Fertility Day, cosa prevede davvero il “Piano Nazionale per la Fertilità”?

L'impopolare campagna con le cartoline è scomparsa e del sito resta solo il logo. Ma il piano del Ministero della Salute prevede altre iniziative: abbiamo letto il documento

campagna fertility day ministero salute

Le “cartoline” della campagna di comunicazione promossa dal Ministero della Salute per il Fertilità Day, non più raggiungibili sul sito web dedicato (scomparso) ma ovunque in rete

CRONACA- La campagna del Ministero della Salute per il Fertility Day l’abbiamo vista tutti. Cartoline e slogan dal tono paternalistico e accusatorio, un esempio di come non si dovrebbe comunicare un tema delicato e personale come la salute, in questo caso la salute riproduttiva. Per di più in un Paese in cui mancano politiche che siano davvero a tutela di maternità e paternità, che ha accolto con rabbia e incredulità l’invito quasi indiscriminato a fare figli prima che sia “troppo tardi”. Dopo la reazione dell’opinione pubblica, i contenuti della campagna sono scomparsi e del sito restava solo il logo. Oggi è di nuovo online.

Forse siamo di fronte alla campagna di informazione ministeriale più breve della storia e ci si chiede come sia possibile che un progetto di comunicazione simile, presumibilmente passato davanti a molti occhi compresi quelli del Ministero della salute, sia riuscito a vedere la luce.

La bufera è scoppiata ora ma di Fertility Day si parla da marzo, quando il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha presentato alcune delle proposte del Ministero con al centro il tema della salute femminile. La giornata nazionale dedicata al tema della fertilità era stata introdotta come proposta di incontro tra famiglie, medici, farmacisti, insegnanti e società scientifiche che si occupano di salute riproduttiva: avrebbe dovuto avere soprattutto sfondo scientifico e promuovere l’informazione riguardo alla denatalità, alla salute sessuale femminile e maschile e su come preservarle. Le “cartoline” ministeriali avrebbero dovuto essere questo, un’occasione per parlare agli italiani con un tone of voice adeguato, rispettoso ma scientificamente rigoroso. Non solo nelle “tabelle e dati che spiegano e informano” presenti sul retro, che nessuno ha fatto in tempo a vedere perché le immagini e il sito sono scomparsi, ma anche negli slogan. Difficile? Certo, ma è esattamente quello che un ministero della salute -o chi questo sceglie per parlare al posto suo- dovrebbe saper fare.

“Se si facesse una seria prevenzione in una generazione, potremmo abbattere di oltre il 50% l’infertilità maschile”, diceva Andrea Lenzi della Società italiana di Endocrinologia (SIE), tra i relatori che nel maggio 2015 hanno presentato il Piano nazionale per la fertilità. “Le tecniche di fecondazione assistita hanno rappresentato uno dei più grandi successi della medicina degli ultimi decenni, consentendo di ottenere una gravidanza a coppie che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate irreversibilmente sterili. Purtroppo però, in alcuni casi, queste tecniche hanno portato alcune coppie ed alcuni medici a trascurare l’aspetto diagnostico e il tentativo di ottenere una fertilità naturale, e sono state applicate prima di aver cercato di capire e di trattare le cause che avevano portato all’infertilità”. Anche se nella campagna #fertilityday latitano, la prevenzione e informazione fatte bene (magari a partire dall’età scolare) e un accesso rigoroso alla fecondazione assistita sembravano essere parte integrante di questo piano nazionale.

In Italia, questo è sicuro, la denatalità è al centro del mirino: nel 2015 le nascite sono diminuite di 15.000 unità, arrivando a un totale di 488.000. 1,35 figli per donna e il parto avviene, in media, a 31,5 anni. Questi i dati dell’ISTAT, che ha stabilito un nuovo minimo storico nei nuovi nati dall’Unità d’Italia. I nostri tassi di occupazione femminile sono inferiori a quelli medi dell’Unione Europea per qualsiasi classe di età, ma siamo anche il paese in cui circa tre donne su dieci lasciano il proprio impiego alla nascita di un figlio -perché la maternità comporta un rischio concreto di uscire dal mercato del lavoro- e tre studentesse universitarie su dieci non si sono mai sottoposte a un controllo ginecologico.

