100 donne contro gli stereotipi: online la banca dati che dà voce alle scienziate italiane

In Italia solo il 18% degli esperti consultati come fonti autorevoli dai mezzi di informazione sono donne: un progetto vuole cambiare la situazione

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Il progetto 100 donne contro gli stereotipi ha l’obiettivo di aumentare la visibilità delle donne nei mezzi di informazione, nella veste di esperte e professioniste

IPAZIA – Quando si parla di innovazioni tecnologiche o di problemi ambientali, subito dopo un terremoto o per commentare una scoperta scientifica, per dare un parere medico o fare un’analisi economica. Non importa quale sia l’argomento, per i media l’esperto da contattare è quasi sempre un uomo.

Secondo i dati del quinto Global Media Monitoring Project, progetto di ricerca internazionale sulla visibilità femminile nei mezzi d’informazione, i media si rivolgono alle donne in quanto fonti autorevoli solo nel 19% dei casi. Il 18% in Italia. E la percentuale è ancora più bassa, il 10%, se si restringe il campo alle esperte che operano in ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Eppure le donne che lavorano ad alti livelli in questi settori sono tante, tantissime. Per dar loro voce è nato 100 donne contro gli stereotipi, un portale in cui sono raccolti i profili delle più importanti scienziate italiane, pronte a mettere a disposizione dei mezzi d’informazione il loro bagaglio di conoscenze e competenze.

Presentata in occasione dell’ultimo Festival della Scienza di Genova, la banca dati è online dal 3 novembre ed è stata lanciata con l’hashtag #100esperte.  Il sito è stato realizzato dall’Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca e di analisi della comunicazione, e dall’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A., con la partnership tecnica del Centro di ricerca GENDERS  e di Wikimedia Italia, in collaborazione con la Fondazione Bracco e con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Abbiamo contattato una delle ideatrici, Monia Azzalini, responsabile del settore Media e Gender dell’Osservatorio di Pavia, e le abbiamo rivolto alcune domande sul progetto.

Com’è nata l’idea di 100 donne contro gli stereotipi?

L’idea è nata qualche anno fa da una riflessione condivisa tra me, Luisella Seveso e Giovanna Pezzuoli, giornaliste di Gi.U.Li.A. e co-ideatrici del progetto. La riflessione è scaturita dalla lettura di una serie di dati che dimostrano la scarsa presenza delle donne nei mezzi di informazione, in particolar modo in qualità di esperte. In Italia la critica si è sempre concentrata su un’eccessiva esibizione dei corpi femminili, soprattutto in chiave di mercificazione del corpo della donna negli spazi mediatici. Non si è mai lavorato, invece, su una lettura più approfondita delle ricerche, da cui emerge che uno dei problemi principali è la mancanza sui media di voci di donne professioniste. Si tratta di una questione che affonda le sue radici nel passato. Fino a mezzo secolo fa, alcune professioni – soprattutto quelle utilizzate dai media per spiegare gli eventi e interpretare il mondo e la società – erano appannaggio esclusivo degli uomini. Ora il mondo è cambiato. Ci sono molte donne che si occupano di economia, diritto, psicologia o ingegneria, eppure nei media se ne vedono pochissime. Quando si tratta di interpellare le fonti, i mezzi di informazione continuano a rivolgersi agli uomini, come se l’esperto fosse maschio di default. Ci siamo dette che doveva essere tolta di mezzo la scusa che le donne professioniste non esistono o sono difficili da contattare. Così, per eliminare questo alibi e svecchiare le agende in mano alle generazioni più anziane di giornalisti, abbiamo pensato di creare una banca dati contenente i nomi di professioniste valide, disponibili a essere intervistate.

Perché avete deciso di cominciare con esperte dell’area STEM?

