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Lo zampino UE sui formaggi italiani

La Commissione Europea chiede all'Italia di consentire la produzione di latticini a partire da latte in polvere. Le polemiche, come previsto, non mancano.

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ATTUALITÀ – Toccateci tutto ma non il formaggio. Ha suscitato infatti molto scalpore nei giorni scorsi la notizia secondo cui la Commissione Europea avrebbe emesso un “diktat” (termine usato dalla stampa che ha riportato il fatto) nei confronti dell’Italia per imporre la produzione del formaggio “senza latte” (altro termine che riportiamo dalla rassegna stampa dei giorni scorsi). Di che cosa si parla in realtà e quali potrebbero essere le conseguenze per la produzione di una categoria di prodotti, i latticini, che arricchiscono in modo determinante il made in Italy culinario?

La Commissione Europea, in effetti, ha preso di mira la nostra produzione casearia, regolata dalla legge 138 del 1974. Questa legge proibisce la detenzione, produzione e vendita di prodotti caseari preparati con  latte fresco a cui è stato aggiunto latte in polvere o suoi derivati. Secondo Bruxelles, questa legge viola la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione Europea e ha spedito all’Italia una lettera di “messa in mora”. Di cosa si tratta esattamente? Semplicemente di un primo segnale per dire che l’Italia sta violando una norma europea. Da parte sua, l’Italia avrà due mesi di tempo per rispondere e, qualora decidesse di non adeguarsi alle richieste fatte dalla Commissione Europea, l’intera questione passerà nelle mani della Corte di Giustizia europea che deciderà un’eventuale pena pecuniaria. Il governo italiano si incontrerà a breve con alcuni rappresentati della Commissione Europea ma, nel frattempo, la risposta di Maurizio Martina, ministro delle politiche agricole, non si è fatta attendere: “su formaggi e latte in polvere no a diktat EU. Noi continuiamo a difendere la qualità italiana”. Anche Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, commenta la notizia con preoccupazione, in quanto sarebbero ben 400 i formaggi che rischierebbero di perdere il loro sapore caratteristico se venisse sostituita la materia prima di partenza, il latte fresco, con latte in polvere.

In realtà, diciamolo, parlare di “diktat” non è proprio corretto. La Commissione Europea, infatti, chiede di modificare una legge vecchia di oltre 40 anni in modo da rendere lecita anche la produzione di latticini a partire da latte in polvere o latte condensato, cosa che avviene già ampiamente in altri paesi dell’Unione Europea, come Francia e Germania. Sono proprio questi due paesi, infatti, i maggiori produttori di latte in polvere, che viene in larga parte utilizzato dalle grandi multinazionali del latte per prodotti ampiamente consumati anche nel nostro paese. Impedire che questo avvenga anche in Italia è, secondo la UE, una violazione delle leggi del libero mercato. Tuttavia, al contrario di quanto si potrebbe pensare dai titoloni letti i giorni scorsi, non si tratta si una imposizione: i produttori non interessati potranno, infatti, continuare a produrre i latticini come fatto finora. Inoltre, un’eventuale modifica della legge non interesserebbe i formaggi a Denominazione di Origine Protetta (DOP), i più caratteristici del mercato italiano, tutelati da un disciplinare.

Perché allora tanto clamore e tanta indignazione, sfociata in una manifestazione indetta da Coldiretti l’8 luglio in piazza Montecitorio? Sostanzialmente per tre motivi. A farne le spese sarebbe innanzitutto la qualità e la varietà dei formaggi. Il latte in polvere è un prodotto privo di proprietà organolettiche a causa del trattamento di disidratazione ad alte temperature al quale viene sottoposto il latte di partenza, trattamento che porta anche a una perdita delle proteine del latte. Sarebbe impossibile, quindi, riprodurre le sfumature di sapore tipiche delle numerose varietà di formaggi a noi tanto care. Altro aspetto, che potrebbe avere pesanti ripercussioni sui produttori, è quello economico. Secondo le stime di Coldiretti, infatti, con un chilo di latte in polvere dal costo di due euro è possibile produrre 10 litri di latte, 15 mozzarelle o 64 vasetti confezioni di yogurt. Si tratterebbe quindi di prodotti si scarsa qualità ma venduti a prezzi più bassi e in questa corsa al ribasso a farne le spese sarebbero i piccoli produttori. Sempre secondo Coldiretti, il pressing esercitato dalla Commissione Europea sull’Italia avrebbe già fatto aumentare le importazioni di latte e crema in polvere del 16% nel primo trimestre 2015 rispetto allo scorso anno. Non sarebbe un caso che i 2/3 delle importazioni provengano da Francia e Germania e che la lettera di diffida inviata all’Italia sia stata sollecitata dall’associazione italiana delle Industrie lattiero casearie (Assolatte).

Al di là delle speculazioni economiche, vere o presunte, il terzo aspetto della questione “formaggio senza latte” che lascia perplessi riguarda, ancora una volta, i consumatori. I produttori di latticini in possesso della nuova etichetta europea, infatti, non saranno obbligati a specificare il tipo di latte di partenza utilizzato. Non sarà possibile, quindi, per il consumatore capire direttamente di fronte al banco frigo se una mozzarella è fatta a partire da latte fresco o in polvere. Va bene quindi l’adeguamento alle normative sul libero mercato ma che ne è della trasparenza? Ancora una volta, quindi, l’etichettatura alimentare regolata dalla legislazione europea lascia spazio a qualche perplessità.

@silvia_reginato

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Paul Wilkinson, Flickr

4 Commenti

  1. Ecco di cosa si occupa l’Europa: insegnare come si fa la pizza, come si produce il formaggio o come si aggiusta la gradazione alcolica del vino. Meglio sarebbe che l’Europa si preoccupi di mettere i cittadini europei nelle stesse condizioni uniformando la tassazione che invece è la più diversa in Stati che poi hanno la stessa moneta, e questo è solo un esempio per non parlare dei finanziamenti per “aiutare” le economie in difficoltà che poi finiscono nelle banche, ma non quelle dei paesi in difficoltà (vedi caso Grecia). Forse sarebbe il caso di rifondare questa Europa su base federale, vedi Stati Uniti d’America; questo ha il costo di perdere parte di sovranità nazionale. Se invece si è gelosi della propria sovranità basta copiare la Svizzera che mai entrerà a far parte dell’Unione Europea. E la Svizzera ha ragione, non ha bisogno di sottostare alla volontà di altri che non sono neppure Stati ma i sommi burocrati che abitano a Bruxelles e che stipendiamo lautamente per farci del male: vedi pizza, latte, vino e tanto altro ancora importanza del tutto secondaria.

  2. Si sprecassero tutte queste energie per un etichetta chiara che dica dove e come è stato prodotto un alimento e dove sono state coltivate/allevate le meterie prime sarebbe più risolutivo. Sopratutto perché sui prodotti di qualità sapremo veramente quanto sono di qualità. Per il resto sulla fascia bassa già mangiamo formaggio di importazione EU da latte in polvere e consumiamo olio con “parvenza” di EVO, sarebbe solo un vantaggio per qualche posto di lavoro.

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