Acqua, condivisione e conflitto

L’Institute for Water, Environment and Health ha pubblicato un volume che vuole essere un’esortazione a una gestione oculata e condivisa di una risorsa preziosissima e che si rivolge alle nazioni che sfruttano il bacino dell’Indo.

Il bacino dell’Indo copre 1.120.000 chilometri quadrati. Negli ultimi anni si è registrato un forte incremento della domanda di acqua, frutto di una rapida crescita demografica ed economica. Allo stesso tempo sono emersi gravi problemi legati all’inquinamento. Immagine: Wikimedia Commons

ESTERI – A seguito del grave attacco terroristico avvenuto il 18 settembre nella città di Uri nello stato del Kashmir, l’India ha rinunciato alla propria presenza al meeting Indus Water Commission previsto per il 26 dello stesso mese e, al contempo, ha convocato un incontro per modificare o annullare l’Indus Water Treaty, l’accordo sottoscritto nel 1960 da India e Pakistan per lo sfruttamento del bacino idrico del fiume Indo.

“Sangue e acqua non possono scorrere assieme”, ha dichiarato il Primo Ministro indiano Narendra Modi. La replica da parte delle autorità pakistane non si è fatta attendere; secondo i leader della repubblica islamica l’annullamento del trattato da parte dell’India verrebbe interpretato come una dichiarazione di guerra. In un simile clima di tensione politica tra India e Pakistan è facile intravedere il rischio di un fallimento nella gestione delle fondamentali risorse d’acqua condivise tra le due nazioni, un rischio che sembra delinearsi tanto rapidamente quanto la crescita della domanda di acqua potabile. Dal bacino dell’Indo dipendono direttamente 300 milioni di persone.

L’Institute for Water, Environment and Health, dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH) ha pubblicato, su Springer, “Imagining Industan”, un volume che vuole essere un’esortazione a una gestione oculata e condivisa di una risorsa preziosissima e che si rivolge alle nazioni che sfruttano il bacino dell’Indo: Afghanistan, India, Pakistan e Cina. Il volume, che raccoglie le testimonianze e gli scritti di 14 esperti in materia, è il culmine di un progetto supportato dall’UNU-INWEH che mira a cambiare radicalmente il modo in cui l’area è stata gestita e sfruttata per lungo tempo.

L’intero bacino dell’Indo copre 1.120.000 chilometri quadrati. La gran parte delle acque provengono dai ghiacciai delle montagne himalayane e dall’altopiano del Tibet. Finora Pakistan e India sono le due nazioni che lo hanno sfruttato maggiormente sia per l’irrigazione che per la produzione di energia idroelettrica grazie a uno dei più estesi sistemi di dighe e canali creati durante il periodo coloniale britannico. Negli ultimi anni si è registrato un forte incremento della domanda di acqua, frutto di una rapida crescita demografica ed economica. Allo stesso tempo sono emersi sempre più gravi problemi legati all’inquinamento. La disputa sullo sfruttamento delle acque è sfociata rapidamente in conflitti sia all’interno che tra le nazioni che attingono alle risorse dell’Indo. In un contesto simile appaiono chiare le difficoltà a raggiungere una soluzione pacifica e, soprattutto, sostenibile. A ciò si aggiungono gli effetti, devastanti, del cambiamento climatico e l’ingresso sulla scena di due nuovi attori, Cina e Afghanistan, che pur avendo sul proprio territorio una piccola porzione del bacino hanno intenzione di sfruttarlo entro brevi termini: la costruzione di nuove dighe è già in atto.

Industan” è il neologismo scelto dai curatori del volume, un gioco di parole che vuole porre l’accento su un nuovo modo di intendere il bacino come risorsa unica, integrata e condivisa. Un ulteriore ritardo nel prendere posizione su una questione così delicata rischierebbe di intensificare oltre modo la tensione nell’area e porterebbe a una forte instabilità politica, particolarmente in Pakistan, il quale preleva 183 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, una cifra che colloca il paese asiatico al quarto posto per sfruttamento idrico, preceduto solo da India, Cina e Stati Uniti. La cooperazione dovrebbe iniziare con la condivisione dei dati, non solo per comprendere al meglio come sfruttare in maniera sostenibile l’area ma anche per creare un clima di fiducia tra le quattro nazioni coinvolte che, a oggi, sembra essere del tutto smarrito.

“Il volume rappresenta un importante contributo per creare la consapevolezza di un conflitto emergente legato all’acqua. È un appello a rafforzare la collaborazione tra nazioni. Il bacino dell’Indo potrebbe essere visto come una bomba a orologeria che potrebbe scattare in qualsiasi momento a seguito dei cambiamenti climatici. Simili tensioni dovute all’accesso all’acqua sono presenti anche in altri maggiori bacini fluviali e abbiamo voluto procedere a una scrupolosa analisi per proporre una via di sviluppo pacifica e sostenibile” ha dichiarato il direttore di UNU-INWEH, Vladimir Smakhtin.

@gianlucaliva

Leggi anche: Il futuro dell’acqua è nell’aria

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3 Commenti su Acqua, condivisione e conflitto

  1. Articolo interessante su argomento trascurato dai media, ma che “Industan” sia un neologismo lo dice l’articolo che lei riassume? A me pare di averlo sentito già molti anni fa, ma forse con altra accezione, chissà, forse con h iniziale per indicare l’area linguisticamente definita?

  2. Ciao Bernardo, grazie per la sua domanda e per il suo interessamento.
    Si tratta di un gioco di parole scelto dai curatori del volume che muove proprio sulla (forte) similitudine con il termine “Hindustan”. “Industan” racchiude “Indus”, il fiume Indo. In questo caso, come da te anticipato nel suo pronto commento, si voleva porre l’attenzione esclusivamente sul bacino fluviale in questione per rimarcare la necessità di una visione complessiva dell’area interessata.

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