Sempre dai dati ISTAT, risultano in continuo aumento i nati con almeno un genitore straniero, “che hanno raggiunto le 105 mila unità nel 2013, arrivando così a rappresentare circa un quinto dei nati della popolazione residente”.

14212098_10155338195959762_2345293173089114818_nApparentemente, c’è tutta una serie di questioni sanitarie e sociali da gestire prima di parlare di “datti una mossa! Non aspettare la cicogna” o di sfruttare (avanguardia pura!) l’immagine di una buccia di banana per insinuare lo spettro dell’impotenza nella mente di un giovane uomo, associandola al rischio di infertilità. Al lancio di controllati.it, il portale della Società Italiana di Urologia dedicato al mese della prevenzione urologica nell’uomo, è emerso che solo il 10-20% degli uomini si sottopone a una visita di prevenzione mentre nove maschi su 10 effettuano una visita solo in caso di gravi patologie. Eppure a incombere ci sono malattie importanti come i tumori, che necessitano di attenzione e prevenzione tanto quanto quelle femminili. Con un quadro del genere, che denota l’assenza di una cultura della prevenzione nell’uomo, non serve un guru della comunicazione per capire che una banana floscia non porterà file di italiani a farsi visitare. Anzi, è probabile che il Ministero della Salute abbia ottenuto l’esatto contrario.

Cosa manca del tutto? Le condizioni per permettere davvero una genitorialità serena: in primis, buone politiche del lavoro e di tutela dei lavoratori da rispettare sul serio. Sul fronte delle professionalità coinvolte (farmacisti, medici…) la comunità sembra sostenere piuttosto unanimemente l’iniziativa ministeriale. Anche se alcuni, come Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio degli assistenti sociali, ammettono che a fronte del fine apprezzabile il messaggio di questa campagna è risultato “colpevolizzante, veicolato con strumenti sbagliati e del tutto svincolato dai problemi concreti che quotidianamente passano sulla pelle delle donne”.

Detto questo, il vero e proprio documento del piano del Ministero non consiste in una manciata di cartoline+slogan, ma è un faldone di 137 pagine che parla in modo molto completo di prevenzione, formazione del personale sanitario, situazione demografica, anatomia dell’apparato riproduttore, cambiamenti culturali, cancro, educazione sessuale e molto altro. A cui abbiamo dato un’occhiata per capire se dietro a un errore comunicativo fatto di accostamenti infelici e giudizi non richiesti, ci sia un piano serio. Apparentemente c’è: il documento merita una lettura specialmente per le parti che -con generosa mole di dati- quantificano e contestualizzano la situazione demografica italiana, ma la grossa differenza (di nuovo, nel tone of voice) si sente proprio nello sbilanciamento tra le sezioni strettamente mediche e bibliografate e quelle in cui si avanzano ipotesi e si lascia spazio a commenti. Ma partiamo dai cinque obiettivi

Schermata 2016-09-01 alle 10.48.20

La scelta di parole è quantomeno singolare. “Prestigio della Maternità”? L’idea di capovolgere la mentalità corrente continua a essere degna di nota, perché la procreazione smette di essere un aspetto della vita del singolo e della coppia ma diventa questione statale: la fertilità è un “bisogno essenziale della coppia”. Stiamo ancora parlando di salute, quindi è un modo (brutto) per dire che la salute sessuale è un diritto di tutti ed è bene occuparsene, o parliamo d’altro?

Dopo un cappello introduttivo sull’effetto della denatalità sul welfare, si parla di come la salute riproduttiva sia importante fin dalla giovane età -“gli adolescenti e le adolescenti vanno seguiti dal pediatra e, insieme alla famiglia, educati a divenire autonomi e ad avere maggiore responsabilità per la propria salute ed in particolare per la propria sessualità”- e di come dopo i 35 anni il concepimento diventi via via più difficile per una donna. Tuttavia “il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre”, recita il documento (qualcosa nella campagna è andato storto) e l’intento, si legge tra le righe, è attingere a piene mani al modello di Paesi come l’Australia, che hanno affrontato il problema della denatalità con un linguaggio diretto, facendo leva sull’emozione.

