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Quel legame tra biologia e povertà

Nascere in una famiglia svantaggiata influisce negativamente sullo sviluppo del cervello dei bimbi. Ma un ambiente più ricco di stimoli e un training cognitivo possono fare la differenza

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APPROFONDIMENTO – Esiste un legame tra la povertà e la biologia, un legame che da molti anni gli scienziati cercano di chiarire per capire in che modo il cervello di un bambino viene influenzato dall’ambiente in cui cresce. L’approccio, in molte delle ricerche che hanno cercato e ancora cercano di dare risposte esaurienti, è grossomodo quello nature vs nurture: stabilire quali sono gli elementi che maggiormente influenzano lo sviluppo cerebrale (stress, nutrizione, istruzione, genetica) e quando entrano in gioco.

La questione è ancora poco chiara viste le lacune da colmare, e se alcuni studi spostano l’attenzione sul periodo della gestazione, altri hanno visto il divario avere origine dopo la nascita. Altri ancora, strizzando un occhio alle neuroscienze, hanno stabilito un collegamento tra il responso neurale ai suoni dei bambini (la capacità quindi di elaborare informazioni uditive) con il background di istruzione della madre. Altri sono partiti dall’importante impronta che lo stress subito da bambini e le difficili condizioni economiche lasciano sui nostri geni, studiando la metilazione del DNA.

“Una delle cose più importanti che abbiamo osservato noi”, raccontava un paio di anni fa Seth Pollak, ricercatore UW-Madison, “è che i cervelli dei neonati alla nascita sono molto simili tra loro. La distinzione nella crescita cerebrale inizia a essere evidente, tra i bimbi che vivono in condizioni di povertà e gli altri, nel corso del tempo. Il che chiama in causa in modo concreto l’ambiente post-natale” ovvero la nurture. Pollak e i colleghi hanno monitorato un gruppo di bimbi dalla nascita fino al compimento dei quattro anni, seguendo lo sviluppo del cervello con svariati controlli ogni anno. Così hanno realizzato che lo sviluppo cerebrale dei bimbi nati in famiglie svantaggiate (la povertà in questo caso era del 200% al di sotto delle FPL, le linee guida federali statunitensi) aveva degli evidenti deficit nelle zone frontali e parientali, quelle deputate ad apprendimento, comportamento, attenzione. Proprio quei punti cardine che nei bimbi cominciano a diventare evidenti già all’asilo.

I fattori ambientali coinvolti sono davvero numerosi: si va da un’alimentazione poco curata fino alla deprivazione di sonno, e i bambini più poveri crescono senza l’ausilio di libri e giocattoli “educativi”. Subiscono poi lo stress dei genitori e di un ambiente instabile, beneficiando molto meno di conversazioni stimolanti che contribuiscono allo sviluppo cerebrale. Conseguenze che rimangono visibili anche in età adulta, perché finiscono per modificare sensibilmente l’attività in zone del cervello come l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale, deputate alla gestione della paura e delle emozioni negative, quindi anche dello stress. 

L’idea di un ambiente ricco che stimola il cervello non è di certo nuova, né agli studi umani né a quelli non-umani. Gli animali tenuti in gabbie senza possibilità di intrattenersi ed esplorare, senza stimoli, possono subire un calo nella generazione di neuroni e sinapsi. Si parla di environmental enrichment, e per un bambino è più facile di quanto si potrebbe pensare: permettere che esplori e incoraggiarlo nell’andare alla scoperta di cose nuove, a leggere, a giocare, parlare con lui e stimolare la sua voglia di esprimersi e interagire. Un museo e una gita in più, insieme a una buona scorta di libri, fanno già la differenza.

Gran parte della recente letteratura scientifica sta dunque spostando l’attenzione dalla gestazione al periodo post-natale, monitorando lo sviluppo grazie alla risonanza magnetica e identificando l’accudimento da parte della famiglia come uno degli elementi chiave. Nelle famiglie più povere “i genitori possono essere emotivamente meno responsivi per una quantità infinita di motivazioni”, spiegava la professoressa di psichiatria Joan L. Luby nel 2013, quando molte ricerche già andavano in questa direzione. Su Science quest’ipotesi, anche se non strettamente correlata alla genitorialità, era già stata valutata nello stesso anno: i problemi economici e lo stress correlato si prendono così tanta “energia mentale” che alle persone ne resta ben poca da indirizzare verso altre attività e impegni.

“Magari i genitori fanno due lavori o si trovano regolarmente a far fatica per mettere insieme i soldi per la cena. Oppure vivono in un ambiente poco sicuro, fronteggiano un sacco di stress e non hanno la capacità di investire energie nel sostenere i loro figli come fanno altre famiglie, che vivono la loro quotidianità senza l’ostacolo dato dalle scarse risorse economiche”. Dalle scansioni MRI è emerso che i bimbi che crescendo mancano di questo tipo di supporto parentale hanno meno materia bianca e grigia nel cervello.

Per quanto riguarda le influenze in fase di gestazione, oltre ai tristemente noti effetti del consumo di alcol in gravidanza sul QI, e del fumo sugli ormoni dello stress del bambino e sulla sua salute cardiovascolare, l’inquinamento si è rivelato essere un fattore preoccupantemente importante. Specialmente se associato a una già complessa situazione di povertà. I bimbi le cui madri, in gravidanza, sono state esposte ad alti livelli di PAH (idrocarburi policiclici aromatici) raggiunti i cinque anni di vita hanno un quoziente intellettivo molto minore rispetto a quelli nati da mamme senza difficoltà economiche, e che hanno trascorso i nove mesi in condizioni ambientali più sicure e tutelate.

Gli svantaggi socioeconomici, in questo modo, aumentano gli effetti negativi dei fattori di stress come gli inquinanti atmosferici. “Averlo scoperto fa sì che siano ancora più necessarie delle azioni mirate per ridurre l’esposizione a questi inquinanti nelle aree urbane, come anche l’istituzione di programmi di screening disponibili a inizio gravidanza per identificare le madri che hanno bisogno di un supporto psicologico oppure materiale”, ha commentato Frederica Perera, senior author di una ricerca pubblicata di recente su Neurotoxicology and Teratology.

“Per me queste scoperte non fanno che sottolineare che, come società, dobbiamo occuparci del tipo di esperienze che vivono i nostri bambini. Stiamo plasmando gli adulti del domani”, commentava Seth Pollak, a seguito di un’altra ricerca in cui ha approfondito gli effetti della povertà e dello stress sulle varie strutture del cervello umano in via di sviluppo.

“Non c’è un investimento che abbia un ritorno alto quanto quello fatto sui bambini”, dice Robert Dugger, co-fondatore di ReadyNation. Un bimbo sano, che cresce in un ambiente ricco e pieno di stimoli, diventerà come adulto un guadagno per la società. “Investire in un’assistenza sanitaria che si occupi dello sviluppo dei piccoli, anche di quello cerebrale, ha ritorni a breve termine nei loro risultati scolastici, riduce il bisogno di ricorrere a pedagogia speciale e i costi sostenuti per la ripetizione di anni di scuola. A lungo termine questo si rifletterà in voti migliori alla laurea, più occupazione e maggiori guadagni per i lavoratori. Tutti questi elementi contribuiscono a creare una forza lavoro più produttiva, plasmando un’economia più forte e maggiori guadagni”. Perché investire sulle nuove generazioni, a partire dalla loro salute, paga.

@Eleonoraseeing

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Crediti immagine: Lisa Rosario Photograhy, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

3 Commenti

  1. […] Lo scienziato Damon Jones e i colleghi hanno portato avanti il loro studio sul gruppo di partecipanti al Fast Track Project, condotto in collaborazione tra quattro università (Penn State, Duke University, Vanderbilt University e University of Washington). Si tratta di un programma di prevenzione pensato proprio per indagare, nei bambini più a rischio, le dinamiche che causano problemi comportamentali a lungo termine. Nel caso specifico della ricerca di Jones i bambini seguiti fino all’età adulta facevano parte del gruppo di controllo, ma vivevano anch’essi in condizioni socio-economiche svantaggiate. […]

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