Microplastiche e rifiuti organici: la minaccia umana agli oceani

Rifiuti e sostanze inquinanti sono stati trovati anche nei luoghi più remoti della Terra, dalle profondità marine agli atolli più isolati.

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Anche i luoghi più inaccessibili degli oceani sono minacciati dall’inquinamento prodotto dalle attività umane. Crediti immagine: Underwater Earth / Catlin Seaview Survey, Wikimedia Commons

AMBIENTE – Che gli esseri umani siano il peggior nemico degli oceani non è certo una novità. Ogni anno Legambiente pubblica nuovi allarmanti dossier sullo stato di salute del nostro mare e delle nostre spiagge e le notizie non sono di certo buone. A farla da padrone è la plastica o, meglio, la microplastica, microscopici frammenti derivanti dalla degradazione di oggetti finiti in mare in grado di entrare nella catena alimentare e provocare danni consistenti agli ecosistemi marini. Tre nuovi studi condotti da altrettanti gruppi di ricerca aggiungono nuove allarmanti prove a conferma di quanto già noto ma troppo spesso dimenticato: le attività antropiche stanno irrimedibilmente intaccando anche i luoghi più inaccessibili degli oceani, ritenuti prima d’ora inviolabili e al sicuro.

La microplastica è servita

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite parla di una densità media oceanica di microplastica, cioè di frammenti le cui dimensioni sono comprese tra quelle di un virus e quelle di una formica, pari a 63 320 particelle per chilometro quadrato. Ma quali sono gli effetti biologici di questi rifiuti di chiara natura antropica sui pesci? Uno studio condotto dall’Università di Uppsala in Svezia e pubblicato dalla rivista Science riporta dati interessanti a propostito. I ricercatori hanno analizzato lo sviluppo di larve di pesce persico cresciute in acque contententi quantità di microplastica paragonabili a quelle delle coste svedesi. Ebbene, queste larve crescevano molto più lentamente rispetto a quelle non esposte a microplastica, ma quello che stupisce di più è la ragione di questa scarsa crescita. Una volta “assaggiata” la microplastica, questa diventa la fonte di cibo preferita dalle larve che ignorano lo zooplancton, il loro cibo abituale. Sembra, inoltre, che le larve che si nutrono di microplastica assumano comportamenti anomali anche durante lo sviluppo, diventando pigre e meno abili a scappare dai predatori. Questo, concludono i ricercatori, mette in serio pericolo la loro sopravvivenza e rischia di danneggiare ulteriormente l’equilibrio di un ecosistema, quello marino, già ampiamente intaccato da altre attività umane come la pesca.

Nessun luogo è troppo lontano

È proprio il caso di dire che nessun angolo di oceano è immune alle tonnellate di rifiuti e sostanze chimiche riversate nelle acque dalle attività umane. Nature riporta i risultati non ancora pubblicati che il biologo marino Alan Jamieson, esperto di esplorazioni delle profondità marine, ha presentato durante una conferenza a Singapore. Inquinanti organici di natura umana sono stati trovati a concentrazioni molto alte nell’organismo di piccoli crostacei anfipodi raccolti a profondità comprese tra i 7000 e i 10 000 metri di profondità. “Pensiamo che le profondità marine siano luoghi remoti e incontaminati, al riparo dagli esseri umani”, commenta Jamieson su Nature .”È sorprendente invece trovare inquinanti a concentrazioni così alte a quelle profondità”. I campioni analizzati sono stati raccolti nel 2014 durante l’esplorazione della fossa delle Marianne, nell’Oceano Pacifico, e della fossa delle Kermadec, vicino alla nuova Zelanda. In entrambi i casi i crostacei contenevano PCBs (policlorobifenile) e PBDEs (etere polibrominato bifenile), appartenenti alla categoria degli inquinanti organici persistenti di origine antropica. La cosa sorprendente è proprio la concentrazione di queste sostanze, più alta nelle profondità marine che negli estuari dei fiumi più inquinati del mondo, come il fiume Liao in Cina. La ragione, spiega Jamieson, sta nell’effetto “lavandino”. Quando gli inquinanti finiscono in una fossa oceanica, non possono andare altrove, semplicemente si accumulano. Ecco perché anche in uno dei luoghi più inacessibili del pianeta, culla di una biodiversità ancora in maggior parte da scoprire, l’effetto delle attività umane sta purtroppo facendo il suo triste corso.

Se non bastasse questo a far riflettere sulla necessità immediata di politiche ambientali che tengano in seria considerazione la salute degli oceani, la rivista Marine Environmental Research pubblica una ricerca compiuta dall’università svedese di Linköping sull’atollo di Saint Brandon, nell’Oceano Indiano. In queste isole non esistono insediamenti umani permanenti e le uniche attività presenti sono la pesca e un turismo non intensivo. Nel 2014 solo 41 persone sono transitate temporaneamente per l’isola, principalmente per pescare. In compenso, l’atollo è popolato da tartarughe marine che proprio qui vengono a riprodursi. Sulle spiagge di questo paradiso terrestre i ricercatori svedesi hanno contato, classificato e documentato i rifiuti più grandi di 5 millimetri. Sono stati contati ben 30 000 rifiuti, la maggior parte composti da ciabatte infradito (ben 11 000), lattine di bevande energetiche e lampadine. Il loro numero e la marca di questi prodotti rendono improbabile l’ipotesi che si tratti di rifiuti lasciati dai pochi visitatori dell’isola. Si tratta piuttosto di rifiuti provenienti dai Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano, cone Indonesia e Malesia. Nessun luogo, purtroppo, è troppo lontano dall’immensa quantità di rifiuti che continua a finire in mare ogni anno e che, stando a dati recenti, potrebbe aumentare di ben 10 volte entro il 2025 se non si interverrà al più presto.

Leggi anche: Quanti rifiuti nei canali di Venezia? Li studia la campagna Don’t Waste Venice

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