Tra un’ampia trattazione della situazione demografica italiana, una presa di coscienza dei problemi della donna per inserirsi sul mercato del lavoro/rientrare dopo la gravidanza e un’accurata sezione di fisiologia e anatomia riproduttiva (dov’era tutto questo nelle cartoline?) il documento parla diffusamente di quegli aspetti di cui effettivamente sentiamo il bisogno, quelli che non abbiamo visto sul sito del Fertility Day. Le carenze che andrebbero colmate sono tutte chiaramente esplicitate: oltre alla necessità di politiche del lavoro genitori-friendly, incentivi alla natalità su modello dei paesi Nord-europei, si cita espressamente la necessità di fare educazione sessuale a partire dalla giovane età, seguendo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in un paradigma definito “olistico” che non preveda la sola trattazione dei temi negativi come si fa ora (gravidanze indesiderate, patologie sessualmente trasmissibili…) ma una graduale informazione mirata in base all’età. “Questo punto di vista negativo suscita spesso confusione in bambine/i e ragazze/i e non risponde al loro bisogno di essere informati e di acquisire competenze. Un approccio più positivo non solo è più efficace, ma anche più realistico” si legge sul documento, con a seguire le indicazioni per genitori e professionisti.

L’educazione sessuale e all’affettività è una delle grandi lacune italiane, quindi interessante? Un buon segno? Di certo, ma sappiamo bene che stilare un documento su quello di cui avremmo bisogno non farà sì che, magicamente, l’educazione sessuale e all’affettività entrino nelle scuole o che il Paese si riempia di asili nido comunali e servizi adatti a consentire davvero una maternità e paternità responsabile e consapevole. Molti ricorderanno cosa è successo con “Il gioco del rispetto“, che ci ha chiarito la difficoltà di innovare e portare nel presente -e nel futuro- italiani determinati aspetti di quest’educazione: forse, più che di un documento generico che si rifà alle linee guida OMS, avremmo bisogno di un piano davvero mirato per l’Italia che tenga conto di tutti questi dettagli. Non solo per l’educazione sessuale ma anche per rimuovere quegli ostacoli che davvero frenano una giovane coppia dal cercare un bambino (non si tratta solo della moderna propensione a “egoismo e individualismo”, come più volte si ribadisce nel documento ministeriale).

La lettura di queste pagine, bisogna dirlo, porta a un risultato diverso rispetto all’impatto delle “cartoline” per il Fertility Day. Dopo essersi presi la briga di leggerlo il piano del Ministero della Salute ritorna a sembrare un’iniziativa non degli anni ’20, ma resta a tratti l’impressione che gli aspetti culturali della denatalità siano ancora attribuiti principalmente alla donna (=madre) e che di lavoro da fare al Ministero ne abbiano ancora molto. Non a caso il documento, pur premettendo che “Siamo, ancora, un Paese che dal punto di vista culturale ha fortemente interiorizzato la questione della asimmetria dei ruoli nei modelli, sia da parte degli uomini che delle donne” recita anche che “L’organizzazione ingegnosa che serve a far quadrare il ritmo delle giornate di una mamma, la flessibilità necessaria a gestire gli imprevisti, la responsabilità e le scelte implicite nel lavoro di cura, le energie che quotidianamente mette in campo una madre sono competenze e potenziali ancora da esplorare e capire come incentivare e utilizzare al rientro al lavoro”. Di una mamma.

L’impressione si acuisce quando si passa dalla rigorosa trattazione del fibroma uterino o dagli accurati dati Eurostat a una serie di passaggi di contorno, che non avrebbero dovuto trovare spazio in un documento ministeriale. Ne riportiamo alcuni

-Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità.

-La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico nel rapporto di coppia, per il raggiungimento dell’indipendenza economica e sociale. 

-Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili.

-Certo è già abbastanza difficile essere una buona moglie, una buona madre, una donna in carriera; lo è ancora di più essere tutte queste cose contemporaneamente. Le donne che dicono un “no” a priori alla maternità sono, comunque, una minoranza. 

(modifica, venerdì 2 settembre ore 9:10) Questi passaggi in particolare non sono passati inosservati a un folto gruppo di psicologi, che ha scritto una lettera aperta al ministro Lorenzin per segnalare l’inadeguatezza della campagna -la trovate qui-.

