Il lungo viaggio delle larve che non basta a salvare i coralli

Vivono 120 giorni e percorrono moltissimi chilometri, fino a ricadere sul fondale e formare nuove colonie. Le larve sono una delle chiavi della riproduzione dei coralli, ma un nuovo studio mette in guardia: non riescono a viaggiare fino alle barriere più vulnerabili, che restano isolate

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Le larve dei coralli che si formano dopo la fecondazione possono percorrere anche lunghe distanze prima di fissarsi su una superficie e crescere. Jamie Craggs, Project Coral, Horniman Museum and Gardens

AMBIENTE – Una volta raggiunto il mare, le larve dei coralli sono attirate dalla luce solare. Si muovono fino alla superficie dell’acqua, dove rimangono a lungo (sopravvivono fino a quattro mesi) per poi ricadere sul fondale oceanico, attaccarsi a una superficie dura e crescere, dopo la metamorfosi che la porta da planula a polipo. Via via che i polipi aumentano, dividendosi a metà in copie genetiche perfettamente identiche all’originale, si forma una colonia di coralli.

In tempi duri per i coralli come quelli che corrono, gli scienziati nutrivano grande fiducia nella capacità delle larve di percorrere grandi distanze, andando a fissarsi e crescere anche a migliaia di chilometri di distanza dal punto di partenza, ripopolando e “ringiovanendo” le barriere in condizioni più critiche. Purtroppo, come mostra una simulazione appena pubblicata su Nature Communications, non è così.

I ricercatori hanno ricreato il viaggio di cinque miliardi di larve a partire da più di 600 barriere coralline. Tutte queste larve sono state “accompagnate” dalle correnti oceaniche per  un itinerario simulato di quasi 15 anni (1997-2011) lungo un tragitto di 5000 chilometri attraverso il Pacifico. Il punto d’arrivo ambito era la parte orientale dell’oceano, dove le barriere sono oggi particolarmente vulnerabili. Ma neppure la “spinta” verso Est di El Niño tra il 1997 e il 1998, che ha accelerato le correnti, è riuscita a muovere le larve abbastanza rapidamente da farle sopravvivere fino alla fine del viaggio. I quattro mesi, 120 giorni di vita a disposizione, non sono bastati.

La notizia è ancora più amara da digerire viste le condizioni in cui versano le barriere coralline. Nel corso del 2014, il passaggio di  El Niño ha fatto sbiadire (causando il bleaching) il 12% delle barriere di tutto il pianeta, metà delle quali potrebbe presto andare perduta per sempre. Si tratta di oltre 10 000 chilometri quadrati di coralli, fondamentali in primis come habitat per molte specie marine ma anche per l’industria ittica, per la tutela degli ambienti costieri, per il turismo e per le preziose molecole (la maggior parte ancora da scoprire) che custodiscono.

Studiare le barriere sul campo non è banale, ma anche avendone la possibilità non basta a prevedere quali saranno le loro condizioni nei prossimi decenni, con l’influenza sempre più incisiva del cambiamento climatico. Seguire le larve dal vivo, date le loro microscopiche dimensioni, è impossibile: proprio per questo, come per molte altre branche della scienza, anche con i coralli diventa fondamentale sfruttare dei modelli di previsione. “Le barriere nel Pacifico orientale di cui ci occupiamo sono particolarmente importanti”, spiega Iliana Baums della Penn State University, tra gli autori del nuovo studio, “perché sopravvivono in condizioni poco favorevoli. Capire come riescono a farlo potrebbe essere cruciale per elaborare strategie di conservazione delle barriere mentre il clima continua a cambiare”.

A masticare l’enorme mole di dati è stato il supercomputer BlueCrystal della University of Bristol, grazie al quale sono state identificate le barriere che sembravano le migliori candidate per la dispersione delle larve, ma anche più isolate dai sistemi di barriere e dunque più vulnerabili agli effetti di un clima in costante mutamento. La finestra temporale scelta per ambientare la simulazione non è casuale, spiega Sally Wood, ricercatrice esperta nella creazione di modelli per studiare le barriere e co-autrice del nuovo lavoro. “Questo periodo ha visto verificarsi una serie di condizioni oceanografiche cruciali”, dice Wood, e ha consentito di smentire la teoria secondo al quale gli eventi legati a El Niño favorirebbero la dispersione delle larve verso Est.

È certo, invece, che proprio come sta accadendo oggi anche nel 1997-1998 El Niño ha contribuito a spazzare via una grande quantità di coralli nel Pacifico orientale, dove molte colonie sono isolate dai grandi sistemi di barriera anche da 5000 chilometri di oceano aperto. Riprendersi dopo un evento climatico estremo, contrastando il fenomeno dello sbiancamento, per loro è molto più difficile. E questione di vita o di morte.

Inserire nella simulazione anche i dati genetici ha permesso di avere un quadro della situazione ancora più complesso. Le profondità oceaniche che “dividono” il Pacifico orientale da quello occidentale sono sempre state monitorate con grande interesse dagli scienziati, e molti biologi le considerano una sorta di barriera. Molte specie sono presenti su entrambi i versanti, ma ancora oggi non sappiamo quando e come siano passate da un lato all’altro. La genetica aiuta a discriminare tra le varie popolazioni e, in questo caso, ha permesso di stabilire che le larve non erano riuscite ad arrivare alla meta: le differenze genetiche erano tali da suggerire un isolamento dei vari coralli in corso da parecchie generazioni, forse migliaia di anni.

@Eleonoraseeing

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrivo di benessere animale, etologia, cognizione animale e mi occupo di copywriting scientifico. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

3 Commenti su Il lungo viaggio delle larve che non basta a salvare i coralli

  1. Rinaldo Sorgenti // 24 agosto 2016 alle 14:24 // Rispondi

    Interessante dissertazione che è pregevole anche perché pare non speculare su ipotetici “Cambiamenti Climatici Antropogenici”, ma primariamente si focalizza su fenomeni naturali come appunto El Nino.
    Anche la conclusione è in linea con questo.
    Grazie.

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