Dolly 20 anni dopo. Come stanno gli altri cloni?

È stata il primo mammifero clonato con il trasferimento nucleare, ma a cinque anni si è ammalata di osteoartrite. Gli scienziati temevano che gli altri cloni sarebbero invecchiati precocemente, ma uno studio riporta che hanno compiuto otto anni e sono in buona salute. E la ricerca non si fermerà qui

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Le pecore cloni di Dolly sono cresciute e stanno invecchiando in buona salute. Crediti immagine: University of Nottingham

APPROFONDIMENTO – Più di dieci anni dopo la sua morte, Dolly resta la pecora Finnish Dorset più famosa del mondo. Era il 5 luglio del 1996 quando veniva al mondo, il primo mammifero clonato con successo da cellule somatiche adulte sfruttando la tecnica del trasferimento nucleare (SCNT). Il procedimento si può riassumere così: in una cellula uovo non fecondata privata del nucleo, e dunque del suo materiale genetico, viene impiantato il nucleo di una cellula somatica di un altro animale. Nel caso di Dolly si trattava di cellule prelevate da ghiandole mammarie. Il risultato sono cellule embrionali geneticamente identiche a quelle del donatore della cellula somatica, in ogni aspetto tranne che per il DNA mitocondriale.

Grazie a questo procedimento, nel 1996 gli scienziati sono riusciti a ottenere 277 embrioni, 29 dei quali sono stati impiantati (in fase di morula, un aggregato di cellule tipico delle prime fasi dello sviluppo) in 13 pecore. Per una di loro l’impianto si è tradotto in gravidanza e nella nascita di Dolly, che proprio come ci si aspettava aveva lo stesso patrimonio genetico della pecora che aveva donato il nucleo.

In occasione del 20esimo anniversario della nascita di Dolly, una ricerca su Nature Communications ha riportato che tutti e quattro i cloni derivati dalla stessa linea cellulare (vere e proprie “copie” della pecora Dolly) sono vivi e hanno raggiunto il loro ottavo compleanno senza malattie importanti. Gli animali clonati, concludono gli scienziati della University of Nottingham nel loro lavoro, possono condurre una vita lunga e in salute. Per una pecora domestica, sette-nove anni d’età corrispondono all’incirca ai 60-70 di un essere umano.

Le protagoniste dello studio sono le “Dollies”, Debbie, Denise, Dianna e Daisy, nate nel 2007: oggi hanno nove anni e a occuparsene a Nottingham è Kevin Sinclair, esperto in biologia dello sviluppo e “pastore” di un gregge unico. Loro quattro e altre nove pecore clonate sono l’eredità lasciata all’università dal pioniere della clonazione Keith Campbell. Il biologo, morto nel 2012 all’età di 58 anni, nel 1996 rese Dolly realtà sotto la guida dell’embriologo Sir Ian Wilmut. A lui va “il 66% del merito” di questo traguardo scientifico, come ha dichiarato lo stesso Wilmut, perché è il padre dell’intuizione che ha portato a coordinare il ciclo cellulare delle cellule somatiche e delle cellule uovo, sfruttando come donatrici dei nuclei alcune cellule somatiche diploidi quiescenti.

Negli ultimi anni le biotecnologie hanno fatto passi da gigante, e a Dolly è seguita la pecora Polly, oltre a una nidiata di porcellini clonati. Eppure l’efficienza della tecnica del trasferimento nucleare rimane bassa soprattutto per i tassi di sopravvivenza degli animali, come conferma Sinclair presentando lo studio in un comunicato. Ma “vari gruppi in tutto il mondo sono al lavoro su questo problema e abbiamo motivo di essere ottimisti che ci saranno importanti progressi nel futuro. Progressi scaturiti da una maggior comprensione della biologia dei primi stadi dello sviluppo dei mammiferi. Questo potrebbe portare alla concreta possibilità di sfruttare la tecnica per produrre cellule staminali a scopo terapeutico per gli umani, ma anche creare animali transgenici in salute, fertili e produttivi. Ma per pensare di usare queste tecnologie nel futuro dobbiamo continuare a testarne la sicurezza”.