Quasi completamente al di fuori della trattazione, infine, resta il fatto che ci siano donne e uomini che scelgono consapevolmente di non avere figli e non vi rinunciano per motivi legati all’insicurezza lavorativa, sociale o altro. Oltre a non considerare -in una complessa narrazione che abbraccia davvero tutti gli aspetti della denatalità- un aspetto culturale non da poco, si rischia di far passare il messaggio che se non pianifichi figli non devi stare poi così attento alla tua salute sessuale e riproduttiva. L’impressione è la stessa, ovviamente, se si guardano le sole cartoline, che avrebbero per definizione dovuto “riassumere” gli intenti di prevenzione  e informazione della campagna. Arrivando a tutta la popolazione con i punti essenziali di un documento di 137 pagine. Non resta che aspettare il 22 settembre.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: L’uomo occidentale è in via di estinzione?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

16 Commenti su Fertility Day, cosa prevede davvero il “Piano Nazionale per la Fertilità”?

  1. L’ha ribloggato su bUFOle & Co.e ha commentato:
    Ottimo articolo. (ma perchè ‘tone of voice’ invece di tono di voce?)

    • Capisco il perché della domanda Claudio: mi è venuto spontaneo, in realtà, perché l’azienda che si è occupata della campagna per il Ministero si occupa di marketing&co (tristemente non di comunicazione della salute) e in quell’ambito l’inglese tone of voice ha sostituito l’italiano quando si parla di personalità del marchio. E non mi dispiace come “adozione” dall’inglese, ma ovviamente sono gusti 🙂

  2. “slogan dal tono paternalistico e accusatorio,” Mi spiace tanto, sarò un fasci-maschilista bacchettone e retrogrado (anche se non mi considero tale), ma negli slogan non ci vedo nulla né di paternalistico, né di accusatorio. Mi dirai che è perché sono un uomo, rappresentante di questa società maschilista e repressiva, ma non trovo offensiva neanche la cartolina con la buccia di banana…

    Devo essere sincero: sono molto sorpreso dalla reazione violenta e aggressiva (fino ad arrivare alle minacce) a questa campagna. Voglio procurarmi il documento originario, ma il problema della riduzione della natalità potrebbe essere anche dovuto a molte coppie che “non si sentono pronte” a diventare genitori e che aspettano perché “la vita si è allungata e i 30 anni di oggi sono come i 20 di un tempo” (sono discorsi che ho sentito fare da conoscenti). Il problema è che, nonostante l’allungamento della vita, il limite della fertilità non si è spostato e non possiamo spostarlo tramite un'”operazione culturale” o magari qualche autocritica…. Se il problema è che molte coppie aspettano troppo prima di mettere in cantiere un figlio, forse una campagna di sensibilizzazione non è una cosa sbagliata.

    • Il documento è linkato nel testo, non devi procurartelo 🙂 nessuno nega che i temi della denatalità, della salute riproduttiva e dell’educazione (sessuale, affettività ecc) siano importanti, infatti continuare a sensibilizzare è fondamentale. Credo di averlo detto piuttosto chiaramente riportando ad esempio quanto ancora poco sia diffusa la cultura della prevenzione nell’uomo e nella donna. È lecito avere opinioni ed essere toccati in modo diverso da una campagna di questo tipo, immagino, ma da cittadina (e comunicatrice scientifica) da un Ministero della Salute io mi aspetto decisamente altro

  3. c’è chi vuole dei figli e chi no. entrambe le scelte vanno rispettate. Questa campagna poteva avere scopi informativi condivisibili ma è stata impostata male e comunicata peggio, con una retorica da ventennio insopportabile

  4. mauro marchionni // 2 settembre 2016 alle 12:46 // Rispondi

    secondo me siamo nella solita pagliacciata all’italiana.
    ma non per quello che ha fatto (veramente male) il ministero ma per le reazioni cretine della stampa radical schick.
    Il problema della denatalità c’è. E su questo non si discute
    La forma scelta dal ministero poteva essere certo migliore: E anche su questo non si discute.
    E allora vogliamo cretinamente parlare, cianciare, ciacolare sulle virgole, sui punti e sulle perifrasi evitando così di guardare in faccia il problema vero e spostando invece l’attenzione sulle virgole, sui punti e sulle perifrasi di un Ministro che, anche se male, ha lanciato un importantissimo campanello di allarme?
    Ma quando finirà questa buffonata tutta nostrana (ma in effetti non solo) di cambiare discorso, di attaccarsi alle suddette virgole ecc… ecc…. per non affrontare mai un problema vero e al solo scopo, invece, di mettere in cattiva luce un politico che ci sta antipatico?
    So benissimo di essere una “vox clamantis in deserto” ma il fatto è che faccio l’ingegnere meccanico e sono troppo abituato a preoccuparmi del funzionamento VERO delle mie macchine prima di dare ascolto alle ciance di quelli che sono certo bravissimi a parlare ma nulla sanno di come agire e di come risolvere i veri problemi.
    Scusate lo sfogo, ma penso che dopo decenni di chiacchiere dovrebbe ormai essere giunto il momento di agire; anche se non frega niente a nessuno

