Parigi val bene una… industria

La decisione del Presidente USA di uscire dall'Accordo di Parigi ha provocato delle reazioni contrastanti, alcune anche positive

Il messaggio politico di Trump è chiaro: gli Stati Uniti non vogliono avere vincoli alla produzione manifatturiera e, anzi, non “credono” al cambiamento climatico prodotto dalle azioni dell’uomo. Crediti immagine: Gage Skidmore, Wikimedia Commons

ATTUALITÀ – Dopo la nomina del petroliere Scott Pruitt a capo dell’Agenzia per la protezione ambientale americana (Epa) e dello stratega di ultra destra Steve Bannon, famoso per non credere al cambiamento climatico, in un confuso discorso nei giardini della Casa Bianca, il Presidente Donald Trump ha detto ciò che molti temevano dicesse: «Gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo sul clima di Parigi. Da oggi mettiamo fine agli impegni presi in quell’accordo. Ma cominceremo nuovi negoziati per rientrare o per un’altra intesa più giusta per gli americani».

Nonostante il giudizio del Presidente USA, l’Accordo di Parigi è stato un accordo storico: ha battuto diversi record, superato numerosi ostacoli, ricevuto un consenso inusuale per una tematica così importante ma divisiva. Una doccia fredda era inevitabile, direbbero molti. E senza dubbio l’annuncio del Presidente Trump è stato una doccia fredda, sebbene largamente prevedibile. Anzi, alcuni analisti iniziano a pensare che, paradossalmente, il fatto che gli Stati Uniti abbandonino l’Accordo di Parigi potrebbe addirittura aiutare la lotta al cambiamento climatico.

Cosa è successo e cosa succederà da un punto di vista tecnico

Da un punto di vista tecnico, il Presidente Donald Trump ha fatto una cosa che era in suo potere. L’Accordo di Parigi è su base volontaristica, non ci sono sanzioni né ostacoli se uno Stato decide di abbandonarlo. Lo stesso spirito volontaristico si riscontra nel fatto che le strategie nazionali per non superare i 2°C di riscaldamento globale siano affidate alla mera decisione di ogni singolo stato, senza sanzioni se non vengono rispettate.

Molti si sono scontrati sul fatto che questo aspetto volontaristico fosse una forza (se gli obiettivi vengono raggiunti significa che c’è un consenso politico globale molto forte) o una debolezza (ognuno è libero di fare ciò che vuole, quindi quasi nessuno rispetterà l’Accordo). In ogni caso, dal punto di vista del diritto internazionale, Trump ha fatto ciò che poteva fare, pur cercando di nascondere, con la retorica, il fatto che non sia così immediato uscirne.

L’articolo 28 dell’Accordo prevede, infatti, che sia possibile uscire (con la semplice notifica della volontà) solo dopo 3 anni da quando l’Accordo è entrato in vigore e che l’uscita effettiva avvenga solo dopo un anno da quando è avvenuta la notifica stessa. Insomma, fatti i dovuti calcoli, prima del 2020 gli Stati Uniti saranno ancora parte dell’Accordo. C’è poi tutta una battaglia interna agli Stati Uniti che probabilmente rallenterà ulteriormente la notifica di uscita: se dovesse slittare di qualche anno l’uscita degli USA potrebbe coincidere con le nuove elezioni presidenziali (novembre 2020 – tecnicamente potrebbe avvenire un giorno prima dell’inizio delle votazioni).

Questi, tuttavia, sono aspetti tecnici. Anche se Trump è costretto a rimanere per almeno due anni nell’Accordo, nulla toglie che imponga una sostanziale immobilità degli Stati Uniti. Il Presidente ha però affermato che vorrebbe iniziare subito a rinegoziare l’adesione al Trattato. Anche qui, un qualcosa in suo potere ma che non gode di molto sostegno politico. La volontà di rinegoziare di Trump ha già incontrato una forte reazione contraria delle maggiori potenze mondiali, a partire dal Vecchio Continente.