Tutti questi ambiti, in particolare la cosiddetta clonazione terapeutica per ottenere cellule staminali embrionali, sono oggi ampiamente discussi e controversi non solo dal punto di vista biologico e della ricerca, anche da quello etico. Lo stesso Wilmut è co-autore di un libro intitolato After Dolly: The Uses and Misuses of Human Cloning (2006), che ha identificato e documentato i punti critici che ruotano intorno alla clonazione e alle possibili applicazioni della tecnica.

Le quattro “Dollies” e gli altri cloni ospitati a Nottingham sono il frutto degli studi iniziati da Campbell tra il 2005 e il 2007, quando lo scienziato era impegnato a cercare di rendere più efficiente la tecnica del trasferimento nucleare. Per il nuovo studio le quattro sorelle di Dolly sono state sottoposte a valutazioni molto dettagliate, comprese risonanze magnetiche ed esami diagnostici ai raggi x, che hanno permesso agli scienziati di confrontare il loro stato di salute con quello di un gruppo di controllo, un gregge di pecore ospitato all’università e che vive nelle stesse condizioni. La longevità degli animali clonati – e la possibilità di vederli diventare adulti senza problemi di salute legati alla clonazione – è uno dei temi più discussi della tecnica. Un aspetto dibattuto con toni accesi sin dai tempi di Dolly, morta all’età di sei anni dopo essere stata sottoposta a trattamenti per l’osteoartrite.

La sua “progenie” doveva superare test piuttosto esigenti, che ne hanno valutato le condizioni di salute per obesità, ipertensione e osteoartrite, una triade di disturbi molto simile a quella cui andiamo incontro noi umani quando invecchiamo, oltre al test per la tolleranza al glucosio (usato per controllarne il metabolismo) e quello per la sensibilità all’insulina, al controllo della pressione sanguigna e quello del battito cardiaco. Sandra Corr, veterinaria specializzata in ortopedia e co-autrice dello studio, si è occupata di valutare la condizione muscoloscheletrica: al centro dell’attenzione c’erano le ginocchia, l’articolazione più colpita dall’osteoartrite in Dolly.

L’invecchiamento in buona salute, un tema decisamente caldo negli studi della salute umana, è un aspetto fondamentale della clonazione ma finora non era mai stato valutato in modo completo, con un’analisi completa degli animali. “Una delle preoccupazioni, all’inizio, era che i cloni stessero invecchiando prematuramente”, racconta Sinclair. Il fatto che Dolly abbia ricevuto la diagnosi di osteoartrite a cinque anni ha rinforzato il dubbio, indicando che era necessario fare ulteriori ricerche.

“[…] abbiamo dimostrato che i nostri cloni, nonostante l’età, al tempo dello studio erano in salute”. Nessun segno di diabete, pressione alta o degenerazione clinica delle articolazioni. Alcune delle pecore, Debbie in particolare, mostravano segni di osteoartrite, ma non a un livello che richiedesse intervento veterinario. Per nessuna di loro la patologia comprometteva la qualità della vita, eppure le ricerche scientifiche e le analisi sono tutto fuorché esauriti. “È noto che prima del concepimento e nei primi stadi della gravidanza, che si tratti di riproduzione naturale o assistita, sono in corso dei piccoli cambiamenti chimici che possono riguardare il genoma umano, portando allo sviluppo e alla futura comparsa di malattie croniche”, conclude Sinclair. “Poiché la tecnica ricorre all’utilizzo di procedure di riproduzione assistita, è importante stabilire se queste malattie e disordini esistono anche nella progenie clonata e apparentemente in salute”.

@Eleonoraseeing

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrivo di benessere animale, etologia, cognizione animale e mi occupo di copywriting scientifico. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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