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La sorte di un articolo scientifico dipende (anche) dal titolo

Il trucco per farsi citare è usare poche parole, un tweet al posto del titolo

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RICERCA – Nell’era in cui la notizia corre veloce sui social network, anche per la scienza diventa importante la brevità. Secondo lo studio di Adrian Letchford e dei suoi colleghi dell’università inglese di Warwick, pubblicato di recente su Royal Society Open Science, gli articoli scientifici di maggior successo sono titolati con frasi brevi.

Lo Science Citazion Index è stato inaugurato negli anni sessanta ed è una metrica simile alle condivisioni che una persona riceve su Facebook. Così come per i post su Facebook è opportuno seguire regole precise per favorire la diffusione dei propri pensieri, lo stile in cui è scritto un articolo scientifico contribuisce a una maggior lettura e circolazione di una pubblicazione? Ecco il quesito di partenza e il sistema di misurazione della celebrità indagato dallo studio di Adrian Letchford.
Per rispondere alla domanda, Adrian Letchford ha usato Scopus, una banca dati di articoli scientifici. Il ricercatore ha selezionato i 140 mila articoli con più citati tra il 2007 e il 2013. Il numero di citazioni ricevute da un articolo è stato comparato con la lunghezza del titolo.
Titoli brevi, composti da meno di 100 caratteri, ricevevano più citazioni di altri.

1Alle affermazioni di Letchford non sono mancate alcune critiche. Lavori precedenti avevano dimostrato la mancanza di qualsiasi correlazione tra lunghezza e celebrità. Inoltre è sorto il dubbio che la celebrità di un articolo sia legata all’autorità del giornale su cui viene pubblicato, perché spesso le riviste impongono regole diverse sulla lunghezza del titolo. Ad esempio Science non ammette titoli di lunghezza superiore ai 90 caratteri, mentre Public Library of Science autorizza intestazioni fino a 250 caratteri. Per dimostrare la tesi, il team britannico ha quindi preferito confrontare anche gli articoli pubblicati sulla medesima rivista, confermando nuovamente i propri risultati.
Certo è che dall’analisi sono stati del tutto omessi altri fattori, quali l’autorità degli autori, l’università di provenienza o il tema trattato nella pubblicazione.

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Se però la lunghezza avesse un qualche impatto sulla maggior comprensione del tema centrale della ricerca? E se questo fosse determinante per la diffusione di un articolo?
Secondo un articolo, pubblicato su Plos a maggio di quest’anno, per misurare l’importanza di un lavoro scientifico oggi bisognerebbe anche misurare anche il suo impatto sui social network, una metrica che prende il nome di altmetrics. In questo caso la brevità e lo stile dellavoro vengono premiate, e forse anche il discorso intorno al titolo potrebbe acquisire una maggiore rilevanza.

Eppure, dall’osservazione di 1.3 milioni di articoli pubblicati nel 2012, i lavori scientifici ottengono ancora maggiore visibilità dalle citazioni scientifiche, mentre sono scarsi i tweets o le condivisioni su Facebook.
Tra tutti gli articoli analizzati dai ricercatori dell’Università di Montreal, solo il 21.5% delle pubblicazioni scientifiche ha ricevuto almeno un tweet, il 4.7% è stato condiviso su Facebook, l’ 1.9% è stato citato in un blog, solo lo 0.8% è stato trovato su Google+ mentre lo 0.7% è apparso sui media. Il 66.8% dei papers ha invece ricevuto almeno una citazione in un altro articolo scientifico.
Malgrado i risultati ancora scarsi, avevamo già in precedenza accennato a quanto il web abbia favorito una maggior diffusione della letteratura scientifica. Il fenomeno potrebbe essere guardato come un processo in trasformazione, che si sta adeguando, seppur con lentezza, ai tempi che cambiano.

L’importanza di questo genere di studi risiede nel fatto che aiutano a capire la relazione tra le caratteristiche degli articoli scientifici, la forma con cui sono scritti e i comportamenti di condivisione, ampliando l’analisi ai mezzi più moderni di diffusione della conoscenza.
Osservare il grado di condivisione poi è anche importante per stabilire il destino di un articolo: di fatto sono il numero di citazioni ottenute nei primi cinque anni di vita dell’articolo a determinare la popolarità e l’importanza della ricerca.

Non c’è comunque da disperare se un paper scientifico non riceve tutti gli apprezzamenti sperati. A volte la bellezza di una ricerca appare a distanza di tempo. Le pubblicazioni identificate come “belle addormentate”, perché hanno ottenuto popolarità alla distanza di molti anni, oggi hanno anche un coefficiente capace di misurarne la bellezza.
Filippo Radicchi, un ricercatore della Indiana University Bloomington, ha identificato un’equazione per calcolare il coefficiente B, che aumenta in relazione agli anni accumulati da un lavoro e dal numero di citazioni ottenute tardivamente. Con questa equazione, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, potrebbe essere possibile prevedere il destino futuro di un articolo poco citato o in generale capire le dinamiche delle citazioni nel tempo.

@AnnoviGiulia

Leggi anche: Paper all’avanguardia: fanno il botto decenni dopo la pubblicazione

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Grafico 1. Immagine tratta dall’articolo “The advantage of short paper titles” di Adrian Letchford, Helen Susannah Moat, Tobias Preis – The Royal Society Open Science 2015.

Grafico 2. Immagine tratta dall’articolo “The advantage of short paper titles” di Adrian Letchford, Helen Susannah Moat, Tobias Preis – The Royal Society Open Science 2015.

Immagine di apertura: Nic McPhee, Flickr

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

3 Commenti

  1. Non ho letto il paper originale, quindi la butto lì alla cieca: potrebbe anche darsi che gli articoli con titoli molto lunghi siano tendenzialmente più focalizzati e specialistici, di quelli con titoli brevi, che magari trattano questioni più generali. E quindi, i secondi potrebbero essere più citati perché – per loro natura – contengono asserzioni, osservazioni, dimostrazioni e dati che trovano un più ampio campo di collegamenti con altri studi.

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