A 40 anni dal terremoto, il Friuli ricorda con una mostra

Se passate l'estate nel pordenonese, immergetevi nell'architettura pre e post terremoto, visitando la mostra organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e dall’Associazione Comuni Terremotati e Sindaci della Ricostruzione del Friuli, in collaborazione con l’Immaginario Scientifico.

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La mostra “L’identità di un paesaggio. La memoria della ricostruzione” ripercorre l’opera di riedificazione che ha avuto luogo in Friuli Venezia Giulia dopo il terremoto del 1976. Crediti immagine: Yukiosanjo, Wikimedia Commons

SPECIALE LUGLIO – 1976: quando si nomina questa data a un friulano, qualcuno sussulta ancora scosso da un tremito, ripercorrendo le sensazioni vissute durante il terremoto che colpì parte del Friuli Venezia Giulia il 6 maggio di quarant’anni fa. Nella rievocazione storica di questo tragico evento è stata allestita la mostra “L’identità di un paesaggio. La memoria della ricostruzione”. Inaugurata lo scorso 15 luglio nel Geo Centre Immaginario Geografico (IG), sito a Malnisio di Montereale Valcellina, resterà aperta al pubblico fino al prossimo 15 agosto.

Screenshot_2016-07-19-12-11-01La mostra, concepita per essere itinerante, è focalizzata sull’opera di riedificazione che ha visto l’attuazione dell’articolo 8 della legge regionale n.30/1977, che riguardava il recupero degli edifici colpiti dai terremoti. La legge venne emanata con l’intenzione di salvaguardare le strutture che rispondevano a canoni di architettura tipica friulana. La volontà condivisa dagli enti politici era quella di riportare in vita le cosiddette “abitazioni spontanee” che sarebbero altrimenti state dimenticate, in un’ottica di ricostruzione dell’identità friulana.

Queste strutture non seguono forme precise e non rispondono a leggi particolari, piuttosto si identificano per caratteristiche uniche, costruite utilizzando i materiali del posto e adattandole al contesto. Gli studi sulla casa rurale friulana sono quindi molto legati all’ambiente naturale in cui sono state costruite. Partiamo quindi dall’ambiente per comprendere il motivo dell’attuazione di questa legge fortemente voluta in primis dalla popolazione stessa.

Il Friuli Venezia Giulia presenta netti contrasti nelle sue caratteristiche fisiche, che agli inizi del secolo scorso si riflettevano stabilmente sulle attività lavorative umane, con le agricolture estensive al centro-sud e gli allevamenti nelle zone sotto i 1000 metri di altitudine. Il nord della regione è dominato da catene montuose parallele, le Alpi e le Prealpi Carniche e Giulie costituite prevalentemente da calcari, dolomie, calcari selciferi, marnosi e arenarie. Al centro, la pianura alluvionale è solcata dai letti dei fiumi (Tagliamento, Livenza, Isonzo e Timavo) e dall’anfiteatro Morenico, un ex ghiacciaio. Questa zona viene comunemente divisa dalla linea delle Risorgive in alta e bassa pianura. La parte inferiore della regione sfocia infine nel Mare Adriatico.

È proprio la presenza di terreni misti incompatibili a contribuire al rimbombo delle vibrazioni e quindi all’amplificazione dei danni per l’incontro delle faglie rocciose. Alle 9 della sera del 6 maggio 1976, l’urlo dell’Orcolat si fa sentire – nome che nell’immaginario collettivo viene dato all’Orco responsabile del cataclisma. Oscillazioni e vibrazioni sussultorie sprigionano l’energia trasmessa dall’onda sismica. La maggior parte delle persone escono dagli edifici terrorizzate, alcuni restano dove sono, minimizzando l’accaduto, altri ancora confusi si rifugiano nelle proprie abitazioni tremolanti. La scossa – di magnitudo 6,4 secondo la scala Richter – trancia le linee di comunicazione, sia telefoniche sia radio, priva la zona di energia elettrica e lascia i terremotati senz’acqua, facendo saltare le tubature e inquinando gli acquedotti. Fuori uso anche le strade e le ferrovie. Gli unici mezzi funzionanti rimangono le radio sulle unità mobili dei Vigili del Fuoco, Stradale e Croce Rossa. I primi contatti con l’esterno si hanno in realtà grazie ai radioamatori e ai CB (Citizen Band), piccoli e grandi appassionati di ricetrasmettitori, che riescono a mettersi in contatto con i soccorsi tramite le loro radioline. Casualmente, al momento è in corso un’esercitazione del CER (Corpo Emergenza Radioamatori) che contribuisce alla diffusione delle prime informazioni parziali.

Il giorno successivo, davanti al Presidente del Consiglio Aldo Moro e al Ministro dell’interno Francesco Cossiga in visita, si apre uno scenario di desolazione e di morte: le case sventrate, le aziende scoperchiate, i castelli sbriciolati, le facciate romaniche delle chiese crollate, con danni al patrimonio storico culturale che superano i 1800 miliardi di lire.

I numeri della catastrofe saranno individuati solo in seguito: complessivamente sono state distrutte circa 17.000 case, sono morte 965 persone e altre 3000 sono rimaste ferite. Quasi 200 000 persone hanno perso la casa. La gestione dell’emergenza viene affidata in modalità speciale al sottosegretario alla protezione civile Giuseppe Zamberletti, con il ruolo di commissario straordinario. A causa dell’ingente ammontare dei danni che ricoprono un territorio pari a circa 5000 kmq, gli vengono conferiti poteri al limite della Costituzione. Il suo operato non è circoscritto alla sola supervisione, ma si estende alle funzioni di tutti i Ministri. A lui l’onere di rimettere in sesto i 137 comuni colpiti: 45 quelli disastrati, 40 gravemente danneggiati e 52 danneggiati. L’epicentro viene localizzato nel Monte San Simeone, a nord di Udine, sopra Gemona, vicino a Bordano e Venzone.

Molti accorrono in aiuto, dal Corpo Alpino ai giovani di leva, senza dimenticare l’appoggio di alcuni Paesi stranieri. Tutt’oggi l’evento viene ricordato per l’organizzazione esemplare dei lavori. Lo stato lascia fiducioso l’amministrazione degli aiuti alle comunità montane, nel rispetto dell’autonomia regionale.

Nell’immediato si scava a mano per trovare i vivi, affiancati dalle unità cinofile. I vigili del fuoco monitorano il territorio per mezzo di ricognizione aerea, accertando l’intensità dei danni procurati ai paesi limitrofi. Solo in un secondo momento, quando le macerie non restituiscono altri corpi, si procede agli interventi di cautela con i mezzi meccanici, per scongiurare il pericolo di ulteriori crolli, che potrebbero compromettere ulteriormente la situazione.

Il disastro non scalfisce la resilienza del popolo friulano, convinto di doversi rialzarsi con le proprie forze. “A cosa serve piangere? Qua bisogna ricostruire”, risponde una giovane donna intervistata all’epoca. Nei filmati documentaristici del tempo si legge su un edificio: “Glemone torne su” (Gemona torna su), sintomo dell’energia morale e della ferma convinzione di potercela fare.

Pazienza, speranza e tenacia, questi gli atteggiamenti dopo la prima delle tre scosse che colpiscono quell’anno la zona, lasciando migliaia di persone senzatetto, ancora movimentate dello sciame sismico (aftershocks). Nelle tendopoli allestite nei terreni smossi, gli sfollati trovano il primo rifugio. Ma anche i vagoni ferroviari e i box container sono usati come riparo. Restii a entrare nelle case prefabbricate, i friulani esclamano con convinzione: “dalle tende alle case” risoluti a voler tornare “dov’era e com’era”.

Ma quattro mesi dopo, con i terremoti di settembre, i sentimenti si modificano, lasciando il posto all’impotenza e alla paura. Nei giorni 11 e 15 settembre si registrano rispettivamente i valori di magnitudo 5,9 e 6 della scala Richter. Crollano nuovamente le case riparate, rendendo vane tutte le fatiche fatte fino a quel momento. Le persone non si sentono sicure nemmeno nelle case rimaste intatte, con il timore di un’altra scossa o con l’angoscia che la terra si possa di nuovo aprire sotto i loro piedi.

Serve una nuova legge per le ricostruzioni, si comprende così che il passaggio dalle tende alle case ha bisogno di più tempo. Ma è necessaria una soluzione che tenga conto dell’inverno che stava arrivando, mentre le piogge già contribuiscono al clima d’inquietudine e disperazione. Un’ordinanza di esodo programmato intima quindi a 32 340 senzatetto di stabilirsi sulle coste, rispettando per quanto possibile  la distribuzione originaria della comunità. Dalla metà di settembre fino a ottobre i centri operativi occupano le case di villeggiatura di Bibione, Caorle, Lignano Sabbiadoro, Jesolo, Grado e Ravascletto.

Con lo sforzo congiunto della segreteria generale straordinaria, un massiccio numero di volontari e una programmazione di cifre e tempi definiti al dettaglio, nell’aprile del 1977 la maggior parte delle persone rientrano nel paese d’origine, insediandosi nei prefabbricati ricevuti dal piano commissariale. Nel frattempo le tecniche edilizie si modificano, lasciando le facciate intatte ma mutando per intero la struttura interna delle case.

La ricostruzione va avanti solerte e continua grazie all’opera di questa gente laboriosa e per merito del dinamismo dei sindaci, veri protagonisti della pianificazione. La restituzione del volto di un paesaggio familiare al popolo traumatizzato avviene in più di dieci anni ma non senza l’aiuto della nazione.  Come sta scritto di loro pungo su un muro: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”.

Per approfondire il tema del terremoto e della ricostruzione in Friuli Venezia Giulia:

Gentilli Roberto e Croatto Giorgio, Il patrimonio salvato, Forum editrice, Udine, 2008

Scarin Emilio, La casa rurale nel Friuli, Arnaldo Forni Editore, Rastignano (Bologna), 2006

Qui potete trovare le informazioni sugli orari delle visite guidate e dei laboratori per famiglie (gratuiti ma su prenotazione).

Leggi anche: Un’estate in Veneto all’insegna della scienza

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

 

Informazioni su Sara Bidinost (Articoli)
Twitter @Sahara_Bi

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