GRAVIDANZA E DINTORNIULISSE

Allattamento, intelligenza e stipendio

Un ampio studio su Lancet Global Health conclude: più dura l'allattamento al seno, più sono alti, da adulti, QI, livello scolastico e reddito

https://www.flickr.com/photos/motheringtouch/5204660841/sizes/z/
GRAVIDANZA E DINTORNI –  Ecco uno studio destinato a far discutere, come sempre quando si parla di allattamento materno (specie se prolungato) e dei suoi effetti per il bambino (specie se in ambito cognitivo). È uno studio appena pubblicato su Lancet Global Health e in soldoni dice questo: chi è stato allattato al seno, da adulto ha un QI (il quoziente d’intelligenza) più alto, è più scolarizzato e guadagna di più di chi non lo è stato. Tutti aspetti tanto più evidenti quanto più a lungo è durato l’allattamento. Ma che cosa significano esattamente queste associazioni? Il latte di mamma rende davvero più ricchi e intelligenti?

Il tema non è certo nuovo. Già nel 2002, per esempio, una review su Paediatrics si interrogava sulla validità dei risultati scientifici su allattamento e performance cognitive facendo riferimento a una quarantina di studi pubblicati tra il 1929 e il 2001. Nello stesso anno, un gruppo di ricerca danese aveva osservato, in due campioni di giovani adulti, un’associazione significativa tra durata dell’allattamento al seno e punteggi più elevati in due diversi test di intelligenza. Ancora: nel 2013, un gruppo di americani aveva individuato una correlazione tra assunzione di latte materno e intelligenza verbale e non verbale nei bambini, mentre nel 2007 uno studio su Pnas ha suggerito che il legame tra allattamento e intelligenza passi attraverso alcune varianti genetiche.

La nuova indagine, tutta brasiliana, ha però alcuni elementi particolare di interesse, se non altro perché i possibili effetti dell’allattamento sono stati indagati a lungo termine (cioè in età adulta e non durante l’infanzia o l’adolescenza) e anche rispetto al tema del guadagno economico, in genere trascurato. E dunque: nel 1982 un gruppo di ricercatori dell’Università di Pelotas, in Brasile, ha preso contatto con quasi 6000 coppie che avevano appena avuto un bambino, invitandole a partecipare a un ampio studio clinico sull’allattamento. Entro i primi tre anni di vita dei piccoli, i genitori hanno compilato un questionario sulla modalità di alimentazione del bambino nel suo primo anno (e su tante altre caratteristiche personali e familiari). Infine, nel 2012 gli studiosi hanno ricontattato i bambini ormai cresciuti, chiedendo loro di sottoporsi a un test di intelligenza e di rispondere a qualche altra domanda, per esempio sul grado di scolarizzazione raggiunto e sul reddito percepito nel mese precedente al contatto.

Hanno risposto in 3500, che sono stati suddivisi in diversi gruppi, a seconda della durata dell’allattamento materno: meno di un mese, da uno a tre mesi, da tre a sei mesi, da sei a dodici mesi e oltre l’anno. A questo punto gli studiosi hanno condotto tutte le analisi statistiche del caso, arrivando a concludere che sì, chi è allattato più a lungo tende ad avere un QI più alto: in pratica, si passa da un QI medio di 96,4 per chi ha bevuto latte di mamma per meno di un mese a 101,3 per chi l’ha bevuto per 6-12 mesi. Non solo, l’allattamento prolungato è apparso associato anche a un maggior grado di scolarizzazione (circa un anno scolastico in più sulle spalle) e a un reddito mensile più alto (l’equivalente di circa 100 euro in più, pari al 30% del reddito medio in Brasile).  A proposito del QI, però, va sottolineato che oltre l’anno di allattamento, l’effetto sembra ridursi, con un punteggio che scende a 98,1 di media.

Dal punto di vista metodologico, lo studio è stato apprezzato da vari commentatori, per esempio quelli di Bazian, un ramo della grande famiglia dell’Economist dedicato ad analisi evidence-based su temi di salute. In particolare, viene riconosciuta la grande attenzione a “correggere” i dati statistici per una lunga serie di fattori confondenti, quelli cioè che potrebbero falsare il risultato, attribuendo all’allattamento responsabilità che sono invece di altri elementi. In effetti, per questo tipo di studi la lista di fattori confondenti è davvero lunga: dallo status socioeconomico della famiglia di partenza al livello di educazione materna, dal tipo di parto al peso alla nascita, passando per le condizioni della mamma prima e durante la gravidanza (abitudine al fumo, peso corporeo, età).

Alcuni limiti, però, rimangono. Per esempio: nonostante tutte le correzioni apportate, è davvero difficile eliminare tutti i fattori che possono confondere le carte. Certo, il fatto che lo studio sia partito nel 1982, quando in Brasile l’allattamento era ancora piuttosto diffuso in tutta la popolazione e non limitato alle fasce sociali più istruite e benestanti (come accade oggi), aiuta a ridurre il rischio di distorsioni legate allo status socioeconomico, ma che dire del livello di intelligenza materna?

Poi: va bene l’associazione, ma l’ideale sarebbe capire perché l’allattamento al seno possa avere questi effetti e qui ancora soluzioni definitive non ce ne sono. In realtà, Horta e colleghi un’ipotesi la avanzano, anche sulla base di studi precedenti, e indicano come possibile spiegazione biologica per il fenomeno l’elevato contenuto di acidi grassi saturi a catena lunga del latte di mamma. Sarebbero queste sostanze, considerate essenziali per lo sviluppo del cervello, a promuovere l’intelligenza, la quale a sua volta promuoverebbe un maggior grado di scolarizzazione e un impiego più remunerativo, in una serie di effetti a cascata positivi. Ipotesi interessante, certo, ma non è l’unica. Potrebbero esserci in gioco altri fattori contenuti nel latte, di cui non siamo ancora consapevoli. Oppure la biochimica del latte potrebbe non c’entrare nulla: magari tutto dipende (ma è da verificare) dal contatto fisico con la madre, o dal fatto che, durante la poppata al seno, lei parla di più al suo bambino.

E ancora: per quanto il dato economico sia molto significativo, non è detto che il risultato sia trasferibile tal quale ad altri paesi, specialmente quelli sviluppati.

Insomma, la parola fine su questo argomento non possiamo ancora metterla. Ma allora, che messaggio portare a casa da questo ultimo lavoro? Primo: che c’è ancora tanto da studiare, e sicuramente vale la pena farlo. Secondo: che in termini epidemiologici, cioè di popolazione, rimangono valide le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che suggerisce di allattare in modo esclusivo fino a sei mesi d’età e anche oltre, se mamma e bambino lo desiderano. Corollario del punto due: che ha senso continuare a promuovere strategie pubbliche di sostegno all’allattamento al seno (anche prolungato). Terzo: che chi non allatta non deve comunque temere per lo sviluppo cognitivo del nostro bambino (né tantomeno colpevolizzarsi). A quanto ne sappiamo, sono tantissimi i fattori in gioco e l’allattamento è solo uno di questi.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Credit Immagine: Mothering touch / Flickr

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

3 Commenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: