Le foreste pluviali e la ‘grande bellezza’ della natura

“Non si entra mai due volte nella stessa foresta” Telmo Pievani

Crediti immagine: Fabio Perelli

SPECIALE GIUGNO – Ogni visita di una foresta è un’emozione nuova, scandita da nuovi incontri, suoni mai sentiti, odori inediti. Si può entrare con il sole che splende per poi essere sorpresi da improvvisi scrosci torrenziali, e perdere la bussola anche se si è esperti.
Ciò che rende speciale una foresta pluviale è la sua ricchezza: la vita si è sviluppata in un caleidoscopio di forme e colori, in una corsa agli armamenti messa in atto da predatori e prede, parassiti e simbionti fino a esplorare una gamma impressionante di nicchie e adattamenti ecologici. Nelle foreste vivono organismi diversissimi eppure perfettamente interconnessi, come ingranaggi di uno strumento ad alta precisione.
La parola chiave è biodiversità. Le foreste pluviali tropicali sono i templi della biodiversità del pianeta Terra o, per meglio dire, gli archivi primari della ricchezza e varietà della vita biologica terrestre.
Sono anche i polmoni del pianeta, grazie alla loro elevata capacità di diffondere ossigeno in atmosfera. Senza il loro apporto, l’aria sarebbe molto meno respirabile sulla Terra.

Da luoghi selvaggi da addomesticare a patrimoni da preservare

Le foreste pluviali sono ambienti affascinanti ma difficili. Oggi non è raro avere l’opportunità di fare un tuffo nel cuore di una foresta pluviale, almeno una volta nella vita. Ma negli scorsi secoli erano luoghi quasi inaccessibili, abitati da popolazioni indigene, ma evitati dai membri delle cosiddette società civili. Erano ambienti temuti e poco apprezzati, persino da parte degli ambienti accademici. L’immagine che uno dei naturalisti principali del XVIII secolo – Georges-Louis Leclerc de Buffon – diede delle foreste pluviali era quella di ambienti mefitici, inabitabili e inadatti agli esseri umani. Le foreste ai suoi occhi erano luoghi infestati da animali feroci, frutti marcescenti, insetti pericolosi, in cui a regnare erano il caos e il disordine, all’opposto dell’ordine creato dalle opere dell’uomo. Nella visione di Buffon, condivisa dalla maggioranza dei suoi contemporanei, erano ambienti selvaggi che non necessitavano altro che l’intervento umano per essere ‘addomesticati’ e resi utili all’uomo stesso. Una concezione antropocentrica e utilitaristica della natura e certamente anacronistica ma che non ha mai cessato di tenere banco, scatenando effetti collaterali che hanno lasciato un segno indelebile. Il fenomeno della deforestazione, soprattutto in alcune zone, è andato avanti incontrollato per molti anni, creando danni irreparabili: dall’estinzione di numerose specie all’abbattimento di alberi secolari, fino al dilavamento dei suoli e alla desertificazione.

Eppure, pochi decenni dopo Buffon, un altro grande naturalista aveva già piantato i semi di una nuova disciplina, fondata sui principi di conservazione della natura: l’ecologia. Alexander von Humboldt, eclettico scienziato ed esploratore tedesco, fu tra i primi a offrire una descrizione delle foreste pluviali in grado di rendere merito alla loro bellezza e preziosità.

Le esplorazioni di Humboldt e l’invenzione della Natura

Quando nell’anno 1800 Humboldt penetrò per la prima volta in un’area di foresta pluviale vergine nel bacino dell’Orinoco, in Venezuela, rimase sopraffatto da un tripudio di vita animale e vegetale, una rete interconnessa di ‘attivi, organici poteri’, come lui stesso annotò nei suoi appunti. Ogni cosa testimoniava il potere e la tenerezza della natura, dal boa constrictor che può ‘ingoiare un cavallo’, fino al minuscolo colibrì che può stare in equilibrio sul più delicato dei fiori. Era un mondo pulsante di vita, un mondo in cui ‘l’uomo non è niente’.

Più di chiunque altro esploratore, Humboldt fu capace di dare attenzione a ogni distinto dettaglio della foresta: animali, piante, rocce e persino le acque. Racconta Andrea Wulf – autrice della splendida biografia a lui dedicata, L’invenzione della natura – che “come un esperto di vini, degustò l’acqua dei diversi fiumi”. L’acqua dell’Orinoco risultò al suo palato particolarmente disgustosa, mentre quella del Rio Atabapo gli sembrò sorprendentemente ‘deliziosa’. Inoltre osservò le stelle, descrisse i paesaggi e si appassionò alle popolazioni indigene che incontrava.
Il suo primo incontro con la foresta pluviale fu anche il presupposto per l’emergere in un uomo di scienza di moti di spirito e riflessioni poetiche che fecero scaturire una nuova visione romantica della natura.

Le osservazioni che raccolse furono numerose e dettagliate e segnarono il punto di partenza per la nascita di idee innovative e che sono oggi alla base di concetti fondamentali per la comunità scientifica. Humboldt fu il primo a descrivere la capacità delle foreste di rilasciare umidità in atmosfera, oltre a riconoscere il loro effetto refrigerante, così come il loro ruolo nel trattenere l’acqua e impedire l’erosione dei suoli. E soprattutto comprese per la prima volta l’effetto devastante dell’impatto antropico, a discapito della natura e dell’uomo stesso.
Il suo contributo fu ineguagliabile, e ancora oggi i capisaldi dell’ecologia si basano sui frutti del suo operato.

