Contagio da HIV in laboratorio, “il primo caso al mondo”

Il paziente X ha scoperto la sieropositività andando a donare il sangue. Il caso, senza precedenti, è stato presentato alla Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections

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Nel laboratorio erano al lavoro altri ricercatori e a oggi non sembrano essersi verificati incidenti tali da far pensare a un rischio di contagio. Foto Pixabay

CRONACA- Un contagio accidentale da HIV avvenuto in laboratorio, lavorando con dei ceppi del virus teoricamente non infettivi. Il caso è stato presentato al congresso CROI (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections) di Boston pochi giorni fa da un gruppo di scienziati italiani, aprendo la strada a una serie di interrogativi.

L’italiano/a è stato/a contagiato/a in un laboratorio europeo -come riferisce l’inviata a Boston del Corriere– e avrebbe scoperto la sieropositività tramite una donazione di sangue all’ospedale. Tuttavia, dopo aver sequenziato il virus gli scienziati hanno scoperto che si tratta di uno creato in laboratorio, non umano. È “il primo caso al mondo” ha commentato ad AdnKronos Andrea Gori, il direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale San Gerardo di Monza che ha parlato a Boston. “Pensavamo fosse impossibile”.

A riportare il caso è stato proprio un gruppo di scienziati italiani, con l’obiettivo di spingere a una riflessione sul livello di biosicurezza nei laboratori. Quello dove sarebbe avvenuto il contagio è a media sicurezza e vi si creano i cosiddetti HIV-1 ricombinanti, virus considerati non infettivi costruiti a partire dai plasmidi (molecole di DNA a doppia elica). Le tecniche sono le stesse “che si utilizzano per la ricerca sui vaccini per l’HIV e alla base di tutte le terapie geniche”, ha detto Gori. Nel medesimo laboratorio erano al lavoro altri ricercatori e a oggi non sembrano essersi verificati incidenti tali da far pensare a un rischio di contagio. Ma laddove il contagio c’è stato, il come resta ignoto.

L’italiano/a contagiato, quando si è presentato al San Gerardo dopo aver scoperto la sieropositività, non riferiva alcun errore accidentale, nessuna puntura, rottura di guanti o tagli che potessero averlo esposto al contagio durante le sue ricerche. Infatti “il problema è che dalla sua anamnesi non risultava alcun fattore di rischio”, ricostruisce Gori nell’intervista all’agenzia. Poi il personale medico ha scoperto che era stato all’estero in un laboratorio che lavora con i costrutti dell’HIV e, da lì, ha cominciato a sospettare che potesse essersi verificato un errore.

Sequenziare il virus ne ha rivelato le caratteristiche genetiche derivanti proprio dai costrutti HIV-1 ricombinanti usati in laboratorio. “È emerso che questi costrutti si sarebbero dovuti utilizzare in una situazione di sicurezza diversa”. I livelli di biosicurezza sono 4 in tutto e, pensando di usare vettori non replicanti per i quali è sufficiente un livello 2, il paziente si è infettato con un plasmide, il vettore replicante che richiede un livello 3.

Il virus sequenziato dal paziente, oltre a non essere umano, esprime una proteina chiamata nef, che secondo gli scienziati sarebbe in grado di aumentare l’infettività del virus HIV. Il gene nef non è presente nei costrutti iniziali, perciò rimane un’incognita anche come abbia fatto il suo ingresso nel virus ricombinante. Il paziente ha lavorato con materiale genetico molto pericoloso in condizioni di sicurezza non corrette, ma come si è infettato? Una delle ipotesi risiede nelle elevate concentrazioni dei costrutti sui quali stava lavorando: nel laboratorio “si utilizzava la glicoproteina del Vsv come ‘cavallo di Troia’ per entrare nelle cellule e, se veicolata da quel vettore, avrebbe potuto espandere in maniera esponenziale le capacità infettiva del costrutto”.

Il paziente si occupava proprio di questi esperimenti ed è arrivato a maneggiare un costrutto estremamente pericoloso, il vettore che, una volta legato a una glicoproteina, riesce a entrare in molte delle cellule del nostro organismo e non solamente in quelle che sono normalmente considerate bersaglio del virus HIV. L’intervista su AdnKronos si conclude con la promessa di nuovi dati, che arriveranno a breve in una pubblicazione, e un’ipotesi su come sia avvenuto il contagio. “Noi pensiamo a livello respiratorio. Il fatto che fosse legato alla glicoproteina del Vsv può in parte spiegare la maggiore contagiosità di questo costrutto. Contagio che potrebbe per ipotesi arrivare per via respiratoria”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Come una proteina aiuta i primati a combattere l’HIV

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Informazioni su Eleonora Degano (630 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

2 Commenti su Contagio da HIV in laboratorio, “il primo caso al mondo”

  1. L’ha ribloggato su 1 Minute Bookse ha commentato:
    Credevamo di saperne abbastanza. Un caso davvero enigmatico. Come ha dichiarato anche il Andrea Gori, direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale San Gerardo di Monza “Pensavamo fosse impossibile”.

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