Cosa è successo e cosa succederà da un punto di vista politico

La prima reazione alla dichiarazione di Trump è stato una risposta diplomaticamente durissima dell’Unione Europea. Il comunicato congiunto Germania-Francia-Italia (le maggiori economie del continente, dopo Brexit, nonché tre dei sei membri fondatori) non lascia campo a interpretazioni: l’UE continuerà ad applicare l’Accordo e porrà il proprio veto su qualsivoglia tentativo di rinegoziazione. In altre parole, con la sua mossa Trump ha compattato la (spesso) poco organica Europa – lui che si è sempre dichiarato dubbioso sull’esistenza di solidarietà europea. Senza contare che la credibilità degli Stati Uniti come negoziatori in qualsiasi futuro trattato risentirà fortemente della decisione di Trump.

Anche sul fronte interno la mossa del Presidente ha provocato l’innalzamento di un muro (sic!): poco tempo dopo l’annuncio si è formata la United States Climate Alliance, fondata dai governatori di California, Washington e New York. I maggiori imprenditori hanno rinunciato al loro ruolo di consiglieri presidenziali in aperto dissenso verso la scelta del Presidente, spesso entrando direttamente a far parte dell’Alliance. C’è addirittura un passaggio legale particolarmente oscuro che invaliderebbe sia l’adesione degli Stati Uniti (avvenuta, secondo questa ricostruzione, illegalmente perché non approvata dal Senato) sia la volontà di uscirne di Trump (perchè non si può uscire da un trattato in cui non si è mai entrati). Insomma, sembra una decisione in salita, quella del Presidente statunitense.

Tuttavia il messaggio politico di Trump è chiaro: gli Stati Uniti non vogliono avere vincoli alla produzione manifatturiera e, anzi, non “credono” al cambiamento climatico prodotto dalle azioni dell’uomo. Una visione che appare anacronistica già a partire dai fatti, prima che dal contesto politico.

Alleati inaspettati

L’uscita degli Stati Uniti è sicuramente un brutto colpo per chi lotta contro il cambiamento climatico, ma può risultare meno catastrofico di quanto possa apparire in un primo momento. Innanzitutto perché il modello energetico proposto dall’amministrazione Trump (basato sul carbone) è già smentito nella realtà quotidiana.

L’approccio statunitense al cambiamento climatico (così come su molti altri temi) è stato sempre di mercato: doveva essere l’economia a diventare “verde”, perchè utilitaristicamente le conveniva. Anche sotto Obama, gran parte della riduzione delle emissioni è avvenuta per il semplice fatto che il prezzo del gas è sceso a livelli così bassi da apparire competitivo con il molto più inquinante carbone. Nel 2008, 28 metri cubi di gas costavano mediamente 13 dollari, oggi costano solo 4 dollari.

Questo, in poche parole, significa che se il prezzo del gas si manterrà così basso farà da “buon contrappeso” all’uscita statunitense o almeno riuscirà a tamponare la situazione in attesa di tempi migliori. Certo, non tutto dipende dall’utilizzo del gas o meno, ma il 68,4%, ovvero quasi due terzi, dell’energia consumata negli Stati Uniti provengono da energie considerate meno climalteranti e tra queste la maggiore è proprio il gas (33,4%), seguita da nucleare (19.7%) e rinnovabili (14.9%), nel 2016.

Pochi, poi, hanno considerato che gli Stati Uniti non sono l’attore principale delle emissioni globali. O meglio, non sono l’ago della bilancia. E qui la toponomastica rivela tutta la sua perfida ironia: agli Stati Uniti (che sotto questa Presidenza sono tutt’altro che “uniti”) fa da contraltare il nuovo “centro del mondo”, la Cina (comunemente il nome cinese di Cina è Zhonguò, che significa “Regno/Stato di mezzo” a rappresentare la visione di potere centrale e riequilibrante del grande paese asiatico nel mondo). Ed è proprio la Cina che – recedendo da Parigi – potrebbe provocare il vero fallimento dell’Accordo, anche se fortunatamente il suo establishment politico è fermamente convinto di proseguire nella green economy, sia per ragioni sanitarie sia perché crea posti di lavoro più qualificati per la sua nuova classe media.

In sostanza, quindi, c’è una possibilità che l’azione di Trump si trasformi solamente nell’ennesima boutade politica – anche se questo, certo, ha un peso. Rimarrà agli atti della storia infatti che il futuro del clima del pianeta dipenderà da qualche miniera di carbone del Midwest. O meglio, per dirla in altri termini, che (l’Accordo di) Parigi val bene una industria.

Leggi anche: #NoDPL: la protesta contro l’oleodotto in North Dakota (all’ombra di Trump)

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