I Parchi naturali italiani tra biodiversità, speculazione e clientelismo

I Parchi e le aree naturali in Italia sono un patrimonio di bellezza, cultura e biodiversità. Ma da sempre sono anche al centro di speculazioni edilizie ed evidenti problemi di gestione.

Crediti immagine: Davy Landman, Flickr

SPECIALE FEBBRAIO – Circa il 10% del territorio nazionale italiano è costituito da aree naturali protette. L’ultimo elenco ufficiale, del 2010, conteggiava 24 parchi nazionali, 27 aree marine protette, 147 riserve naturali statali, 134 parchi naturali e 365 aree naturali regionali, 171 altre aree naturali protette (ovvero quelle gestite da enti ambientalisti non governativi, quali WWF, Lipu, Legambiente).

Il panorama della protezione della biodiversità italiana appare quindi abbastanza complesso e variegato (v. tabella alla fine). Tale complessità da una parte garantisce una pluralità di strumenti di protezione, che si adattano meglio ai vari contesti; dall’altra, tuttavia, può creare meccanismi abbastanza difficili da gestire e monitorare, dando spazio a “zone grigie” dove clientelismo e speculazione si inseriscono facilmente. Soprattutto per quanto riguarda i Parchi nazionali. Per anni, infatti, le politiche di tutela delle aree naturali sono state (e sono tuttora) ondivaghe, affidate più a coraggiosi direttori che a una vera e propria politica nazionale. Perché, di base, tre sono i principali problemi che i Parchi hanno dovuto affrontare sin dalla loro istituzione: una carenza di fondi, una governance lottizzata dalla politica, la speculazione edilizia.

Riguardo il primo problema, quello di tipo economico, il finanziamento pubblico dei parchi ha più volte portato a gravi inefficienze, ma soprattutto a una inversione (non dichiarata) delle finalità dei parchi: da istituzioni di protezione della biodiversità si sono trasformate in macchine per la speculazione edilizia. Il finanziamento pubblico è irrisorio, data la ricchezza di biodiversità dei parchi: nel 2015, il totale dei finanziamenti si aggirava sui 4 milioni di euro, di cui circa 3 ai 24 parchi e 1 milione alle 27 aree marine protette. Con un piccolo calcolo, quindi, si capisce chiaramente che questi fondi servono solo a coprire i costi del personale e la manutenzione ordinaria. Gli investimenti in ricerca e conservazione, dunque, sono minimi. Per sopperire a questa situazione – o meglio: con questa scusa – spesso i Parchi hanno agito non come custodi dei terreni, ma come distributori di licenze di edificabilità. In altre parole, la speculazione edilizia all’interno del Parco (esemplare è stata quella degli anni ’60 in Abruzzo) serve a creare fondi (spesso illegali) per il mantenimento del parco stesso, nella migliore delle ipotesi. Perché se è vero che le aree naturali protette sono considerate un gioiello del nostro paese, al pari delle bellezze architettoniche e artistiche, è anche vero che sui Parchi naturali si è scatenato il peggio della cattiva politica. Si arriva quindi al problema del personale di gestione, spesso proveniente più dalla politica che da una formazione tecnico-scientifica specifica.

Per legge, i direttori dei Parchi sono nominati dal Ministro dell’Ambiente su una rosa di tre nomi, che devono essere iscritti ad un apposito Albo, cui si accede per concorso pubblico per titoli. Come spesso accade, questo meccanismo (che premierebbe il merito e la preparazione scientifica) è stato puntualmente sorpassato attraverso la politica delle deroghe e dei commissariamenti. L’ultimo scandalo di rilevanza nazionale, in questo senso, risale al 2014, quando fu nominato in deroga per la ventottesima volta come Direttore del Parco del Gran Sasso un giornalista (laureato in scienze politiche), ovviamente non iscritto al suddetto albo. Le ragioni della nomina erano la “necessità e urgenza” di garantire il normale funzionamento del parco: una necessità e urgenza che durava da più di dieci anni (dal 1 ottobre del 2015 il direttore del Gran Sasso è Domenico Nicoletti, finalmente nominato seguendo la procedura della legge).

A guardare il panorama complessivo del personale direttivo dei parchi, però, il quadro diventa ancora più grottesco. Su 24 Parchi, esattamente la metà ha evidenti problemi di governance: tre parchi sono commissariati (Vesuvio, Cilento e Sila), tre non hanno un presidente (tra cui, appunto il Gran Sasso), in sei non esistono consigli direttivi e in cinque non c’è un Direttore.

È quindi abbastanza ironico che, durante la vetrina internazionale di Expo, si sia declamata la ricchezza della biodiversità italiana (addirittura sparando affermazioni platealmente irreali: “l’Italia è il Paese con più biodiversità al mondo – ha affermato Oscar Farinetti –  ogni regione ha più specie vegetali di qualsiasi stato europeo”: l’Italia è sì un paese particolare e ricco di biodiversità, data la sua conformazione fisica e la sua posizione geografica, ma non è certo un paese megadiverso). Risulta quindi fondamentale che la conservazione, lo studio e la preservazione della biodiversità italiana non sia solo uno slogan per nascondere lottizzazione e speculazione edilizia, ma venga finalmente considerata un vero patrimonio per il futuro.

 

Il sistema dei Parchi, delle riserve e delle altre aree naturali in Italia

Nome Descrizione Chi lo governa
Parco Naturale Nazionale o Regionale Aree naturali con ecosistemi intatti o solo parzialmente modificati dall’uomo, con valore di interesse nazionale naturale, scientifico e culturale. Ministero dell’Ambiente / Regioni

 

Legge di riferimento: 394/1991

Area Marina Protetta Sono gli ambienti marini, dati dalle acque, dai fondali e dai tratti di costa prospicienti di particolare interesse per la geomorfologia, la flora e la fauna presenti. Ministero dell’Ambiente
Legge di riferimento: 979/1982
Riserva Naturale Statale o Regionale Le riserve si differenziano dai parchi perché contengono una o più specie di rilevanza per la biodiversità. Si distinguono in:

·         Riserva naturale integrale: è permessa attività umana a solo scopo scientifico o naturalistico.

·         Riserva naturale orientata: hanno strategie di gestione volte anche allo sviluppo in senso economico dei territori (turismo ed educazione alla natura)

Ministero dell’Ambiente / Regioni

 

Legge di riferimento: 394/1191

Altre aree naturali protette Sono le aree che non rientrano nelle altre classificazioni, come monumenti naturali, parchi suburbani, parchi provinciali, oasi di associazioni ambientaliste (WWF, LIPU, Legambiente). Amministrazione Pubblica (Stato, Regione, Provincia) o associazioni Private

 

Legge di riferimento: 157/1992

@gia_destro

Leggi anche: Le buone pratiche dei parchi premiate dalla IUCN

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

2 Commenti su I Parchi naturali italiani tra biodiversità, speculazione e clientelismo

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