L’analogico non vuole morire: perché suoniamo ancora i dischi in vinile?

Che si tratti di musica o di lettura, quando scegliamo una tecnologia non ci affidiamo solo al supporto che ha la performance migliore

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Per comprendere l’atteggiamento che abbiamo verso alcune tecnologie non bisogna dimenticare il rapporto fisico con il supporto, che si tratti di vinili o di libri di carta. Crediti immagine: Pixabay

COSTUME E SOCIETÀ –Torna il disco di vinile”, “La più grande riscossa del rock”. Si perde il conto dei proclami e i record pubblicati negli ultimi anni sulle vendite miracolose di un oggetto dato per morto già a fine anni Ottanta: il disco in vinile.

Sebbene non sia mai realmente uscita del tutto dal mercato, questa tecnologia ha iniziato a ricomparire sulle scene a inizio anni Duemila, anche grazie a film come Almost Famous e più di recente a serie televisive dal titolo inequivocabile., come Vinyl, che vede tra i suoi creatori Mick Jagger e Martin Scorsese. Quello che inizialmente sembrava un prevedibile ritorno di fiamma di nostalgici e appassionati vintage dopo l’esplosione dei compact disc e dei lettori laser, una sorta di versione rock della comunità Hamish rinunciataria delle moderne tecnologie, si è rivelato col tempo un fenomeno ben più ampio. Tra chi suggerisce che le statistiche di vendita vadano lette con più attenzione, mentre nel frattempo si riaccendono le macchine che producono e stampano vinile, continua ad alimentarsi un dibattito che, a ben vedere, ha anche a che fare con il nostro rapporto con la tecnologia: è meglio ascoltare musica in analogico o in digitale?

L’annosa questione nasconde in realtà una battaglia ideologica tra armate musicali partita già a metà anni Ottanta, quando i CD iniziarono a battere i vecchi vinili (e le musicassette) per economicità, praticità, e un’apparente, allora, indistruttibilità. “Il dibattito analogico-digitale sembra essere inutile”, titolava il New York Times nel 1986, e a quanto pare i nodi della questione iniziavano a delinearsi, e forse erano abbastanza chiari, già all’epoca. Complici i nuovi, altalenanti record di vendita, negli ultimi anni sono stati di nuovo tanti i tentativi per capire le ragioni di questo fenomeno, che segnala la voglia di non rinunciare a una tecnologia datata, ma evidentemente non paragonabile alle altre soluzioni, se non addirittura non sostituibile. Ma tra miti vintage e tecnologia pratica, chi suona meglio?

Miti e tecnologia, chi suona meglio?

Per stabilire quale supporto offre la migliore qualità audio, bisogna naturalmente fare un primo distinguo sui due diversi tipi di registrazione, analogico e digitale. Il suono registrato su disco in vinile è di tipo analogico: una puntina di diamante industriale incide su un disco di alluminio coperto da un sottile strato di nitrocellulosa, chiamato master, dei solchi che sono la ‘traduzione’ meccanica di un suono. Il master è poi usato come stampo per riprodurre copie di questa incisione su supporti in vinile. Il passaggio di un altro tipo di puntina, come noto, sulla replica dei solchi restituisce così la decodifica del suono originale.

La riproduzione, cioè, avviene per analogia, non c’è bisogno di un particolare codice di lettura del segnale, dal momento che il lettore restituisce il valore assoluto dell’informazione audio. Durante la fase di stampa dal master, però, che prevede incisione a caldo e raffreddamento la riproduzione dei solchi non restituisce mai una copia realmente perfetta del profilo originale. Risultato: una frazione del suono originale va perduta (per capire come è fatta la superficie di un disco in vinile, c’è chi ha provato a usare una scansione in microscopia elettronica, nota ai cristallografi, per esempio, per seguire la corsa di una puntina di giradischi qui)

Il suono digitale, invece, ha bisogno di una trasformazione dei dati in ingresso e la sua precisione dipende dal numero di digit (cifra) di cui è composto. L’audio originale viene spezzettato in tante piccole informazioni che, impacchettate, ci danno la sensazione del suono originale – per ogni secondo vengono registati circa 44.000 campioni a 16-bit – un po’ come i pixel su uno schermo restituiscono l’effetto di un’immagine completa.

Nel digitale, quindi, la musica subisce un doppio passaggio, di codifica e decodifica, e non restituisce la forma d’onda originale completa come nell’analogico, anche se da un punto di vista strettamente matematico, la quantità di informazioni contenuta nel digitale è equivalente all’analogico.

