Ricerca, divertimento, industria: il fiorente traffico internazionale di animali e piante

Flora e fauna sono al centro di un traffico internazionale, cui il Trattato CITES cerca di dare una regolamentazione.

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La Convenzione sul commercio internazionale delle specie in via d’estinzione regola lo sfruttamento commerciale di piante e animali, per proteggere le specie più a rischio di scomparire. Crediti immagine: USFWS Mountain-Prairie, Flickr

APPROFONDIMENTO – Lo scorso 5 ottobre, a Johannesburg in Sudafrica, si è conclusa una importante conferenza internazionale, la COP 17 della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, comunemente nota come CITES. Firmata nel 1976 a Washington, la CITES regolamenta lo sfruttamento commerciale di flora e fauna, con lo scopo di proteggere le specie più minacciate dall’estinzione.

Il trattato CITES è uno dei principali e più antichi trattati internazionali che riguardano la biodiversità. È stato ratificato da quasi tutti i Paesi del mondo (182 stati più l’Unione Europea). La sua formulazione fu portata avanti da parte dello stesso organismo internazionale che redige la Lista Rossa delle specie minacciate, l’Unione Internazionale per la Conservazione della natura (IUCN), composta principalmente da scienziati, dopo che le Nazioni Unite tennero nel 1972 una grande conferenza chiamata Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano, da cui, oltre a CITES, scaturì anche l’idea della lista dei luoghi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

La mappa illustra i Paesi con più biodiversità, secondo i dati della Banca Mondiale. La biodiversità è calcolata sul GEF, un indice (0 il minimo, 100 il massimo) che combina il numero delle specie presenti in un Paese, il loro grado di minaccia e la differenza di habitat presenti nel Paese.

 

In Italia CITES è entrato in vigore nel 1979 e il suo adempimento è affidato a vari ministeri, capitanati da quello dell’ambiente, e al Corpo Forestale dello Stato. Con la soppressione di quest’ultimo, il servizio CITES (che si compone di 24 unità territoriali e 16 nuclei operativi che controllano le frontiere) passerà quasi sicuramente sotto il controllo dei Carabinieri (che assorbiranno appunto anche l’intero corpo forestale).

 

 

A differenza della Lista Rossa, che si occupa principalmente di monitorare in modo scientifico il rischio di estinzione, CITES regola solamente il commercio di animali, da quelli più a rischio a quelli più comuni. Per raggiungere i propri obiettivi, CITES contiene alcune disposizioni vincolanti per gli stati membri, sebbene non sia prevista alcuna forma di penalità nel caso in cui lo stato membro non metta in atto tutti gli strumenti previsti dal trattato.

In particolare, CITES richiede che vengano poste in essere almeno quattro condizioni ritenute fondamentali: che venga predisposta una autorità garante; che vengano emanate leggi che proibiscano il commercio di animali in violazione del Trattato; che tali leggi prevedano pene chiare e severe per chi trasgredisce; che tali leggi prevedano la confisca degli esemplari (o di parti di essi).

Pur essendo richieste minime, al momento si stima che metà dei Paesi che aderiscano a CITES non stiano adempiendo agli obblighi del trattato. Tuttavia, nei 36 anni di attività sono state formalizzate sanzioni verso le trasgressioni più gravi, essenzialmente di due tipi: o azioni bilaterali tra stati membri o la pubblicazione della violazione con appelli da parte del segretario generale del CITES.

CITES è frutto di un compromesso tra le esigenze del commercio internazionale e la necessità di tutelare la biodiversità. Copre sia il regno animale che quello vegetale e prevede alcuni meccanismi di regolamentazione, attraverso l’iscrizione delle specie in tre distinte liste. La prima lista (o Annex I) comprende le specie minacciate direttamente di estinzione e le specie il cui commercio comprometterebbe la capacità di sopravvivere. Commerciare queste specie è quasi del tutto vietato, tranne rare concessioni offerte dagli organi del trattato. L’Annex I si riferisce quasi esclusivamente alle popolazioni selvatiche, poiché anche se una specie è minacciata ma viene allevata o coltivata in cattività rientra nella seconda lista (o Annex II). Quest’ultima contiene le principali specie commerciate nel mondo. Tecnicamente, infatti, comprende le specie che non sono minacciate ma che potrebbero esserlo se il loro commercio non fosse regolato. Il commercio delle specie contenute in questa lista è sottoposto al controllo e alla marcatura del CITES. La terza lista (o Annex III), infine, comprende gli animali la cui protezione è stata richiesta da un Paese membro. Si tratta in sostanza delle specie endemiche, il cui commercio è consentito solo con uno specifico permesso CITES.

 

 

CITES ha numerosi punti di debolezza, ma è comunque uno strumento ancora importante. Il principale punto di debolezza è il fatto che il meccanismo alla base della regolamentazione sia di tipo negativo: è consentito il commercio libero di piante e animali a meno che le specie in questione non siano comprese in una delle tre liste.

Inoltre, lo stesso trattato prevede la possibilità da parte di uno stato di avere alcune reservation, ovvero di non aderire al trattato per quanto riguarda determinate specie: è per questo che Giappone e Norvegia (che sono parti del Trattato) possono continuare a cacciare le balene e l’Arabia Saudita può importare falchi. Questi due fattori hanno portato a numerose incongruenze.

Sebbene prodotti dallo stesso organismo, lo IUCN, la Lista Rossa e CITES non sono automaticamente collegate. Questo significa che alcune specie classificate come minacciate dalla Lista Rossa siano in realtà commerciabili liberamente secondo il CITES, che ha un meccanismo di aggiornamento particolarmente lento (le COP si riuniscono ogni tre anni) e ogni modifica richiede la maggioranza di 2/3 dei Paesi firmatari.

 

 

Nonostante questo, CITES è comunque riuscita a regolamentare un commercio che è estremamente difficile da intercettare, ma soprattutto da comprendere nei suoi molteplici aspetti. Spesso si ritiene, infatti, che il commercio di animali riguardi solo quelli catturati in natura e poi utilizzati per il divertimento domestico. Non è così. Gran parte degli animali sono commerciati per l’industria, una buona parte per la ricerca scientifica e la medicina e anche per il divertimento del pubblico (zoo e circhi) o per la caccia.

È un mondo, quello del commercio di piante e animali, estremamente complesso e contraddittorio, fatto di molte zone d’ombra. Interpol stima che il commercio di animali prelevati in natura frutti tra i 10 e i 20 miliardi di dollari. Se CITES ha un pregio, sicuramente è quello di aver illuminato un po’ questo mondo oscuro.

@gia_destro

Leggi anche: Non solo tigri: il commercio illegale di piante nel Sud-Est asiatico

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