BPA, in attesa della nuova valutazione

All'uscita dei dati del National Toxicology Program, l'EFSA ne rimetterà al vaglio la sicurezza. Nel frattempo, vediamo le ultime novità sul BPA.

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Nel 2011 la Commissione Europea ha deciso di vietare la produzione e la vendita di biberon con BPA. Crediti immagine: Public Domain

SALUTE – Nel corso del 2017, all’uscita dei nuovi dati biennali del National Toxicology Program, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) si è impegnata a fare una nuova valutazione degli effetti del BPA sulla salute umana, ed eventualmente modificarne la dose giornaliera tollerabile (DGT). BPA è l’abbreviazione di bisfenolo A, una sostanza chimica industriale molto usata fin dagli anni Sessanta del secolo scorso nella produzione di plastiche chiare, resine epossidiche, nel rivestimento di contenitori come le lattine – di cibo umano e per animali domestici– ed è il principale componente del policarbonato utilizzato negli imballaggi. Viene impiegato anche in alcuni strumenti per uso medico come cateteri e impianti (un’opinione al riguardo è stata pubblicata nel 2015) ma la fonte di esposizione principale rimane la dieta: in piccole parti può migrare nei cibi e nelle bevande che vi stanno a contatto ed è per questo che, a inizio 2011, la Commissione Europea ha deciso di vietare la produzione e la commercializzazione dei biberon con BPA.

Non solo biberon

Circa un anno dopo gli Stati Uniti hanno preso la stessa strada e molte aziende hanno espresso l’intenzione di ridurre il contenuto in interferenti endocrini (categoria che comprende BPA ma anche parabeni e vari antimicrobici) nei loro prodotti, non solo quelli per bambini. L’attuale posizione della Food and Drug Administration, l’ente regolatore statunitense, si basa su una revisione di quattro anni condotta su oltre 300 studi scientifici, la cui conclusione è stata che ai livelli di esposizione l’utilizzo di BPA è sicuro. Ma l’enorme attenzione che circonda il bisfenolo A fa sì che molti studi scientifici continuino a indagarlo: a fine 2016, per esempio, Alexandros Asimakopoulos e i colleghi hanno investigato un altro tipo di prodotto per neonati, i dentaruoli che dovrebbero dare sollievo ai bambini mentre crescono i denti. I risultati sono stati pubblicati su Environmental Science & Technology.

Asimakopulos voleva vagliare il contenuto in BPA dei dentaruoli, oltre alla possibilità che questo e altri composti migrassero, come fanno dai contenitori per cibo e bevande. Lui e colleghi hanno analizzato 59 di questi oggetti contenenti gel o acqua, tutti comprati online negli Stati Uniti e venduti con la dicitura “BPA-free” o “non tossico”. Valutando il contenuto di 26 diversi interferenti endocrini, hanno scoperto che tutti i dentaruoli contenevano tracce di BPA oltre a parabeni, triclosan e altri antimicrobici. Sostanze che a contatto con l’acqua migravano – come succede da altri contenitori – rimanendo comunque al di sotto della DGT. Tuttavia, fanno notare gli scienziati, le attuali regolazioni non tengono conto dell’accumulo di queste sostanze ma stabiliscono i livelli di sicurezza una per una.

E le alternative?

Se mancano ancora informazioni dettagliate sugli effetti del BPA in combinazione con altre sostanze, anche contare troppo sulle alternative non sembra una strategia destinata a risolvere tutti i dubbi. Il bisfenolo S (BPS) è tra le nuove sostanze che dovrebbero sostituirlo, proposto come una versione “più sicura”, ma secondo uno studio comparso su Endocrinology, condotto su modelli animali, la sostanza può accelerare la crescita embrionale e compromettere il normale funzionamento dell’apparato riproduttivo. Effetti che sono stati documentati a livello dei neuroni e dei geni che controllano la crescita e l’attività degli organi coinvolti nella riproduzione. L’endocrinologa Nancy Wayne e i colleghi hanno scoperto che esporre i pesci zebra a determinate quantità di BPA e BPS – quelle che oggi si possono facilmente trovare in un fiume inquinato – ne altera la fisiologia nel giro di un giorno. Le uova si schiudono più in fretta, “portando all’equivalente per i pesci di un parto prematuro”, spiegava Wayne in un comunicato.

Lo stesso BPS, testato in laboratorio su cellule umane, è in grado di promuovere la formazione degli adipociti (le cellule del tessuto adiposo) con effetti comparabili al BPA nell’accumulo di lipidi e nell’espressione di geni importanti per il metabolismo lipidico. Nel 2016, infatti, gli scienziati della Columbia University hanno trovato un legame tra l’esposizione al bisfenolo A in gravidanza e il rischio di obesità nei bambini in età scolare. Un altro lavoro l’ha associata al rischio di sviluppare ansia e depressione. Tutti effetti che non sono propriamente una novità: già negli anni passati gli studi su modelli animali iniziavano a mostrare che le due sostanze avevano effetti simili e alle stesse quantità, e che il BPS poteva compromettere la risposta cellulare all’estrogeno, influiva sulla crescita e sulla morte cellulare oltre che sul rilascio degli ormoni.

Gli ambienti acquatici sono estremamente vulnerabili all’azione endocrina del BPA: in alcune specie, come le testuggini palustri, gli effetti a livello ormonale portano i maschi a sviluppare organi femminili e ne “riprogramma” il cervello a livello di memoria, navigazione spaziale e comportamento. Nei pesci la gravità della situazione è ben nota, con casi eclatanti come la specie di pesce d’acqua dolce Micropterus dolomieu (in inglese chiamato smallmouth bass) nella quale tra il 60 e il 100% dei maschi esaminati in 19 santuari statunitensi stava sviluppando ovociti femminili nei testicoli. Nel giro di dieci anni, i tratti femminili sono stati individuati in quasi 40 specie ittiche diverse tra Europa, Stati Uniti e altri Paesi. Anche nelle aree protette, dove si sperava l’effetto sarebbe stato in qualche modo mitigato.

E ora?

Ora non resta che aspettare la nuova valutazione. La prima ad ampio spettro fatta sulla sostanza risale ormai al 2006 e l’esposizione tramite cibo e bevande nelle varie fasce d’età fu decretata sicura. Ma tra il 2008 e il 2010 due studi suggerirono una correlazione tra l’aumento del BPA nelle urine e un maggior rischio di cardiopatie e diabete, e si iniziò a sospettare possibili effetti sullo sviluppo neurologico. Da qui la preoccupazione per il BPA nei prodotti per neonati, nonché in gravidanza. Una riesamina completa ha avuto inizio nel 2012, fino all’ultima grossa decisione, quando nel gennaio 2015 l’EFSA ha ridotto la dose giornaliera tollerabile per il BPA da 50 a 4 µg/kg di peso corporeo al giorno. Un valore “temporaneo”, stabilito in associazione all’impegno nel rivalutare gli effetti del bisfenolo A sulla salute umana di adulti, adolescenti, bambini e neonati, per decretarne la sicurezza entro dosi tollerabili per ogni fascia d’età esposta.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Se il BPA danneggia anche i denti

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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