    Mauro Marchionni
    ingegnere meccanico
    progettista e costruttore di macchine che hanno il difetto di funzionare (in silenzio).

    • nella comunicazione politica la forma è sostanza, e se una campagna che ha finalità anche giuste usa un linguaggio colpevolizzante verso le donne che non vogliono figli, o che li hanno avuti tardi perchè legittimamente hanno dato la precedenza ad altro per me è un problema.
      Se si pensa di risolvere il calo demografico con cartoline idiote anziche col welfare, con la lotta al precariato e favorendo un cambiamento di mentalità che porti marito e moglie a dividersi i compiti di cura per me è un problema

      • sul fatto che una campagna sulla natalità debba essere accompagnata da un percorso parallelo su lavoro e pari opportunità, non si discute. ma questo non annulla comunque la necessità di una campagna sulla natalità. io sono una donna gravida che ha dovuto cambiare lavoro e reinventarsi una vita, mi considero di sinistra, sono certa che ce la farò perché sono abituata ai sacrifici e so di avere le capacità di fare bene due cose contemporaneamente. io non trovo nulla di colpevolizzante in questa campagna. il problema vero sapete qual è? il problema vero è che questa campagna apre delle finestre che il nostro inconscio aveva sbarrato. chi usa davvero toni colpevolizzanti (non per cattiveria ma per effettiva ‘ignoranza’ e per incomunicabilità generazionale) sono 1) i nonni che vogliono nipoti, e contemporaneamente ci danno dei bamboccioni. 2) gli uomini italiani che fanno i difensori del principio di autodeterminazione solo quando questo implica l’aborto, che proclamano ad alta voce che non siamo vacche sforna-bambini ma ci trattano come vacche, preferiscono il coito interrotto per rispettarci meglio (e questi sono dati) e poi ci lasciano per una più giovane non appena paventiamo un desiderio di maternità.
        E’ chiaro che poi ci offendiamo con chiunque tocchi l’argomento e in qualunque modo. ma la politica non si fa con le reazioni emotive: questo shitstorm è una buffonata, che manca totalmente di rispetto a chi ha davvero problemi di fertilità e vuole avere figli, e che annulla il lavoro di professionisti che hanno faticato dietro questa campagna. Una buffonata peraltro manovrata da alcuni giornalisti che non hanno avuto nessun problema a scardinare la nostra finestrella di dolore per i loro scopi, e questo fa davvero schifo. Non si discute sul fatto che molte cose potevano essere fatte meglio, ma con questo modus operandi (costringere la gente a ritrattare: e attenzione, in questo sta la vera mancanza di professionalità della ministra: il fatto che risponde al furor di popolo) stiamo di fatto spendendo soldi senza nemmeno provare a parlare dei problemi. parliamone!

      • posso capire che forse per motivi personali lei ce l’abbia con gli uomini però qua la questione è il come si parla della fertilità e del calo delle nascite, nessuno nega che sia legittimo parlarne. Parlarne senza una retorica natalista da ventennio sarebbe meglio

  5. Vittorio Casadei // 2 settembre 2016 alle 15:30 // Rispondi

    I dati storici di censimento della popolazione ci dicono che i residenti nel 1936 (ultimo censimento prebellico )erano 42.398.489. Nel 1971 erano 54.136.547 con un incremento in 35 anni di11.738.058. Al 2015 si è passati dopo 44anni a 60.665.551con un incremento di 5.413.647 unità. C’è qualcuno disposto a sostenere che dal 1936 al 1971 c’erano più asili nido, più provvidenze per le famiglie, più lavoro e quant’altro si invoca per ridare opportunità e desiderio di genitorialita’ di quanti ce ne fossero dal 1971 al 2015 ? ? Forse le cause vanno cercate altrove e temo che i risultati della ricerca non siano commendevoli.

