezionando mummie egizie a Piccadilly. Non ci sarà nulla di tutto questo, perché al Cairo arriverà solo il suo testamento: 24 ghinee e una lettera per la sua “Annetta di Canareggio”. Il Leone Bianco era stato catturato dalla cacciatrice ultima, quella che non lascia scampo.

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