Il contributo duplice alla teoria della selezione naturale

Tra i suoi contemporanei Humboldt lasciò una traccia profonda, con enormi ripercussioni nella comunità scientifica. Le sue gesta ispirarono molti suoi successori, tra i quali i due padri della teoria della selezione naturale: Charles R. Darwin e Alfred R. Wallace. Entrambi britannici, seguirono strade diverse per indagare a fondo il mondo naturale, ma alla fine giunsero alle stesse conclusioni, restituendoci così un’immagine nitida dell’universalità delle leggi di natura.

Darwin partì per la spedizione della Beagle portando con sé una copia del trattato di Humboldt, e dichiarò senza mezzi termini che se non lo avesse conosciuto non sarebbe neppure partito. “La mia ammirazione per questa famosa narrativa personale (parte della quale quasi conosco dal cuore)”, disse Darwin, “mi ha reso determinato a viaggiare in nazioni lontane, e mi ha condotto ad arruolarmi come naturalista volontario sulla Beagle”.
Nel corso del suo viaggio, tra il 1831 e il 1836, seguì le orme di Humboldt in diversi luoghi, ed esplorò vari tratti di foresta pluviale in America meridionale. Nei suoi appunti definì gli scenari delle foreste del Brasile come una “bellezza otre i suoi più selvaggi sogni”.
Le sue esplorazioni fruttarono la raccolta di numerosi esemplari di animali e piante che avrebbero recitato negli anni seguenti la loro parte nella grande opera della genesi della sua teoria.

La ‘giungla’ malese e la biogeografia

La relazione con le foreste pluviali fu ancora più intensa per Wallace, che oltre a esplorare le foreste sudamericane dedicò ampi sforzi al lavoro su un nuovo fronte, quello degli arcipelaghi lussureggianti del Sud-Est asiatico. Otto anni di ricerche compiute tra il 1854 e il 1862 giunsero a compimento con la pubblicazione del libro The Malay Archipelago (1869), che dedicò proprio al collega Darwin.

Wallace esplorò intensivamente la parte dell’arcipelago malese che attualmente comprende Malesia, Singapore e Indonesia, spingendosi fino alla Nuova Guinea. Nelle sue esplorazioni raccolse più di 100.000 esemplari di specie animali che abitavano le foreste pluviali di quelle regioni.
Oltre a giungere a dimostrare indipendentemente la teoria della selezione naturale, i suoi studi lo condussero a identificare la Linea di Wallace, una linea di demarcazione virtuale che separa nettamente la flora e la fauna della zona malese da quelle della zona australiana, tanto da essere considerato uno dei padri della biogeografia, che studia la distribuzione delle specie negli areali geografici.

Nelle sue descrizioni dettagliate trovano spazio tutti gli elementi principali del mondo naturale: animali, piante, funghi, minerali. Ma i grandi protagonisti della sua opera sono soprattutto due: l’orango e l’uccello del paradiso, divenuti animali-bandiera di queste regioni.
La grande scimmia antropomorfa asiatica, pur essendo all’epoca una star negli zoo e nei serragli europei, era quasi sconosciuta nel suo habitat naturale. Wallace riuscì infine a incontrarla, rimanendone impressionato per la stravaganza dei comportamenti. “Non salta mai”, scrisse, “né oscilla, né sembra affrettarsi, ma riesce a cavarsela quasi con la stessa velocità di una persona che corre nella foresta sottostante”.
Gli uccelli del paradiso sono una famiglia avicola di sorprendente bellezza, che aveva affascinato gli esploratori europei per l’inconfondibile ornamentazione del piumaggio. Wallace era tra quelli che più ne avevano subito il fascino, tanto da riservare loro un posto d’onore in cima alla lista dei suoi obiettivi.
Alla fine riuscì non solo a osservarli in natura per la prima volta, ma anche a portare in Europa alcuni esemplari appartenenti a cinque specie diverse, descrivendoli con parole appassionate: “sono caratterizzati da uno straordinario sviluppo del piumaggio, che non ha eguali in nessun’altra famiglia di uccelli.”

Nel complesso, Humboldt, Darwin e Wallace non hanno solo raccolto una quantità inestimabile di dati rigorosi a supporto degli habitat forestali, su cui tuttora si fondano numerose discipline scientifiche, alcune delle quali sono figlie del loro operato. Hanno avuto anche il merito di restituirci il nostro senso di comunanza con il mondo naturale, sostituendo i sentimenti di rifiuto e paura nei confronti dei luoghi ‘selvaggi’ con le emozioni di stupore e meraviglia per ciò che milioni di anni di evoluzione hanno potuto forgiare.

Dopo di loro schiere di ricercatori hanno proseguito l’immenso lavoro di studio e di catalogazione di ciò che le foreste pluviali hanno da offrire. Ancora oggi virtualmente ogni giorno nuove specie sono scoperte e descritte dagli scienziati, mentre i programmi di conservazione lottano contro governi e istituzioni per preservare ciò che resta di una copertura forestale un tempo molto più ricca e abbondante.
E intanto sempre più persone comuni, grazie allo sviluppo dell’ecoturismo, hanno la fortuna di ripercorrere le orme dei grandi naturalisti, e di provare per un attimo l’emozione dell’impatto con una foresta pluviale.
Ed è così che, esplorazione dopo esplorazione, tanto gli scienziati quanto i profani possono assistere ogni volta a uno spettacolo inedito e bellissimo.

Non si entra mai due volte nella stessa foresta.

Leggi anche: Le foreste pluviali: a che punto siamo?

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