Perché il settore scientifico-tecnologico è strategico per lo sviluppo del Paese. In Italia si investe troppo poco nella ricerca scientifica, i cosiddetti “cervelli in fuga” provengono soprattutto da quest’ambito. Alcune delle scienziate che compongono la nostra banca dati lavorano all’estero. E poi c’è il pregiudizio sociale, ancora oggi piuttosto forte e diffuso: sono in molti a pensare che le donne non siano portate per le materie scientifiche. Questo pregiudizio va combattuto. Infine, abbiamo deciso di avviare la nostra banca dati con esperte STEM perché selezionare chi inserire è stato più semplice. In questo settore si fa carriera in modo chiaro, per titoli e meriti. È veramente difficile che entrino in gioco logiche diverse, per esempio quella della cooptazione. L’obiettivo per il 2017, comunque, è quello di ampliare la banca dati e includere esperte di altri settori, come quello economico-finanziario e storico-artistico.

Come sono state selezionate le esperte?

Se ne è occupato il Centro GENDERS dell’Università degli Studi di Milano. La selezione è avvenuta con criteri rigorosi e trasparenti. Sono stati utilizzati parametri differenti a seconda che le esperte provenissero dall’ambito accademico o aziendale. Nel primo caso è stato valutato il numero di pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali, nel secondo sono stati presi in considerazione brevetti e invenzioni originali. Le candidature sono state sottoposte anche al vaglio di un comitato scientifico composto da tre uomini e quattro donne. Si tratta di professionisti che si occupano di scienza a vario titolo: Telmo Pievani, filosofo della scienza, Cristina Messa, professoressa di Diagnostica per immagini nonché rettrice dell’Università Milano-Bicocca, Silvia Bencivelli, giornalista scientifica e saggista, Gilberto Corbellini, professore di Bioetica e Storia della medicina all’Università La Sapienza, Donatella Sciuto, professoressa di Architettura dei calcolatori e sistemi operativi al Politecnico di Milano, Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia dei Lincei e Daniela Falcinelli, coordinatrice del Centro GENDERS e docente di Sociologia delle pari opportunità all’Università di Milano.

Qual è il pubblico di riferimento del sito?

Il sito vuole essere innanzitutto uno strumento per i giornalisti, in modo che possano ampliare le fonti competenti a cui rivolgersi. Si tratta di una questione di equità, ma anche di innovazione: sentire le donne che in questi anni non hanno avuto spazio nei media vuol dire dar voce a prospettive diverse, a differenti punti di vista. Il sito però non è pensato solo per i media. Si rivolge anche tutti quegli enti – pubblici e privati – che organizzano convegni, seminari, tavole rotonde. Non abbiamo la possibilità di monitorare ogni evento, ma osserviamo che nella maggior parte dei casi i relatori sono solo uomini. Questo circolo vizioso va interrotto, perciò auspichiamo che la banca dati venga utilizzata anche da enti locali, fondazioni, comunità, scuole. La nostra piattaforma vuole essere un modo per dare visibilità a donne che possono diventare role model per le nuove generazioni.

In cosa consiste la partnership con Wikimedia Italia?

Lo scopo iniziale era quello di inserire le voci delle nostre esperte all’interno di Wikipedia. Molte scienziate, però, pur essendo detentrici di importanti brevetti o in posizioni accademiche rilevanti, sono del tutto sconosciute al grande pubblico e quindi non possono avere una voce personale su Wikipedia. Si tratta di un paradosso. Se il pubblico non le conosce, ovviamente, è perché non sono cercate dai media. Questo ostacolo è diventato una sfida. L’obiettivo è quello di creare le voci enciclopediche delle singole esperte man mano che entreranno nel circolo virtuoso della riconoscibilità mediatica. Abbiamo aperto un sentiero nuovo, ma il sentiero va battuto con pratiche quotidiane da parte dei professionisti dei media e di tutti coloro che a vario titolo si rivolgono a fonti autorevoli. La sensibilizzazione dell’opinione pubblica è un aspetto fondamentale. Il progetto avrà avuto davvero successo se nel 2020, quando sarà realizzato il prossimo Global Media Research Project, vedremo una crescita sensibile del numero di esperte contattate. La speranza è che in Italia si possa passare dall’attuale 18% ad almeno il 40%.

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