I numeri del commercio di animali

Il commercio di esemplari vivi prelevati in natura o in cattività ha dei numeri impressionanti e smuove decine di miliardi di dollari ogni anno. I dati CITES ci aiutano a tratteggiare un quadro di questo mondo molto opaco

Riuscire a tracciare un quadro veritiero del mercato è davvero complesso, poiché gran parte dei traffici sono sul mercato nero, riemergono e ritornano nelle zone grigie della legalità. Crediti immagine: Soggydan Benenovitch via Flickr.

APPROFONDIMENTO – Il commercio di animali è uno dei più lucrosi affari internazionali. Si stima che frutti circa 19 miliardi di dollari l’anno, coinvolgendo migliaia di esemplari o parti di esse. Pur essendo regolato dal Trattato CITES, rimane a oggi uno dei mercati più opachi che esistono, paragonabile per pericolosità delle strutture coinvolte, giro di affari e meccanismi di azione ad altri mercati come quello delle armi o della droga. Avere le dimensioni reali del fenomeno è assai complesso, tuttavia è possibile delineare un quadro generale attraverso i dati CITES a disposizione.

Il Trattato contiene tre liste: la prima elenca gli animali e le piante in pericolo di estinzione, per cui commerciabili solo ed esclusivamente attraverso un permesso speciale; la seconda invece contiene gli animali e le piante commerciabili (ma di cui si deve tracciarne i movimenti, attraverso le “patenti” CITES); la terza contiene gli animali e le piante commerciabili ma endemici, ossia presenti in una determinata zona geografica, e per questo necessari di una particolare attenzione.

I dati che seguono si riferiscono agli ultimi 5 anni disponibili (2010-2015). Come prevedibile, la maggior parte degli animali commerciati provenivano dalla lista 2, con un boom nel 2012 quando sono stati venduti sul mercato quasi 30 milioni di piante e animali vivi prelevati direttamente in natura (gran parte di questi animali, come vedremo, sono rappresentati da coralli):

Paradossalmente, il numero di animali e piante commerciati vivi e provenienti dagli allevamenti è minore di quello degli animali e le piante prelevati direttamente in natura:

Questo è dovuto a due fattori: innanzitutto, gran parte degli animali prelevati in natura sono piante e coralli. Per quanto riguarda questi ultimi, in una singola “roccia di corallo” venduta sul mercato si trovano decine di coralli diversi, per questo i numeri sono così grandi. Soprattutto, però, gli animali provenienti dagli allevamenti raramente ne escono vivi (e questi dati si riferiscono solo al numero di animali vivi). O meglio: dagli allevamenti vengono trasportati nei mattatoi, che spesso sono nei confini dello stesso paese, mentre questi dati si riferiscono al commercio internazionale.

La domanda seguente è: quali specie vengono commerciate? Qui si trova di tutto. CITES monitora circa 2900 specie, e riporta le transazioni di 2100 specie, che comprendono anche i vegetali. Alcune sono transazioni minime, anche di un singolo esemplare (secondo i dati, è stato venduto legalmente un solo esemplare di elefante africano tra il 2010 e il 2015, ad esempio), altre invece milioni di esamplari.

I principali animali vivi prelevati in natura e commerciati sono i coralli e le tartarughe “da giardino” (Graptemys pseudogeographica). Escluse queste due specie, abbiamo un quadro in cui a dominare sono principalmente gli uccelli (soprattutto pappagalli) e rettili (equamente distribuiti tra serpenti e “lucertole”).

Questi animali vengono commerciati per una infinita varietà di motivi. CITES definisce il “commercio” in senso lato, ovvero tutte quelle transazioni non comprese in altre diciture, come ad esempio quella per fini medici o destinata a zoo e circhi.

Di che numeri stiamo parlando?

Escludendo le piante, i coralli, le spugne e altri tipi di animali, se quindi ci concentriamo su mammiferi, uccelli, insetti, ragni e pesci (ma solo quelli appartenenti alla classe degli Actinopterygii) abbiamo questo quadro.

Da dove arrivano?

Come tutti i commerci più o meno legali, riuscire a tracciare l’origine degli animali è estremamente difficile. Legislazioni favorevoli, commerci illegali che vengono “ripuliti”: spesso il paese di prima esportazione non è lo stesso paese di origine. L’organizzazione animalista PETA riporta che la mortalità durante il trasporto è di circa l’80%, anche se è molto difficile stabilire la mortalità all’origine, probabilmente ancora più alta.

 

Se stabilire l’origine degli animali è estremamente difficile, molto più tracciabile è il traffico una volta che gli animali sono entrati nei database di CITES. Da questo momento i movimenti di animali sono divisi tra paesi esportatori e importatori. È molto importante riuscire a capire la differenza tra paese esportatore e paese di origine, poiché spesso gli esportatori sono i mercati attraverso cui passano gli animali, non quelli da cui sono prelevati o allevati.

 

 

Arriviamo così ai mercati di destinazione, ovvero i paesi importatori. Sono essenzialmente i paesi più sviluppati, dove risiedono i privati che si possono permettere i costi (e il mantenimento) di animali esotici.

 

 

Riuscire a tracciare un quadro veritiero del mercato è davvero complesso, poiché gran parte dei traffici sono sul mercato nero, riemergono e ritornano nelle zone grigie della legalità. CITES ha molti punti deboli, ma già riuscire a mappare con un buon grado di dettaglio questa importante realtà è un merito che va riconosciuto.

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Nota metodologica: i dati sono tutti tratti dal database ufficiale di CITES; si riferiscono a piante e animali vivi, ma solo quelli commerciati tra il 2010 e il 2015 e legalmente registrati.
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@gia_destro

Leggi anche: Ricerca, divertimento, industria: il fiorente commercio di animali e piante

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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