Tra pregi e difetti delle due tecnologie, si potrebbe quindi dire che il vinile vince in qualità, intesa come ‘naturalezza’ del suono, che spesso, però, perde per una maggiore fragilità. Tuttavia, questa partita non si gioca solo a colpi di forme d’onda e bit.

Una questione di percezione (materiale)

La questione interessa altri prodotti della stessa filiera tecnologica audio-video – si parla infatti anche di ritorno delle musicasette e delle VHS – e in tempi recenti ci sono state altre interessanti varianti di questa particolare affezione a mezzi a rischio estinzione, prime fra tutte forse il confrontro libro-ebook, per il quale sono stati spesi fiumi di inchiostro, reale e digitale.
Il centro di questo dibattito si è collocato su un piano analogo a quello musicale, suscitando le preoccupazioni di una platea di operatori e protagonisti dell’editoria probabilmente più vasta e variegata di quella del disco: l’ebook soppianterà il libro? Finora, i dati disponibili suggeriscono di no, i due mezzi sembrano piuttosto complementari.

Infatti, mentre le vendite gli ereader hanno coltivato un loro spazio piuttosto improtante nel mercato editoriale, il pubblico continua a non rinunciare al libro, anzi a rifiutare l’ebook in determinate circostanze. Perchè questa contraddizione? Secondo alcuni studi sull’impatto delle nuove tecnologie e l’accettazione delle innovazioni, tra libro ed ebook si registra una differenza di attitudine al mezzo, tendenzialmente inconsapevole ma abbastanza definita, preferendo il primo per esigenze di apprendimento, che nella lettura elettronica viene rallentata anche da un maggiore consumo di energie.

Nella scelta di un mezzo materiale,  si attivano cioè anche componenti soggettive, dovute a un forte grado di “fisicità” che abbiamo con gli oggetti che ci supportano in determinate azioni, come spiega la psicologa e cognitiva Maryanne Wolf della Tufts University nel suo libro “Proust e il Calamaro. Storia e scienza del cervello che legge“. Questo è vero particolarmente per il libro, spiega Wolf, a cui riconosciamo un importante ruolo educativo, ma si può riscontrare anche in dimensioni più ‘ricreative’ come appunto la musica.

Ricerche simili a quelle condotte sui lettori infatti, hanno registrato dati che confermano il comportamento physically-driven anche negli ascoltatori. Per investigare le diverse attitudini con le tecnologie audio, il Dipartimento di Musica della Georgia Southern University e la Audio Engeneering Society, per esempio, hanno condotto alcuni studi in doppio cieco,  dimostrando che in assenza di riferimenti gli ascoltatori, soprattutto adolescenti, tendono a preferire formati con performance sonore oggettivamente più pulite. Se posti tuttavia di fronte a una scelta senza il filtro dell’ascolto, la decisione prende altre strade, con la guida dell’esperienza e del gusto soggettivo.

Insomma, un’analisi più approfondita dei mezzi suggerisce che il vinile non è in assoluto superiore ai supporti digitali, e viceversa, ma che si tratta di mezzi diversi con performance diverse, che impariamo a conoscere col tempo. A conferma del ruolo fondamentale che ha la dimensione materiale del vinile – e del supporto in genere – possiamo cercare una chiave di lettura di questo fenomeno proprio nella velocità di crescita del mercato digitale: che il formato .mp3 avrebbe raggiunto una posizione di vantaggio anche sul CD era un risultato molto probabilmente prevedibile, ma questo ulteriore passaggio di testimone, oltre a rivoluzionare l’ascolto, ha di fatto negato la possibilità di possedere e gestire un mezzo tangibile e organizzare fisicamente un archivio.

Inoltre, le cover dei vinili hanno nel tempo sicuramente favorito altre forme di espressione artistica: dischi come Sgt. Pepper dei Beatles o The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd devono molta della loro popolarità a copertine non certo riproducibili con gli mp.3 – I Pink Floyd, soprattutto, hanno sfruttao questi spazi per dare espressione alla loro fascinazione per la matematica, come spiega Paolo Alessandrini ne “La matematica dei Pink Floyd“.

Per preservare questo patrimonio sonoro, oltre agli istituti di conservazione, c’è chi si è messo in viaggio sulle tracce dei vecchi 78 giri, e dei musicisti che li hanno registrati.

Per una difesa cosmica dei vinili, si potrebbe ricordare che probabilmente degli .mp3 avranno occupato meno spazio, ma con un disco montato a bordo, la sonda Voyager avrà la possibilità di far vedere, non solo ascoltare, i nostri messaggi e i nostri codici a eventuali civiltà aliene.

@NightTripping

Leggi anche: Saranno tecnosauri

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