  6. Questo è paese è malato di “caccia al sessismo”. Ormai non si può parlare di tematiche femminili perchè si viene accusati di sessismo. Per me le sessiste siete voi donne che pensate solo ai soldi e basta. Come se il desiderio di maternità dipendesse da quanto soldi lo stato metta nelle tasche, Uè, ma le nostre mamme, zie, nonne lo sapete che erano povere?? Se la fertilità non è un bene comune perchè lo stato, cioè noi, dovremmo pagare per far fare i figli ad altri? La campagna è sacrosanta, magari gli slogan sono errori comunicativi, ma è molto opportuna. La fertilità non è eterna sia per le donne che gli uomini, dopo una certa età ci sono rischi seri anche per i nascituri. Molte donne non lo sanno. Il programma parlava anche del calo della potenza sessuale, dei disagi che può provocare e del modo di risolverla. Lo sapete che noi uomini dopo una certa età diventiamo più impotenti? Lo sapete che voi donne siete di scarsa utilità nella risoluzione di questo problema perchè “se a uno non gli tira non è buono”? La verità è che la campagna ha colto nel segno perchè agli italiani fa male vedersi sbattuta in faccia la realtà, ossia che la idiosincrasia nel fare figli dipende dalla cultura dominante che la donna ha acquisito. Provi a chiedere in giro invece di stare incollata sulla sedia, provi soprattutto a chiedere le donne vere, quelle con tanta esperienza alle spalle cosa ne pensano della scarsa denatalità. Quante volte ho sentito dire “e ma non voglio i figli perchè strillano”, “meglio il cane dei figli”, “non me la sento perchè non posso fare la bella vita”, “non voglio cambiare i pannolini perchè tutti sporchi”, e menate del genere. E non dica che non è così. Quindo ben vengano queste campagne e se qualcuna si sente tirata in ballo vuol dire che ha la coda di paglia.

    • se una donna non se la sente di fare figli perchè si vuole divertire ha il diritto di non farli. gli uomini hanno sempre ragionato nello stesso modo (non occupandosi dei figli anche quando li avevano) e nessuno li ha stigmatizzati

    • A caccia di sessismo? Macché, basta aspettare trogloditi come te per trovarlo. Le “vostre” nonne, mamme e zie non erano povere solo economicamente ma anche culturalmente e per loro la casa e la famiglia – che era solo il metter al mondo figli, che poi le decisioni essenziali le prendevano altri – erano l’unica realizzazione. La loro estrema povertà culturale è dimostrata anche dai figli che hanno tirato su.
      P.S. parlare di uomini “più impotenti” fa ridere i polli

  7. mauro marchionni // 2 settembre 2016 alle 21:11 // Rispondi

    interessante la risposta di Vittorio.
    interessante perchè parla con i numeri (ai quali io sono ovviamente molto, molto sensibile)e non con le chiacchiere.
    c’è qualcuno che sa dare una risposta sensata ai numeri di Vittorio?
    chiederei anche a Vittorio, se ha tempo, di chiarirmi un po’ meglio perchè i risultati della ricerca non sono commendevoli; secondo un dizionario on line commendevole è sinonimo di encomiabile ma se così fosse …… a questo punto ho perso il filo.

  8. Quindi gli italiani hanno fatto bene a indignarsi: se la questione è così profonda, aver toppato con la comunicazione dimostra solo quanto siamo in mano a incompetenti lì, ai piani alti.

    Ma almeno hanno chiesto il rimborso a chi ha preparato la campagna pubblicitaria? Qualcuno ha pagato o ha perso il posto in favore di qualcuno più competente?

5 Trackbacks / Pingbacks

  1. Fertility Day: perché è una grande occasione mancata – OggiScienza
  2. Obiezione di coscienza sull’aborto: ecco perché è un’aberrazione etica – OggiScienza
  3. La fertilità è scritta (anche) nei nostri geni – OggiScienza
  4. Fare sport per migliorare la qualità spermatica – OggiScienza
  5. Gli articoli più letti del 2016 – OggiScienza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: