Dottorato in fisica e lavoro nel privato: una scelta possibile (e vincente?)

Una ricerca condotta negli Stati Uniti mostra come, a dieci anni dal dottorato, i fisici che hanno abbandonato l'università non se la passano così male

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ATTUALITÀ – Nell’immaginario collettivo, una persona con un dottorato di ricerca (PhD) in fisica viene più spesso pensata come un accademico al lavoro in ateneo o in un laboratorio piuttosto che come un amministratore delegato o un analista finanziario. Talvolta per necessità e in altri casi per scelta, invece, dopo il dottorato molti giovani decidono di abbandonare il mondo accademico per cercare impiego nel settore privato, seguendo carriere che purtroppo in molti Paesi non sono monitorate dalle indagini occupazionali nel campo della fisica. Secondo i pochi dati a disposizione, a quanto pare, la scelta di avventurarsi nel privato si è spesso rivelata azzeccata.

Una nuova analisi sulla condizione lavorativa dei PhD in fisica negli Stati Uniti è stata recentemente pubblicata dal centro di ricerca statistica dell’American Institute of Physics (AIP) a seguito di una raccolta dati sistematica relativa all’anno 2011. Si tratta della prima analisi di questo genere, svolta su 503 fisici che hanno portato a termine il proprio dottorato di ricerca tra il 1996 e il 2001 e che in seguito hanno deciso di intraprendere una carriera non accademica. I dati mostrano, anzitutto, che chi è entrato nel settore privato intorno al duemila è riuscito mediamente a raggiungere una buona posizione lavorativa nel giro di un decennio, facendo apprezzare il valore del percorso di studi in fisica anche al di fuori della torre d’avorio accademica.

Secondo il rapporto, in particolare, nel 2011 più del 75% dei fisici che lavorano nel settore privato ha superato i 100mila dollari annui di salario, battendo nella maggior parte dei casi i colleghi che hanno deciso di rimanere all’interno delle università. Per di più, il 71% dei fisici impiegati nel privato ha anche descritto il proprio lavoro come intellettualmente stimolante e gratificante, poiché si confronta regolarmente con persone provenienti dai percorsi di studi più disparati, preparate e con competenze lavorative complementari alle proprie.

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Roman Czujko, ricercatore presso l’AIP e autore principale del rapporto, ha spiegato che l’intento della ricerca è facilitare l’orientamento pre- e post- universitario dei ragazzi, distinguendo anche tra otto diversi tipi di carriera lavorativa in base alle competenze più richieste ai lavoratori e alle capacità dimostrate nel gestire le relazioni interpersonali. In questo modo, ha commentato Czujko, la speranza è che l’analisi possa portare a scelte più consapevoli da parte degli studenti, poiché guarda al mercato del lavoro da una prospettiva diversa rispetto a quella proposta nelle aule universitarie.

Almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, i risultati statistici sono molto chiari: lasciare il mondo accademico non significa necessariamente buttare al vento un dottorato in fisica. Lo dimostra prima di tutto il fatto che l’85% degli intervistati si occupa di ricerca e sviluppo, anche se non necessariamente nell’ambito della fisica. Più della metà degli intervistati (il 61%) ritiene inoltre che il proprio impiego sia appropriato per il percorso di formazione portato a termine, come dimostrano anche le numerose offerte di lavoro rivolte specificamente ai PhD in fisica provenienti da diverse parti del mondo.

Alcuni dei PhD hanno dichiarato di fare spesso affidamento sulle proprie conoscenze scientifiche generali e sulla loro formazione specifica per portare a termine il proprio lavoro, altri invece hanno spiegato che non utilizzano le nozioni apprese durate il dottorato, ma sfruttano quotidianamente le abilità di problem solving basate sulle competenze scientifiche e matematiche sviluppate anche quando erano dottorandi. Tra gli aspetti più apprezzati dagli intervistati c’è la maggior flessibilità del lavoro nel privato, ma soprattutto la possibilità di sentirsi più in controllo della propria carriera. Altri – soprattutto chi è occupato nel settore della finanza – hanno espresso soddisfazione per i salari particolarmente alti.

L’indagine ha anche mostrato che, a differenza di altri settori, i fisici che lavorano in finanza sono spesso a contatto con altri fisici, soprattutto perché le mansioni richieste comprendono l’utilizzo di complessi modelli matematici e la capacità di gestire simulazioni al computer. In questo caso risultano infatti determinanti le competenze quantitative che gli studi di dottorato avevano contribuito a sviluppare.

Un dottorato di ricerca in fisica, insomma, può essere un trampolino di lancio per una grande varietà di carriere anche al di fuori del mondo accademico. Forse è avventato concludere che l’impiego nel settore privato sia la scelta vincente, ma di certo la carriera accademica non rappresenta una scelta obbligata per chi ha appena concluso il percorso di dottorato in fisica.

@undotti

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Crediti immagini: University of the Fraser Valley/Flickr; Statistical Research Center (SRC) /American Institute of Physics

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Giornalista scientifico freelance. Sui social sono @undotti
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